La furia refurtiva

di Viola Amarelli

La furia refurtiva (Vydia, 2016) condensa e nel contempo espande la traiettoria poetica di Enrico De Lea in un trittico di sezioni che appaiono paradigmatiche della ricerca non solo linguistica dell’autore. Gli eserghi del libro accostano complementariamente Sciascia (Quando cielo e terra ancora c’erano) e de Kooning (Poi giunge un momento nella vita in cui si esce a fare una passeggiata, semplicemente. /E si cammina nel proprio paesaggio.), non a caso scrittore “moralista” l’uno e artista dell’espressionismo astratto l’altro, rinviando entrambi a una matericità e spazialità che sostanzia tutta la scrittura di De Lea. Urania è, in effetti, la musa che presiede il libro: il paese natale arroccato sulle colline sopra lo stretto di Messina diventa non tanto e solo nostalgia d’infanzia quanto mitologhema del mondo, trasfigurando esemplarmente luoghi e storie locali in un fondale archetipico ed un’antropologia al tempo stesso sospesa e ricorsiva. In questo scavo, volutamente “petroso” anche nella lingua adottata che spesso inclina a un barocco secco (..seguo, barocco e morto) tipico di una forte tradizione della poesia meridionale e siciliana – e valgano qui, per tutti, i nomi di Bartolo Cattafi e Angelo Maria Ripellino – si rinvengono tracce gnostiche-sapienziali ed aperture metafisiche dove gli elementi primari della filosofia presocratica si riverberano l’uno nell’altro, a dar conto del crudo ma anche di concretissimi squarci numinosi che si intrecciano inestricabili nella realtà indagata dall’autore. E’ sotto quest’ultimo aspetto, del rapporto tra empiria e metafisica, che si rinviene una costante influenza di Holan, poeta tra i preferiti di De Lea.
Maggiormente “arcaica” – specie nell’utilizzo dell’ arma dei derelitti fonemi – ed icastica la sezione introduttiva, non a caso intitolata Serpe di Laconia, si conclude con una lunga sequenza poematica che sembra riassumere, nella narrazione di un nostos quasi privo di protagonista, le precedenti stazioni di una sorta di processione laica e metafisica, anticipando la curvatura diegetica e la prosodia più aperta delle successive sezioni. Il linguaggio diviene meno aspro, oltre che a livello lessicale, nelle strutture sintattiche, come si nota anche nel ricorso alle “frottole” della tradizione popolare e ai distici gnostici e mordenti. La storia umana – del resto presente in tutta l’opera, sia pure come traccia divenuta essa stessa parte del paesaggio – ricorre più frequentemente nelle partizioni finali, anche come metafora di uno scontro-immedesimazione tra uomo e natura (si veda ad esempio da un lato “mutamenti nell’uomo del movimento terra” e dall’altro “ teorie del volo” ), dove si delinea un rapporto dialettico tra violenza del potere ed affetti, tradizioni di resilienza da salvare e ricostruire.
Resta comunque la ricerca di una immanenza materica, di una metafisica degli elementi, a permeare in maniera decisa anche la fase più recente della scrittura di De Lea. La sequela di Suffragi del bianco, ad esempio, declina i gradienti del pantone non sul livello minimalista e simbolico di molta recente poesia, ma su quello della concretezza dei lavatoi, delle camicie, del bianco callo in aceto, della calce della case e dell’alba, in un contrappunto continuo con il nero, la nera traccia spermatica di notte, con i rossori elementari avanti agli esseri, di carne,/e di verde vincente sul sereno, con il viola di un sudario/a statue, o il giallo oro/ come una lampa d’olio ai morti-dei delle famiglie, tutti inestricabilmente connessi.
Il passaggio dal bianco a una sequenza sul Respiro e confitemini delle acque, che è un vero e proprio “maternale” e successivamente a un Suono del vento primo e poi a i fuochi segna il periplo dei quattro elementi empedoclei che De Lea esplora, interroga senza requie, in un impeto solo formalmente trattenuto (la furia, occulta, e insieme trafugata appunto del titolo). Lo sfrigolio della passione ustoria, deprivata in questi testi da ogni liricità soggettiva, sa che rileva, come per l’ultimo Caproni, soltanto mettere a verbale l’agonia del mondo, senza riflesso conclusivo che non sia il cerchio e l’indecifrabile, il nascosto, che lì-qui ci attrae e incatena.
———————————–

(al limite)
Al limite, come in un gesto idiota,
incidere nel muschio sopra il muro
segni in una lingua a se stessi ignota,
epigrafi né al passato né al futuro.

(la cura del mondo)
…l’infero di quell’ombra, tutta padre, intenta
a leggere al lume d’olio la cura del mondo
come una bagattella imprecisata, un salto
di bambino, dietro la scala in legno
tra un piano e il superiore, ed in silenzio –
il silenzio dell’intero Zorio – tra uno scalino, il primo
che tocca il cotto, e l’ultimo, che rinnova
la vista della collina e dell’antico mare,
tra un sansilvestro dormiente e l’accordo
unanime dell’apocalisse dell’annonuovo…

 

(nero scriba, nero)
Mette a verbale l’agonia del mondo,
nel farsangue dei sensi e della lotta,
un pensato morire nel presente
ed altra luce provvista sopra i volti.
Qui sono i morti, i solitari, molti
augurali profili svolazzanti,
calcaree concrezioni da fornaci,
fuochi uterini per case di forèsti.
Renitente a quel grigio che sa fare,
ha accalcato balletti sottopelle
di nervi astratti, nevi inascoltate,
il bianco dentro, le catacombe di ieri.
Ferocia senza il vino della cima,
dapprima vive, balbetta, scrive un niente…

 

da “un’urgenza della terra- luce”
IV.
Case con luminose udienze
l’accolgono, gerani ai davanzali,
una difesa d’ombra. Rintocchi
annunziano il delirio, celato
da persiane – la gravità del mondo
un chiavistello. Offre granite scure
a una peste incipiente,
ai monatti che celiano in combutta.

 

 

da (dieci distici a dispetto)

I. (ego)
Ego, dirùto dimezzato sordo,
sto nello scuro – scuro scuro! – e mordo.

II. (chi sogna)
Chi sogna l’insubordine è perduto –
il capitale a schermo, il corpo muto.

III. (voilà)
Voilà, il vuoto delle immagini ha convinto,
qualche orrido sciamano s’è ritinto.

IV. (contro)
Tra canto e scanto ammutolivo, dietro
i lampi notturni – mi sobbalzava il vetro.
————

IX. (gnostica)
D’altronde, inferno – unico e secondo –
inferno che s’inferna, resta il mondo.

 

 

da Suffragi del bianco

sembra che a notte appaiano colori
incogniti dal bianco dei lenzuoli,
dalle camicie dei padri appese all’aria,
con mollettoni ai dolori quotidiani,
lavate con la cenere e la sabbia,
sbiancate col limone dopo allappi
alle bocche delle insalate forti
del bianco callo in aceto e pepe rosso…

 

(qui)
la nota qui che elude a vista
l’ascolto, il punto dove
chiude l’eco il tramortito
altrove, ed oltre l’oltre
dell’altrove, qui,
nel raggio – nella reconquista
dell’occhio silenzioso – di un paesaggio.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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