Maldifiume

logo-biblioteca-viandante-orizz(La biblioteca del viandante è una nuova collana diretta da Luigi Nacci per Ediciclo. Vuole accogliere opere scritte con i piedi sulla strada e la testa nell’utopia. Non testi d’occasione, non guide, non manuali sul camminare, ma libri-progetto,  che sappiano attraversare i generi con lo stesso passo con cui attraversano la realtà. E’ in libreria il primo volume. Direttore, editore e autrice ci regalano l’incipit. E noi li ringraziamo. G.B.)

 

di Simona Baldanzi

Il fiume non sta in un barattolo

Gli italiani mettevano tutto in un barattolo” mi disse un uruguayano di oltre novantanni una calda sera di febbraio sotto il pergolato della sua bassa e spartana casa. Santino, suo nipote, spremeva limoni, triturava il ghiaccio e ci passava i margaritas. Quell’uomo anziano, alto e snello, che teneva con una mano il bracciolo di una sedia in ferro e con l’altra il bicchiere tozzo e largo, iniziò a parlarmi dei primi italiani che conobbe, quelli che emigravano e arrivavano nel Sud America. Per lui gli italiani erano quel popolo che conservava tutto: pomodori, marmellate, confetture e passate di ogni tipo. Le parole di quell’uomo erano biascicate e impastate di alcol, limone e ghiaccio, faticavo a comprenderlo, le palpebre si chiudevano in un movimento lentissimo e ogni volta definitivo, un tempo e un gesto a cui non ero abituata, eppure lo ascoltai tutta la notte.

Quando ero arrivata a Pasos de Los Toros insieme a Caterina e Pia, facevano 42 gradi. Un caldo che aveva spento tutto: rumori, odori, movimenti. Le uniche cose vere sembravamo noi, noi che spingevamo la porta aperta di casa di Santino, noi che entravamo in una casa senza chiavi, noi che avevamo il permesso di sistemarci anche se non c’era nessuno. Posati i bagagli guardammo i colori alle pareti, i libri di Mario Benedetti, i pochi mobili, le tende con disegnati le nuvole e gli uccelli. Il caldo e quella sensazione del tempo fermo non cessavano e quando con le gambe madide provammo a darci lo smalto alle unghie e il rosso si seccava prima di distenderlo, decidemmo di uscire.copertinamal

I negozi erano chiusi, le strade erano strisce roventi di asfalto e non trovavamo nessuno. Individuammo un passante, che camminava svelto per scansare il sole, lo fermammo. Ci guardò con stupore e ci disse che erano tutti al fiume. Quale fiume? El Rio Negro. Ci indicò la via, oltre la scultura del grande toro che dava il nome al paese. Facemmo una ventina di minuti a piedi sotto un cielo accecante, di quelli che paiono che neanche il sole ci sia da quanto è scoppiato ovunque. Quando arrivammo fummo inondati dal verde, da ogni tono di verde e sfumatura e densità. Un alito di vento, un gorgoglio d’acqua, una risata. Tutto si mescolava, si confondeva e si dispiegava. Donne, uomini, bambini, anziani, stavano tutti lì. In acqua o sulle rive di quel fiume verde colmo di piccole alghe che parevano ci avessero versato tutte le scorte di mate, circondato di erba, alberi, macchia. Bevevo quello che vedevo, si placava la sete e il caldo. Ricordo ogni passo verso l’acqua più alta, la freschezza sulla pelle, i brividi, gli occhi di una bambina che guardava il mio pallore dilatarsi e galleggiare.

Avevo i capelli ancora umidi e intrisi delle piccole alghe del Rio Negro, quando il nonno di Santino posò sul tavolo un guscio di tartaruga. Lo aveva trovato intatto durante l’alluvione del Rio Negro. In ogni esagono c’erano incise date e numeri. C’erano le partite, le coppe, i goal più importanti. Seguivo il suo indice rugoso e sottile. La storia di quell’uomo vissuto da calciatore professionista in Uruguay stava tutta imbastita in quel guscio donato dal fiume.

Ancora non lo sapevo, ma il primo momento in cui ho iniziato a pensare a un viaggio lento lungo l’Arno, è stato lì, su quel tavolo in Uruguay, a migliaia di chilometri di terre e mari lontano da casa. Quel Rio Negro che mi aveva accolta a quel modo, bagnata e risvegliata, mi poneva tante domande. Cosa è per me il fiume? Cosa è l’Arno? Cosa è diventato? Come è cambiato? Noi italiani che mettiamo tutto nei barattoli, che prepariamo riserve, che siamo bravi a conservare, cosa ce ne facciamo oggi del fiume? Come viviamo il fiume che passa paesi, parchi, città, che si muove vicino a ferrovie, autostrade, che sibila sotto i ponti, che divide comunità in due rive, che attrae e spaventa insieme?

Le domande aumentavano, ma io non guardavo fuori, cercavo l’intimità, la mia storia, i miei fiumi.

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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