Quattro frammenti

9 aprile 2018
Pubblicato da

di Alessio Mosca

Chiromantica medica
Narrano degli uomini senza occhi, bocca o orecchie. Narrano degli uomini che non riuscivano a leggere il pensiero ma che dei pensieri riuscivano a percepire l’intensità.

Come un olfatto sviluppatissimo, come se ne sentissero l’odore nel diaframma o fin dentro le tempie.

Il loro senso era così fine che gli oggetti andavano ad alterare l’intensità della percezione, sentivano la densità del materiale attraverso cui filtrava, le forme che si frapponevano, i volumi e gli spazi, così che nella loro mente si andavano a formare figure e contorni. Narrano di come Essi, attraverso i pensieri altrui, vedessero.

Pare che i pensieri fossero così evanescenti che nessuna superficie riuscisse a schermarli del tutto, che diffondessero attraverso ogni corpo come luce da una finestra. Narrano del loro mondo trasparente, della sensazione di freddo che poteva dare una superficie piatta come il metallo e del torpore avvolgente della roccia. Il marmo con le sue venature era percepito come una dolcissima lastra di ghiaccio, l’acciaio e il ferro umidi e opachi come una spessa pellicola.

Si dice che per loro il legno fosse limpido come cristallo e che gli alberi si dispiegassero come elementi di una foresta di vetro.

Il loro essere era nella folla, sembra che il brusio di tutte quelle menti facesse sì che riuscissero a concepire un cielo, a intuire gli uccelli e le nuvole, che seguendo un pensiero fin dove andava dissolvendosi comprendessero l’orizzonte.

Narrano del buio della solitudine, di come fossero ciechi e indifesi, di come più di qualsiasi altra creatura avessero bisogno della presenza dell’altro per far luce nel loro mondo.

***

Per mantenere l’ordine decisero di scoraggiare la mascolinità. Fu proibito agli uomini di specchiarsi con il fallo eretto.

Funzionò.

***

Gli specchietti venivano piantati sulla grande tuberosità dell’omero all’incirca al secondo mese di vita quando il cervello dei bambini era al massimo della sua plasticità.

La Udvidet-Syn si raggiungeva a 12 anni. Si intendeva una coscienza espansa, una maggiore consapevolezza di se stessi nello spazio. Vedevano un universo di 202 gradi circa, era concepibile un mondo anteriore, Front e uno alle proprie spalle, Dertsyen.

I giovani amanti si sedevano schiena contro schiena e l’infinito prodotto dai due riflessi che incontrandosi si moltiplicavano, era un’emozione per la quale nemmeno loro avevano una parola.

Se uno specchietto disgraziatamente s’infrangeva non poteva essere sostituito ma chi era amato veniva accompagnato a braccetto per tutta la vita così che potesse guardare il mondo da altri specchi.

***

La mestruazione nel primo giorno di luna nuova, il dio nell’albero, la donna nel dio
La donna il cui ciclo era sincronizzato con la luna era considerata parte dell’albero. La sua schiena fusa con la corteccia, i piedi interrati fra le radici, lo sguardo rivolto al di là delle fronde, cercando di specchiarsi nell’astro, a farsi toccare dalla luce concupiscente, a indagare il mistero di quella sincronia fra carne e cielo.

Il terrore nel novilunio, la nudità, l’estasi. La donna-pianta era considerata una dea.

Gli uomini erano figli dell’albero, tutti. Privi di coscienza o pensieri, l’istinto li governava, il loro mondo di impulsi era incentrato nella cura della dea, la proteggevano dalle belve, le offrivano i frutti della foresta.

Non possedevano linguaggio e le conoscenze venivano apprese per imitazione. Era quando riposavano tutti insieme ai piedi dell’albero che un Noi affiorava, un Noi di carne e clorofilla, un misto di immagini ed emozioni, un sentimento d’esistenza.

E Noi che respiriamo col sole e abbiamo fame d’acqua, e Noi che amiamo solo lei, che a lei apparteniamo, che sogniamo tepore e paradisi pluviali.

Quando la luna era piena gli uomini possedevano l’albero e possedevano la donna in un girotondo voluttuoso che aveva fine col sorgere del sole. Fecondata da tutti e da nessuno, dopo nove mesi la dea generava e dai suoi seni sgorgava linfa con cui allattare il figlio del legno.

Le malattie veneree non erano considerate riprovevoli e venivano esibite come un dono divino. Tricchiolature agli angoli della bocca e occhi incrostati da licheni, muschi che parassitavano le loro schiene e funghi che crescevano fra i loro inguini.

Quando pioveva sulle foglie sentivano il bagnato sulla pelle, quando il freddo gelava la pianta gli uomini sentivano freddo, quando un ramo si spezzava provavano lo stesso dolore e il coro dei loro gemiti era accompagnato dal vento tra le fronde.

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One Response to Quattro frammenti

  1. Corrado Aiello il 9 aprile 2018 alle 13:00

    *Ticchiolature :)

    Interessanti e ben scritti questi frammenti. S’avverte la freschezza di un pensiero, la volontà d’azione di una penna onesta e coraggiosa. Una crescita in atto.

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