Tronismo di massa e sestessità scatologica: la cifra stilistica del populismo quotidiano, da Titti Brunetta a Lapo Elkann, via Maria Feliziani

29 novembre 2016
Pubblicato da

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Lorenzo. La cosa che mi ha più colpito dell’intervista a Titti Brunetta è stata questa frase: “Non ho giocato, ero io con il mio animo, le mie passioni politiche, il mio impegno civile e i miei rapporti di affettività. Io sono Bea e porto nel cuore questa esperienza…”. Sembra una specie di brevissima ode all’autenticità. Ma è anche qualcosa di formulare, sembra quasi che Titti dica questa cosa con lo stesso mood che si ha quando si consegnano i documenti di identità a un poliziotto che li richiede: ecco, io sono io. Siamo in pieno Tronismo e, allo stesso tempo, nel cuore di un momento di verità altissimo. Il complotto del complotto è smascherato con la semplice frase: “io sono vera”. Voglio dire: questa vicenda, oltre a raccontarci di falsificazioni e algoritmi che saltano, ci rivela anche una delle fondamentali realtà del social network, ossia che, come mirabilmente spiega esemplificando David Cohn su Medium:

When I see content shared by a friend, I am not first learning about the world, I am primarily learning about my friend. Facts don’t matter. Truth does. Tim’s truth. Tim’s view of the world.

Si apre, da una ulteriore prospettiva, il grande capitolo della presunta distanza di tutto questo puffare dai fatti. Cioè: non c’è soltanto il porre in secondo piano l’effettivo accadimento, non c’è soltanto la confusione tra reale, vero e autentico; c’è anche che il telefonone, il social ecc. sono un fatto in sé ovvero cose che avvengono realmente, ma avvengono attorno a narrazioni, o quel che sono. Questi strumenti generano per definizione dei metadati rispetto alla realtà fattuale.

Anatole. vuoi dunque sottolineare vari addentellati della vicenda di cui parlavamo nella puntata scorsa con altre questioni che abbiamo trattato in quelle precedenti, a cominciare dal rapporto tra gesto di parola e fatti a cui faceva riferimento l’Economist e che Alessandro Lanni precisava, riconducendolo alla sua originaria matrice filosofica. E al contempo sottolineare che la Moglie di Brunetta (il sessismo dell’etichettatura si deve al fatto che è ormai per noi un complottema top) surfa l’onda del get real rappettaro nella chiave maccheronica del tronista, autentico, vero, non artefatto, dunque un non-complotto.

Lorenzo. sì voglio effettivamente far questo, sento che infine riusciremo anche a dire due cose sul posto che in questa ecologia occupano le bugie e i fascisti.

Anatole. Forse non siamo ancora abituati ad una situazione nella quale i fatti-fatti e i fatti che si autoproducono nel corso di una narrazione dei fatti sono parte dello stesso sistema reticolare che definisce la realtà abitabile.

Lorenzo. Va bene, e allora abituiamoci, alleniamoci a ragionarci sopra, i lanzichenecchi sono là, sulla linea dell’orizzonte, ma ci resta ancora un po’ di tempo.

Anatole. Cerchiamo ancora di distinguere tra un fatto ed un commento ai fatti, in una situazione nella quale, invece, il fatto-fatto è spesso prodotto dalla visione del mondo che lo dovrebbe commentare, secondo un ordine invertito del rapporto classico tra fatto e commento. Cioè, rendiamoci conto che è un po’ saltato questo rapporto gerarchico, col risultato che noi altri, filologi, storici, gente che vorrebbe ancora stabilire una concatenazione lineare e possibilmente gerarchica tra eventi e testimonianze, evidenze positive in genere, facciamo una gran fatica per elaborare sintesi delle quali non frega in realtà niente a nessuno. Ha ragione Cohn quando dice che «all acts center around identity creation and networking» e che «the entire news industry changed its strategy to accommodate this practice». Non stupisce che in questo contesto il metadato applicato ad un discorso diviene rapidamente dato esso stesso, anzi, a volte produce il dato, sfuggendo alle architetture di sistema controllabili.

Lorenzo. Sì, è un po’ il seguito di quello che si diceva commentando la frase di Dumbledore, in calce al lenzuolone su postverità e palllone sbagliato collegato alla riflessione sulla “guerrra di parole” che facciamo in “Da «sticazzi…» a «mecojoni!»”. A questo punto è necessario citare Vincenzo Marino e il suo “Bomberismo, troll e capre: ho cercato di capire se esiste un’alt-right italiana” uscito su Vice. Ci narra, fra le altre interessanti cose, del circuito dato-metadato scaturito dall’uscita di un video in cui alcuni nazisti facevano saluti nazisti-trumpisti durante un evento tenutosi a Washington D.C. a pochi giorni dall’elezione di Trump.

Il giorno dopo l’uscita di questo video, girato a una giornata di conferenze alt-right lo scorso sabato, hanno spiegato che i saluti nazisti non-ironici erano in realtà “effettivamente ironici”—sul serio).

Cioè questi dell’alt-right hanno detto questa cosa dell’ironia per dire che non sono nazisti, pur essendolo. La conclusione è che: “Una definizione precisa di alt-right è impossibile da stendere – sommersa com’è da strati di ironia, non-ironia e post-ironia”. il ché, a uso nostro, significa che il circuito è attivato, e stare su un “piano di realtà” significa considerarlo.

Anatole. Il conflitto in corso tra le élite e la massa può in un certo senso ridursi al fatto che la ka$ta vorrebbe mantenere il controllo della cosiddetta narrazione, mentre laggente vorrebbe il webbe libero dove può insultare chi le pare. Le élite, diciamo Iacoboni e Lotti per capirci, vorrebbero dimostrare che la massa è in realtà soltanto un transponder che replica in maniera eterodiretta le narrazioni prodotte ai rami alti del complotto, mentre laggente reclama un proprio protagonismo, una propria autenticità. Cioè, laggente dicono (l’anacoluto è ormai grammaticalizzato), noi non è che ti insultiamo a te ka$ta perché ci dicono di farlo, ma proprio perché ce fai schifo e nella Moglie di Brunetta, da questo punto di vista, troviamo un mirabile e emblematico role model. Il che ci riporta al «fact doesn’t matter» di Cohn, perché laggente non stanno parlando dei fatti, si stanno presentando, stanno reclamando un protagonismo, che il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e il giornalista de La Stampa hanno acquisito come un diritto. Il vero conflitto, se ci pensi, è qua: voi volete continuare ad essere qualcuno, mentre noi dobbiamo tornare nel nostro pallosissimo anonimato, così voi potete droppare i nomi degli altri opinion leader come voi, collusi con la finanza internazionale, durante le cene di Farinetti negli attici terrazzatissimi del centro, mentre noi non contiamo niente, perché la crisi ci ha fatto ricordare che non siamo grandi tennisti (con la racchetta di Decathlon) o avventurosi viaggiatori (low cost), come proviamo a farvi (e a farci) credere via Instagram. E qui viene su la pretesa di autenticità: non sarò Federer, ma, cazzo, sono autentico.

Lorenzo. Sì, esatto. L’esempio più drammatico è di quello che si suicida in diretta sul social network, fatto cui segue un commentario interminabile. L’esempio estremo è  invece, su FB, la pagina mai cancellata di chi muore: capita che l’algoritmo ti restituisca suoi post a qualche anno di distanza e ti mandi di fatto il messaggio che quella persona è morta, mentre il post diceva: “Oggi le emissioni di radon sono alle stelle, dormirò in macchina”. Questa cosa qui è un grande tema, che dovremmo sviluppare. In qualche forma ne ha scritto Costanza Jesurum, che di mestiere fa la psicoterapeuta junghiana, anche se forse lei non è d’accordo col fatto di averne scritto ma vabbene lo stesso e mi aspetto che si arrabbi perché l’ho citata a sproposito. Faceva l’esempio di Cosimo Pagnani:

che ammazza la moglie e ne scrive fiero e probabilmente allucinato su Facebook – e trecento persone o più esprimono il loro apprezzamento a “sei morta troia” aumentando le richieste di amicizia e commentando con vivo entusiasmo.

Nel post che cito Jesurum è impegnata a de-sociologizzare l’analisi della cosa. Facendo questo entra nei gangli di un meccanismo sul quale ragionare a fondo:

Possiamo decidere che sono tutti qualcosa – per esempio maschilisti – ma poi dobbiamo discernere i diversi possibili usi psichici di sei morta troia – che afferiranno a diverse soggettività e a diverse microculture possibili.

“Ci saranno i misogini […]”, osserva. “Ci saranno le donne che hanno una psicopatologia dell’identità di genere, e un problema doloroso con il femminile interno […]”, ma soprattutto (dal mio punto di vista) :

Ci saranno quelli che useranno l’omicida come un soggetto postmoderno ed estetico, che rappresenta il maschilismo interno, non la misoginia, essi – e credo che non siano pochi – scinderanno la realtà della morte la realtà dell’omicidio dalla frase, la annulleranno e la metteranno tra parentesi in modo da poter leggere nella frase “sei morta troia” la concretizzazione di quell’insulto che rispetti una distribuzione di poteri che si vuol e vedere nella realtà, l’uso simbolico in questo caso è leggermente diverso, perché la troia è una donna da punire in quanto libera, non da ammazzare in quanto donna. La differenza è di capitale importanza.

E infine:

Credo poi che ci siano persino certi, che abbiano assolutamente desoggettificato anche l’omicida, che l’abbiano trasformato in un giocattolo che lo abbiano come dire videogamesizzato. E credo che questo riguardi una discreta percentuale di quelli che gli hanno chiesto l’amicizia. In questo caso l’oggetto simbolico da manipolare psicologicamente non è il femminile morto, ma il maschile vivo. E il problema potrebbe essere con quel maschile vivo che su internet viene improvvisamente proposto come animale da circo, come foca che salta nel cerchio. Vediamo che cosa fa? Vediamo come si comporta? Se si pente, se si suicida, se va al gabbio se mostra i muscoli se sputa al giudice. In alcune delle reazioni a questa funesta vicenda io ho psicologicamente visto anche questo uso simbolico del misogino cioè : l’oggetto da denigrare con violenza per un problema con il proprio maschile.

Ritorniamo alla monotonia della vita del – come lo abbiamo chiamato? – microborghese promosso dal debito pubblico col telefonone sottoutilizzato ecc ecc. In sostanza nella vita non succede una mazza e a quel punto il metadato serve, eccome, per non dirsi quanto ci si sta annoiando. Si prendono questi metadati, che sono alla dovuta distanza, e ci si fa un po’ la qualsiasi: diventano dati. E, per riallacciare il nodo con la puntata precedente: più il titolo suona “mecojoni” più il metadato/dato acchiappa.

Anatole. Certo questa faccenda che menzioni dalla Moglie di Brunetta (stavolta maiuscolo in quanto Archetipo dell’Inconscio collettivo, nonché candidata a Best Complottema 2016) finiamo fino dalla Sciarelli o dalla Leosini, o da tutt’e due, scivolando dallo spoof del film di complotto a quello dell’intrigo thriller scabroso. Ma forse possiamo fermarci a metà strada con la faccenda Boldrini. Nel giorno in cui si tematizza la violenza maschile sulle donne, venerdì 25 novembre, la Presidentessa del Senato pubblica su twitter i nomi e i cognomi di un campione simbolico delle migliaia di molestatori che le rivolgono ormai da anni insulti sessisti sui social network:

 

ztabuc

 

Si tratta solo di un piccolo campione, rispetto al quale “sei morta troia” pare quasi poca cosa, in effetti, o comunque parte del medesimo orrore misogino che, come dice Jesurum, è accomunato da una comune matrice maschilista patriarcale, ma sicuramente si articolerà in diverse modalità soggettive afferenti a diverse culture (poi diremo anche ‘sticazzi, bisognerebbe soltanto internarli tutti in un campo di lavoro in Siberia a spalare uranio, ma questo attiene al campo delle soluzioni).

Lorenzo: è da notare quanto questa cosa la si sia capita, in certi contesti. Ieri mi segnalavi questo articolo molto interessante al riguardo, dal titolo: “One by One, ISIS Social Media Experts Are Killed as Result of F.B.I. Program”. Quella che l’FBI chiama “The Legion” è la ormai quasi sconfitta task force dell’ISIS che lavora(va) attorno ai social network: “a band of English-speaking computer specialists who had given a far-reaching megaphone to Islamic State propaganda and exhorted online followers to carry out attacks in the West”. La “Legione” era (e parzialmente è tuttora) in grado di ispirare attacchi da parte di persone che si collegano all’ISIS nelle forme raccontate da Jesurum. Quale altro tipo di legame aveva con l’ISIS reale la coppia di attentatori di S. Bernardino, o il camionista di Nizza, o la guardia privata di Orlando. E cosa li distingue, nel loro approccio al reale, da un ragazzetto tedesco-iraniano, soggetto a bullismi, che spara contro tutti i suoi coetanei a Monaco o a un Anders Behring Breivik? Praticamente nulla, e di certo non una genericissima e financo sbadata affinità confessionale, visto l’esito macroscopico dei loro deliri. Sono invece tutti uguali proprio nella macroscopicità della risposta che danno a loro problemi specifici, che sono i veri motori dell’azione. Per dirla con Jesurum: le loro microculture. In tutto questo l’FBI l’ha capita benissimo, questa storia, e ha proprio un programma il cui scopo è eliminare fisicamente chi – nelle fila dell’ISIS – ha la capacità di ingegnerizzare questa roba qua per poi renderla fruibile in termini di propaganda. Cioè chi è capace di trasformare un camionista, un ispettore del Dipartimento sanitario, una guardia privata in un “soldato dell’ISIS”. Al-Qaida nella Penisola Araba – in un’epoca ormai lontanissima, il 2010 – aveva dato al suo magazine online in inglese il nome Inspire. I “figli” di quell’esperienza lì hanno capito che bisogna connettere quelle ispirazioni ai microproblemi di quattro disadattati. Ora: l’FBI ha capito questo fatto. Sarà ora di capirla anche noi.

Anatole. Be’, questa l’abbiamo capita.

Lorenzo. Ok, allora andiamo avanti, sento che approfondendo il caso Boldrini, possiamo portarci un passo oltre.

Anatole. Si nota a prima vista che gli insulti sessisti sono anche contestualizzati dentro fake news, come quella dei festini e dei pompini a Smaila, per dire (ma centinaia di altre affollano i social network) o chiamano in causa razzismi demodé, come quello nei confronti degli albanesi, che non sbarcano più sulle nostre coste da quindici anni, anzi emigriamo noi da loro. Se da una parte i populismi correnti si nutrono di complottismo per collegare fatti irrelati, dall’altra scaricano merda nel discorso pubblico per fare intrattenimento a partire da spunti che, di per loro, sticazzi veramente. Potendo mischiano le due cose, come è capitato appunto con Boldrini e più e meglio ancora negli USA con la Clinton.

Lorenzo. una specie di grosso contenitore con su scritto “Boldrini” nel quale sembra legittimo sversare veleni anacronistici inoculati in cellule le cui pareti sono costruite di falsi macroscopici. Un’operazione, quella del contenitore, che rende possibile l’interazione (insultante) di individui i quali, isolatamente, non potrebbero che stare zitti. Ma non per questo non penserebbero quello che dicono.

Anatole. Dall’altra parte Trump se ne va tranquillo e beato al NYT a prenderli per il culo sul loro registro, facendo apparire i giornalisti della maggiore testata del mondo come una banda di mistificatori spocchiosi, criticoni liberal, arroganti ed elitari. Anche in questo la caratterizzazione professionale di Grillo si riscopre in maniera certo più costruita ed artefatta nella campagna elettorale del nuovo Presidente americano. Con tutta evidenza le leadership populiste non hanno interesse a rendersi immuni rispetto al discorso satirico, piuttosto mirano a rivolgerlo con forza doppia e contraria contro chi si fa beffe di loro, in considerazione del dilettantismo che portano in campi un tempo altamente professionalizzati, come quelli della cronaca e della politica.

Lorenzo. Qui sta un punto importante perché scopriamo che la sinistra non ha più neanche più la penna per opporsi a tutto ciò.

Anatole. Su questo voglio essere molto chiaro. Dopo aver teorizzato per cinquant’anni appresso a Bachtin che proprio la scatologia sarebbe l’arma con la quale il popolo combatte l’ordine costituito del potere, la sinistra non riesce ad arginare l’ondata di merda sollevata dal maremoto populista, capeggiato da istrioni, giullari o figure che ne scimmiottano le caratterizzazioni stereotipiche. In particolare soffre l’appropriazione della scatologia da parte della gente qualunque, perché la sua collezione di deiezioni scatologiche indirizzate al membro della casta è piuttosto ruvida, rabbiosa, volgare in un senso che non conserva nulla della sua etimologia e risulta piuttosto borderline col più classico fascismo.

Lorenzo. E la cosa lascia molti in uno stato di anomia profondo.

Anatole. E invece questo dato, già collegato a precisi e documentati atti di parola, era già lucidamente osservabile e commentabile un paio d’anni fa’:

Il Giullare Premiato [Dario Fo], dona al Comico con la Barba [Beppe Grillo] la scatologia magica grazie alla quale la spada in duronio dell’esercito di giocatori di ruolo acquisirà la forza necessaria a scardinare e sovvertire il potere della casta. Il Giullare premiato ha una certa età ed ha capito fino a un certissimo punto quello che sta facendo: percepisce chiaramente che il suo gesto è forse coerente rispetto al suo percorso di ricerca, ma fino a un certissimo punto rispecchia davvero le finalità originarie della sua ricerca, quando ad esempio recitava il Mistero Buffo nelle carceri di fronte ai figli del proletariato che volevano fare la rivoluzione. Cioè, in sintesi, il Giullare Premiato si è perso una decina di stagioni di Grande Fratello, dunque non ha capito che il suo tentativo di sovversione è stato riassorbito dalle forze che combatteva e rivolto proprio contro quei ceti che egli ambiva a rappresentare e promuovere, ma è normale che a una certa età si perda di aderenza al contesto.

La distanza che separa il Mistero buffo dalla scoreggia trasparente dei nostri disgraziati eroi emerge in tutta la sua chiarezza dall’ormai classica raccolta di ingiurie a Maria Novella Oppo, giornalista dell’Unità dal 1973, additata al pubblico ludibrio sulla bacheca digitale del Comico con la Barba, che, come si è detto, dà la linea. Secondo lo schema che si è provato ad illustrare, si capirà bene senza neanche andarlo a rivedere, che questo giochetto non può funzionare, primo perché Bachtin aveva ragione fino a un certissimo punto (Rabelais era un chierico, non il primo stronzo che passava in mezzo alla strada), secondo perché, sottratta allo spazio carnevalesco della sovversione, la scatologia determina un cortocircuito estetico piuttosto disturbante. Ma già che ci siamo, andiamocelo a rivedere, dai: httpv://www.youtube.com/watch?v=uKAXfZzePbM.

Lorenzo. Ricollegando questo simile caso a quello odierno, il fatto che Boldrini abbia chiesto la rimozione da FB e TW degli insulti sessisti mostra con tutta evidenza la difficoltà che la sinistra dimostra quando si tratta di interagire con la violenza populista, impropriamente mascherata da discorso satirico.

Anatole. Ed è penoso che anche persone intelligenti indulgano in questa forma di snobissima corsa alla banalizzazione suscitata dall’articolo di Repubblica che ha regalato un ulteriore momento di protagonismo a questa Maria Feliziani, che se si vergogna di essere esposta per quello che è, fa solo bene. Perché al di là dei sofismi io non capisco proprio come il cosiddetto analfabetismo digitale possa giustificare il fatto che copri di ingiurie sessiste una donna mille volte più figa di te, che può anche permettersi di essere antipatica quanto cazzo le pare. E nessuno mi toglie dalla testa che quegli insulti a Boldrini siano solo il riflesso di un’incultura patriarcale maschilista demmerda, da qualunque parte vengano. Per dire, esce oggi sul Washington Post un sondaggio commissionato dalla EU, secondo il quale circa un europeo su quattro reputa lo stupro accettabile in determinate circostanze, con punte del 55% in alcuni stati membri. Siamo così sicuri che sia un problema di analfabetismo digitale? Non sarà per caso qualcosa di più profondo e radicato nella storia della nostra cultura che tramite la rete affiora più facilmente in superficie? 

Lorenzo. Sì, è capitata una cosa molto simile nei giorni seguenti ai fatti di Gorino. Quest’ansia di dover ricomprendere Laggente Del Polesine (che si-rendeva-conto-di-aver-sbagliato) in un’epopea nazionale così rimasticata da far venire il voltastomaco, dando così una romanella di fascismo a tutti noi, E ancora prima era successo a Fermo, dove il nazista assassino di Emmanuel Chidi Namdi alla fine è diventato l’eroe definitivo della curva, da allora in poi coscientemente razzista, mentre un intero ecosistema di giornali locali gettava fango sulla vittima.

Anatole. Prendiamo un giovane del ‘92, tipo quello che figura nell’ormai celebre scrinsciotto della Boldrini, quello che vorrebbe passare un giorno con lei per mutilarla e farla soffrire prima di farla morire male. Ma veramente ce lo vogliono spacciare per una analfabeta digitale? Vive dentro al telefonino, articola tramite whatsapp, ma quale analfabeta digitale!? Magari analfabeta e basta, di sicuro uno stronzo, probabilmente una merda fascista. E se sei una donna che dai della troia handicappata, anche senza h, di sicuro hai un’alfabetizzazione precaria in assoluto ed un correlato problema di deficit culturale pure.

Lorenzo. Peraltro è facile fare l’umanizzazione dell’ingiuria sessista passando dalla signora che raccoglie le verdure nel campo e si vergogna della sua rabbia repressa (manco più, grazie ai social network). Proviamo a farla intervistando il decerebrato del ‘92 e vediamo se non viene fuori un altro discorso. Ha ragione qui Jesurum, quando dice che non si può prendere un elemento del sistema e generalizzare, perché il concetto generale va poi declinato in tutte le sottoculture dalle quali scaturisce, altrimenti santifichi la povera donna analfabeta digitale, dimenticando che per il suo insulto ne puoi contare un milione di altri che provengono da matrici completamente diverse. E da questo punto di vista è proprio il presunto “giornalismo d’inchiesta” che si trasforma in sciacallaggio, non il fatto che la vittima delle aggressioni denunci i suoi aggressori. Dunque che c’è il ragazzino che inventa bufale razziste per farsi la paghetta. Ma sappiamo anche che il giorno dopo il ritorno a casa dell’assassino Amedeo Mancini, gli ultrà del Fermo espongono questo striscione qui:

amedeo-mancini-casa

La cosa avviene dopo che – proprio a causa di questo processo che descrivi – da “razzista/fascista”, Mancini era stato “ripulito”, viste le sue origini “popolane”, per diventare un “ultrà”.  Qui la stampa aveva fatto ciò che i nazisti di Washington si erano autocostruiti. Lì entrava prepotentemente il tema della bucìa vera e propria, che viene sdoganata come elemento di verità (non siamo nazisti), la quale verità è falsa (perché in effetti sono dei nazisti). Ma, a pensarci bene, anche in questo caso siamo di fronte a una bugia strutturale e strutturante. La qual cosa, occorre ricordarla, è una costante storica del fascismo – parliamo di un mix di arroganza e di vigliaccheria, con l’attitudine a fare branco a fare da eccipiente.

Anatole. Possiamo insomma osservare, e questa è la parte che ci interessa, che, così come il culturalismo post-modern, anche la teorizzazione dei registri scatologici della letteratura popolare sia ritornata indietro tipo boomerang per colpirci dove non batte il sole. Paradossalmente, mutatis mutandis (e sperabilmente anche le mutande, considerata la natura della metafora in questione), ci si ritrova in una posizione non dissimile da quella dei militanti del cosiddetto islamismo radicale, anche se la differenza di codice è patente. I dileggiatori dilettanti, laggente che insultava Oppo e oggi ancora insulta Boldrini, sono e sempre resteranno (l’anacoluto è ormai grammaticalizzato) un branco di individui carichi di rabbia repressa, sessisti e misogini, mentre Charlie Hebdo è un giornale satirico, che ti può divertire o far schifo, con una responsabilità collettiva di carattere non solo legale, ma anche culturale. Ora, nel momento in cui il populismo corrente fa decadere la differenza tra questi due soggetti e tra i codici che sostanziano il loro agire, ecco che se non «stai allo scherzo» ti si sventola davanti che allora jesuisciarlì? Cioè, facevi tanto il difensore della libertà di espressione quando si trattava dei tuoi amici troskisti che dileggiano il pensiero religioso, mo’ che tocca a te invece sarebbe diffamazione? Il populismo dimostra da questo punto di vista la sua natura proto-fascista, mescolando i codici e cancellando le linee di confine che demarcano la differenza tra un genere espressivo e l’altro. Se non sei un comico, non stai facendo satira, stai soltanto insultando una persona. Non c’entra niente la libertà di espressione. L’autenticità del discorso scatologico ti qualifica davvero come testesso, cioè come una vera merda. Diciamo che diventi il testimonial del discorso scatologico che stai formulando, identificandoti con esso, presentandoti come la sua forma patetica.

Lorenzo. Poi è anche vero che quando il segretario FNSI dichiara alla Camera che “La rete messa a disposizione di qualsiasi cittadino può diventare un’arma letale” dice un’altra cosa ottusa. Non è un problema di rete, non è un problema di veicolo espressivo, quanto piuttosto di contenuti espressi, dei quali ci si preoccupa sempre meno per le ragioni che stiamo dicendo da mesi, che cioè c’è un prevalere del discorso mediatico, ingegneristico e sociologico quantitativo su ragionamenti di sostanza relativi a chi siamo veramente, cosa pensiamo, perché lo pensiamo e come lo diciamo. E, se valutiamo questi aspetti, ci rendiamo immediatamente conto che non possiamo ridurre tutta questa questione ad un problema di conversational divide, come fa Giovanni Boccia Altieri. Che mi significa proporre “percorsi educativi e di socializzazione” per “analfabeti digitali”? Se quelle persone avessero detto le stesse cose in contesto non digitale non le avremmo forse viste ma la gravità del loro dire non sarebbe minore. Togliendo il “digitale”, sarei d’accordo con Boccia Altieri. Parleremmo della scuola, di come farla funzionare di nuovo. Per di più all’indomani di cose terribili come Gorino o Fermo ecc., si cerca in tutti i modi possibili di mettere questa polvere sotto al tappeto e la cosa è quantomeno irresponsabile.

Anatole. Alla fine mi pare chiaro, ma è anche ovvio, che il divide digitale non può che essere parte di un più articolato discorso sul divide culturale. Non ci crederò mai che se adesso spieghiamo alla signora sessantenne come si usa facebook, allora ecco che la smette di dare della troia alla Presidentessa della Camera. Cioè, magari lo fa, ma il problema rimane, perché l’odio a quel punto represso dove cazzo lo metto? Sotto al tappeto pure quello? Da qualche parte mi salta fuori, non ci sono argini che lo tengano più. Specialmente quando i soggetti in questione sono meno apparentemente innocui e santificabili.

Lorenzo. Esatto. Ma ecco, ecco. In diretta dalla Camera dei Deputati su queste cose che diciamo noi, C’è Walter Quattrociocchi, c’è Boldrini. Anche Boccia Altieri. Be’, che dire? Qualcosa succede.

Anatole. Che se ne parli in sedi istituzionali è già qualcosa. La Boldrini dice, giustamente secondo me, che il problema non è l’odio, ma cosa ce ne vogliamo fare. L’odio non lo puoi eliminare, e di questo dobbiamo parlare in una puntata sulle emozioni che il discorso pubblico veicola, ma certo conta cosa te ne vuoi fare. Se vuoi camuffarlo da sberleffo, sperando di demistificarlo in questo modo, se vuoi cavalcarlo per vincere le elezioni, se vuoi provare a trasformarlo in un altro sentimento meglio spendibile e più costruttivo da un punto di vista della crescita delle dinamiche sociali. Di sicuro non si può parlare solo del mezzo che lo veicola, santificandolo o demonizzandolo, né profilare gli utenti inconsapevoli come fa la stampa del sensazionalismo d’inchiesta. Così rimani dentro la spirale dell’ignoranza, anzi la alimenti. Alimenti soprattutto quel protagonismo che ti fa sentire un sacco autenticamente testesso quando alzi i toni dello scontro, quando sale la temperatura del confronto, come capita nei talk show, oltre che in rete, ma anche un po’ sempre nella vita, indipendentemente dal mezzo.

Lorenzo. Sì, è necessario ritornare al punto delle emozioni, facendo tesoro di tutto questo, e con la consapevolezza che sì, ci abbiamo abbastanza preso. Il nostro scienziato di riferimento, Walter Quattrociocchi, con il suo Pandoors non andrà a caccia di fake ma di “temi sensibili”.

Anatole. La potremmo fare lunghissima, ricominciando con Lapo Elkann, massacrato per tutto il giorno da commenti omofobi, sessisti, qualunquisti, la somma dei quali dà bene la misura di cosa si possa intendere per populismo oggi.  Diciamo che a lui con la post-verità j’è annata male e chiudiamo qua?

Lorenzo. La simulazione di sequestro è troppo sgamata, almeno da Fargo in poi.

Anatole. Deve pigliare un addetto stampa che gli aggiorni le narrazioni.

Lorenzo. Che altrimenti parte il delirio scatologico.

Anatole. Ma de brutto proprio. Mettiamolo nel titolo per fare clickbaiting populista.

Lorenzo. Chi va cor zoppo…

Anatole. Ampara a zoppica’

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