La poesia come ape operaia. Su Fatti vivo di Chandra Livia Candiani

16 giugno 2017
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nota di Giorgio Morale

 

Silvio Perrella in un articolo su Il Mattino (19, 5, 2017) a proposito di Fatti vivo, il nuovo libro di Chandra Livia Candiani (Einaudi 2017) nota che “Chandra Livia Candiani mentre scrive è come se pregasse; i suoi sono esercizi di armonizzazione tra quel che è passeggero e quel che resta e sta ‘sopra il disordine della realtà’. Scrivere versi pregando è per lei l’infinito inseguimento degli elementi primi, come la pioggia o la sete. È il tentativo di scrutare ‘il fondo/sereno delle cose’”.

 

Anche Antonio Prete su Il manifesto (21, 5, 2017) parla della poesia di Chandra Livia Candiani come preghiera: “I versi di Chandra Livia Candiani – ho vive in me le impressioni che hanno accompagnato la lettura dei precedenti suoi libri – ospitano gli oggetti, la loro aura onirica, la loro anima, circondandoli di un sentimento del tempo e trasformandoli in presenze intime… A uno sguardo che è di stupore e di preghiera, insieme. Il mostrarsi del mondo – del suo suono, del suo furore – è accolto in una parola che è insieme accoglimento dell’esistente e interrogazione di sé… La poesia è tutta ospitalità che fa rifiorire quel che accoglie, oggetto o ricordo, presenza umana o animale”.

 

Vorrei porre in evidenza due cose che emergono da queste citazioni. Innanzitutto il rapporto tra io e mondo, per il quale le “presenze intime” diventano “sentimento del tempo” e il “mostrarsi del mondo” diventa “interrogazione di sé”. Questo ritrovare se stessi nel mondo e scoprire nel mondo quel che si ha dentro di sé è un atteggiamento che Candiani ha portato a piena evidenza ne La bambina pugile e che viene approfondito in Fatti vivo: “sono buttata in tutto ferito, / in questo solo questo mondo”. È un atteggiamento che rende il poeta accogliente e allo stesso tempo partecipe delle gioie e dei dolori del mondo e che rende la poesia “cantico” e “preghiera”. Di accoglienza del mondo e di sentimento del tempo oggi c’è molta necessità, ed è questo che rende quella di Chandra Livia Candiani una poesia di cui il nostro tempo ha bisogno. Si tratta di una accoglienza che non arretra di fronte ad alcuni aspetti in ombra della realtà, di fronte al dolore e al male del mondo: “Il dolore degli altri / non mi sta in mano / e nemmeno in gola / più che altro sta nel petto”. Perciò la poesia di Livia Candiani esprime un desiderio di “aspirare / il cielo” ma anche di “farsi terra e polvere”. Senza opporre barriere e difese: “Lasciati bruciare”.

 

In questo atteggiamento c’è anche un risvolto etico e quindi pragmatico: “L’amore è diverso / da quello che credevo, / più vicino a un’ape operaia / a un tessitore / che a un acrobata ubriaco, / più simile a un mestiere / che a un sentire”. Siamo molto lontani dall’immagine del poeta e dell’uomo come acrobata tipico delle avanguardie novecentesche. Amare è un mestiere, e accogliere implica un’azione che è quella di raccogliere quanto è violentato e disperso.

 

Come ha detto Erri De Luca nel suo intervento alla riunione nazionale di Emergency, a Genova l’1 luglio 2016, “Il mio verbo moderno è raccogliere: un raccolto di vite che non abbiamo seminato, allegato, educato”. Realizzando il significato originario del verbo dire, in greco legein cioè raccogliere, Chandra Livia Candiani con la parola raccoglie questo che “Mio mondo / chiamano / mio mondo / essere senza mondo”. Il respiro del poeta, metonimia per dire la parola, “porta brandelli di mondo”. Ecco infatti che nei suoi elenchi Chandra Livia Candiani raccoglie “Abu faccia sbriciolata” e i nomi dei bambini morti annegati nel Mediterraneo, “lo sgombero visto da un bambino” rom e l’uomo che chiede “Dammi da mangiare / dammi da bere”, e perfino gli animali privati del loro ambiente naturale: “elefante, leone, tigre, orso bruno, lince, storione…”

 

L’auspicio è che possa verificarsi per il lettore quello che nella prima sezione del libro dice Il portone: “quelli che entrano / non usciranno uguali”. E che ognuno dei lettori raccolga queste “istruzioni per farsi vivi”, perché “Di guerrieri indifesi / ha bisogno il mondo, / di sacra ira / di occhi spalancati”.

 

Poesie tratte dalla nuova raccolta di poesie di Chandra Livia Candiani, Fatti vivo (Einaudi 2017).

 

L’amore è diverso

da quello che credevo,

più vicino a un’ape operaia

a un tessitore

che a un acrobata ubriaco,

più simile a un mestiere

che a un sentire.

Io amavo

un po’ con la memoria astrale

e un po’ con giustizia poetica,

ma l’amore

è più vicino a una scienza

che a una poesia,

ha delle sue regole di risonanza

e altre di respingenza,

ha angoli di incidenza

per profili alari e luce,

ma non ha regole per il buio

e l’assenza di ali.

L’amore è molto simile

all’insonnia,

non devi soffrirla

solo ospitarla,

lasciare che ti squassi

faccia di te un sistema nervoso

senza isolamento,

una corda tesa

di strumento musicale ignoto.

Essere temi musicali

non è una vocazione

ma una disciplina di spoliazione,

è farsi ossi

limati

dalle onde

goccia che si disfa

nel galoppante mare.

*

Il dolore degli altri

non mi sta in mano

e nemmeno in gola

più che altro sta nel petto

nella sua memoria

luogo schivo

che fa stazione

che scartavetra le fughe.

*

Mentre morivo

annegata di promesse

piombate al fondale

col cemento,

mentre deglutivo mare

non pensavo,

elencavo pezzetti di bene

scrostato dalla pelle:

le ombre salvifiche

le ciglia sotto il sole deserto

le labbra bambine

al capezzale del latte.

L’angelo africano

è un baobab

ha radici.

Mentre morivo

mi prendeva una nostalgia

che rapiva via

verso le rapide nuvole

e lui

l’angelo

teneva teneva.

*

E gli uomini della volta celeste

salivano e scendevano

uno spezzava il pugnale

contro la tua roccia

uno scavava con la zappa

fino al tuo serbatoio buio

metteva alla luce i reperti

li nominava

erano blu

uno scardinava il tuo uscio

chiedevi:

Mi porti in un posto sorvegliato?”

Nessuno è invasore del paesaggio

piuttosto il paesaggio resta per loro

non si muove.

Legge interna dei dormienti

un silenzio scrive che dormi

scrive che ti alzi

scrive che voli.

Fino a qui.

Diritto marittimo

di aspettarti.

Quando una leggenda si sbriciola

gli occhi diventano sassi.

Tu ascolta il prodigioso

canta il nome

non lasciarmi in pace.

*

Dammi da mangiare

dammi da bere

dammi i soldi bui

dammi terra sotto i piedi

dammi le mani

e l’acqua per cancellarle.

 

Da dove vieni bruci.

L’acqua le mani

gli angoli acuti

per la città dei tuoi passi

ecco

spiccioli di alta e bassa marea.

Fame è misterioso

richiamo

alza e abbassa regge lascia

ti reggo mi lascio.

 

Dove sono i miei uccelli?

Dove sono i miei cervi?

Chi non canta sui rami?

Chi non salta tra i cespugli?

Dov’è il vento,

il mio pescatore di uccelli?

Dov’è il giardiniere

che sa far ridere i crisantemi

dove sono i passi freddi

delle mucche nella notte?

 

Guarda, quante mani ha la pioggia

la terra tigre d’erba sotto l’asfalto

gli inciampi nel canto degli uccelli

che scavalcano l’aria.

“Devi” dicono gli alberi

alla leggera forza che smalta il verde

nel nero del ramo in inverno,

guarda il cielo che non è di nessuno

deserto di rondini e rondini.

Mangia parole,

vive.

 

Dammi l’acqua

dammi la mano

dammi la tua parola

che siamo,

nello stesso mondo.

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