La tigre

di Filippo Polenchi

La tigre #1
Pensiamo che chiudendo i vetri e gli scuri il caldo resterà fuori. Usiamo incantesimi di buio per ripararci dall’incendio del sole. I muri devono conservare refrigerio, così ha detto il padrone. E noi rispettiamo il comando. Lavoriamo in questa conca di oscurità, scavati nella tenebra, con la luce accesa come nelle sere invernali. Chissà se oltre la fragile membrana di tenebra ricreata il sole sta fondendo il vetro. È così difficile lavorare quando c’è afa e nero. Mi muovo, penso, telefono, istruisco pratiche, inserisco stringhe di caratteri e sequenze di cifre in maniera letargica, come un transito di sonnambuli; il sogno vuol catturarmi. Man mano che ci avviciniamo al pomeriggio il sogno mi benda gli occhi, le immagini che sono abituato a vedere mutano a scatti, in rapido montaggio. Allora mi scuoto, mi alzo dalla sedia, faccio un giro intorno alla scrivania e vado in bagno: lì mi seggo sulla tazza e chiudo gli occhi, sperando di non addormentarmi. Quando torno in postazione rivolgo lo sguardo al divano dove accogliamo i professori: la tigre è sempre lì.

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La tigre #2
Tornavo dalla pausa pranzo e camminavo per i viuzzi. In fondo alla stradella c’era la tigre. Era a circa cento metri di distanza, in corrispondenza del viadotto. Sopra le auto muggivano negli strappi di suoni che smuovevano. Nessuno degli automobilisti naturalmente avrebbe potuto vedere la tigre. Era una visione maestosa; anche se così distante si distingueva il corpo perfettamente scolpito, con le scapole sporgenti dove le zampe attaccavano al torso; era composta da sezioni di anelli bianchi e neri intorno al pelo fulvo. Stava immobile, di profilo, con le orecchie ridicolmente arrotondate, piccole, orecchie da peluche. Ho fatto qualche passo nella sua direzione e la tigre si è messa in movimento. Non sembrava andarsene, né però attaccarmi. Misurava i suoi passi lenti quasi su una linea immaginaria nell’asfalto. I cespi di rovi, le frasche selvagge e verdi, le lunghe liane delle acacie, con i loro pungiglioni abbeverati nel veleno, ramificavano tutto intorno al cemento del viadotto. Quella vegetazione era stata comandata dalla morte stessa, per rubare il più possibile materiali alla costruzione. La tigre emergeva dallo spazio di quella cornice di calcestruzzo ed erbaccia. A vederla sembrava appartenere a un unico volume insieme al quadro che la racchiudeva. Così le sono passato accanto: c’è voluto poco. Lei mi ha guardato, ma io ho tirato dritto per la mia strada. Così lei, dopo qualche passo, ha preso a seguirmi.

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La tigre #3
Le cornici degli scuri lampeggiano del residuo della canicola. Il vetro, di là, sarà tornato sabbia? Il mondo esisterà ancora o si sarà incendiato e liquefatto? Oceani di vetro fuso staranno ustionando terribilmente la Terra? Fuori penso che ci sarà una brezza leggera contro il sole aranciato del pomeriggio. Il cielo sarà terso. Ma forse è solo un’illusione del ventilatore, una brezza artificiale. La tigre è qui con me. Oscilla intorno alla mia scrivania, quasi incorporea se non fosse per il portapenne che sobbalza a ogni suo passo. Questa creatura può essere veloce e letale; ha una precisa determinazione che risponde a una sola urgenza del sangue. Non ha pietà, non ha coscienza della morte, né della propria né di quella altrui. È un meccanismo biologico che la natura ha levigato millennio dopo millennio perché fosse più letale, più determinato, più performante. Leggo la lettera di una persona che propone a me il suo romanzo. Questo scrittore sta proponendo il suo libro a tutti coloro che lavorano nel settore e a tutti quelli che racimola sui social. Do un’occhiata oltre il tavolo e lei è sempre lì. Sgraffierà il tappeto con gli artigli? Ad ogni modo non mi disturba. Anzi. La tigre è quieta; io sono quieto.

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La tigre #4
Non sapevo cosa dire. Ero paralizzato dalle scelte. Tutto accadeva nella mia testa e davanti a me i colleghi rispondevano al telefono. C’era anche la tigre. Di tanto in tanto lei appariva sulla soglia, come nell’intervallo di un diaframma. Pensavo a tutte le tesi. Poi alle antitesi. Ero stanco e il telefono squillava. Lo schermo del computer riluceva davanti ai miei occhi. Vedevo la tigre che compariva sull’uscio. La tigre aveva un’intelligenza biologicamente superiore, affilata come i suoi artigli. La perfetta natura del suo cervello la rendeva efficiente e sapiente. Interrogavo quell’intelligenza dalla scrivania e mi sentivo sempre più ottuso, sordo e chiuso nell’oscurità del mio dolore. Il telefono squillava. Sullo schermo ogni click cancellava un’immagine e ne verificava un’altra. Qualunque scelta sarebbe stata insufficiente. Sentii un ruggito provenire dall’altra stanza e naturalmente sapevo che era stata la tigre; così alzai la cornetta e composi il numero del fornitore.

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La tigre #5
Da qualche ora non trovo più la tigre. Il giorno continua a scolorare nel bagno di candeggina. Il mondo evapora per sovraesposizione. La aiuole del giardino scoppiano in uno sfrigolio istantaneo. La strada, il rombo dei TIR, il raccordo autostradale, la luce accecante essa stessa nella materia iper-trasparente sta scomparendo con il battito di un ciglio. La tigre è scomparsa? Anche lei si è arrostita e istantaneamente dissolta? Nella luce accecante non distinguo niente: né voci né volti. Mi metto in cammino. Vado nel bagno, scendo le scale, fingo di recuperare una bottiglia d’acqua per ritrovarla. Ma non c’è traccia di lei. Ho paura a scrutare un’ombra dentro tutto questo bianco.

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La tigre #6
Un pomeriggio, d’estate, entrammo nel bosco. Le mostrai dove facevamo il bagno da ragazzini, nelle pozze gelide del fiume. Poi distendemmo la coperta su un prato. Il sole era temperato e la brezza ricordava le infanzie del sogno. Questo accadeva un paio di anni fa; l’estate non era calda. Avevo appena perduto un lavoro, ma non ero triste. Il lavoro era stato così depressivo che ne fummo sollevati. Tutto aveva ancora da succedere. Sto raccontando tutto alla tigre e naturalmente nessuno ci ascolta.

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La tigre #7
La tigre ha mangiato un cane oggi ed era il cane della padrona. Tutti noi ci aspettavamo di vederlo trascorrere una giornata come le altre: avrebbe scodinzolato al padrone, avrebbe annusato le particelle acide emanate dai nostri corpi e si sarebbe svuotato le viscere con la solita baldanza, al centro del corridoio. Per noi sarebbe stato oltraggioso, ma per il cane perfettamente normale. La tigre stava sul divano, come gli altri giorni. Ma oggi ha sbranato il cane con poche mosse ben precise. La tigre era perfetta nella sua ginnastica di morte. Ha tenuto fede alla promessa del suo sangue, al meccanismo della sua natura, alla fredda e cieca determinazione di essere un predatore fatale e invincibile. Si è guadagnata un certo rispetto anche fra chi la vedeva in azione la prima volta. Poi, lentamente, tutto è tornato alla normalità. Nel corridoio quello che restava del massacro era una pozzanghera con frattaglie e sangue. Per un po’ è rimasto il suono atroce di tendini strappati come corde di una chitarra slabbrata; carne cruda dilaniata dalla sua sede d’osso; le budella indagate per un vaticinio osceno. Tuttavia il lavoro è tornato regolare in pochi minuti e non certo per indifferenza nei confronti della mattanza, ma perché tutti gli impiegati erano vincolati a farlo. E perché il lavoro non può essere rimandato a lungo: a un certo punto va semplicemente sbrigato. Questa è la realtà. Domani il lavoro proseguirà. Senza il cane che annusa le caviglie delle scrivanie.

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La tigre #8
Avevo gli occhi aperti sul cuscino e poi li ho chiusi. Ho pensato all’ultimo pensiero che avevo pensato e sono tornato indietro. Qual era il primo? Nell’ombra degli occhi chiusi sentivo una sonagliera di spiccioli. Poi ho trovato il pensiero, era in alto. Letteralmente era un trattino posto in alto, in un angolo di quella piramide oscura. Mi sono chiesto cosa ci facesse lassù e ho immaginato la tigre che, per farmi un favore, mordicchiava pezzo dopo pezzo quella matita di pensiero per accorciarla e farmela toccare.

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