Poesia e conflitto, conversazione con Fabrizio Bajec

[Pubblichiamo la prima di una serie d’interviste sul tema poesia & politica realizzate per la rivista “Atelier”. Questa è tratta dal n.95, settembre 2019.]

A cura di Stefano Modeo

Perché si butta a mare la cultura come fosse zavorra (vale a dire quel tanto di cultura che ci è rimasto), perché la vita di milioni di uomini, della maggior parte degli uomini, è stata così immiserita, spogliata e in parte o del tutto annientata? Alcuni di noi hanno una risposta a questa domanda. Rispondono così: per brutalità. […]

Quanti rispondono così sanno naturalmente che una risposta simile fa poca strada. E sentono da soli che alla brutalità non si può conferire l’aspetto di una forza bestiale, di invincibili potenze infernali.

Parlano quindi di imperfetta educazione della stirpe umana. Qualcosa che è stato trascurato o che, nella fretta, non è stato compiuto. È necessario recuperarlo.         

Alla brutalità dobbiamo opporre il bene. Dobbiamo fare appello alle grandi parole, allo scongiuro che già altre volte è stato utile, ai concetti intramontabili – l’amore per la libertà, la dignità, la giustizia – la cui efficacia è storicamente garantita. Ed eccoli pronunciare il grande scongiuro. Che cosa succede? All’accusa di essere brutale, il fascismo risponde con il fanatico elogio della brutalità. Imputato di essere fanatico, risponde con l’elogio del fanatismo. Convinto di lesa ragione, mette allegramente sotto processo la ragione medesima. E poi anche il fascismo trova che l’educazione è stata imperfetta. Si ripromette grandi cose dalla possibilità di influenzare le menti e di rafforzare i cuori… Alla brutalità dei suoi sotterranei adibiti alla tortura aggiunge quella delle scuole, dei giornali, dei teatri. Educa tutta la nazione e tutto il giorno. Non ha molto da offrire alla grande maggioranza, quindi ha molto da educare. Non dà da mangiare e quindi deve educare all’autodisciplina. Non può metter ordine nella sua produzione e ha bisogno di guerre: deve quindi educare al coraggio fisico. Ha bisogno di vittime e quindi deve educare al sacrificio. Anche questi sono ideali, mete richieste agli uomini; e alcuni di questi persino alti ideali, alte mete. Ora, noi sappiamo bene a che cosa servono questi ideali, chi è che educa e a chi quella educazione debba servire: non a coloro che sono stati educati.

E i nostri ideali? Anche quelli di noi che nella brutalità, nella barbarie, scorgono il male maggiore parlano, come abbiamo veduto, soltanto di educazione, soltanto di interventi sullo spirito, comunque, di nessun altro genere di interventi. Parlano di educazione al bene.

Ma il bene non verrà dall’esigenza di bene, di bene in qualsiasi circostanza, persino nelle peggiori circostanze, così come la brutalità non è venuta dalla brutalità.

 

Bertolt Brecht, intervento al I Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura.

 

S.M. : Mi interessa partire, per questa conversazione, da queste parole di Brecht. Nei tuoi lavori, penso soprattutto all’ultimo, La collaborazione (Marcos y Marcos 2018), ma anche ad un tuo recente poema inedito, apparso su Le parole e le cose[2], esiste ed insiste una descrizione lucida della brutalità con la quale siamo chiamati quotidianamente a collaborare. Ti chiederei dunque cosa rappresenta nella tua poetica questa parola, se la poesia è un tuo personale strumento per esorcizzarla e se, secondo te, descriverne le varie manifestazioni ha una funzione sociale.

F.B.: Leggendo la lunga citazione di Brecht ho avuto fino alla fine l’impressione di trovarmi in presenza di uno sfogo di un qualche moralista di oggi. Poi mi son detto: non è possibile che qualcuno parli così oggi! Mentre invece la descrizione della cultura buttata al mare e dell’educazione deformante, educazione alla violenza e volta ad ingoiare di tutto, quella purtroppo è modernissima. Credo che tocchi perfino l’università. Ti rispondo senza troppo riflettere con alcuni dati sulla scuola in Francia e poi entrerò nel merito della parola brutalità rispetto a quanto ho scritto in versi. Di recente, è in atto una riforma della scuola. E’ anche una questione di spazio, di riempire le classi, dimezzarne altre, e di far perdere quel po’ di autonomia che avevano i docenti. Io non insegno nel sistema scolastico dell’educazione nazionale, ma sono comunque inorridito. La brutalità sta nel parlare, per esempio, di bandire dai programmi del liceo lo studio di due pensatori importanti come Marx e Freud. Strano, no?La brutalità è limitare la libertà di espressione dei professori che ora non avranno il diritto di condividere una visione del mondo diversa da quella del loro Presidente, diversa da quella del ministro dell’educazione. Per queste divergenze sono previste delle penalità. So che avete avuto anche in Italia una storia non dissimile, con una docente mandata via dal suo posto di lavoro per aver trattato in modo non neutro il tema del fascismo. La brutalità è quando una classe che ha deciso di scioperare viene messa in ginocchio fuori dal perimetro della scuola e la polizia si vanta di tenerla come si deve, le mani dietro alla nuca, in perfetto silenzio, solo perché i liceali erano agghiacciati. Tanto che adesso ritroviamo alle manifestazioni quel gesto di mettersi in ginocchio con le mani dietro alla nuca, come una forma di protesta contro le forze dell’ordine. Suona come un monito che dice: non dimentichiamo. E’ quindi già senza volerlo una pagina di storia del fascismo. Fa pensare al Cile di Pinochet. E infatti alcuni attivisti hanno creato un fotomontaggio di quella giunta militare con le teste dei membri del governo. La brutalità è mandare in questura degli alunni delle scuole medie perché hanno osato scrivere su un cartello, fuori dal loro istituto, “Macron, dimettiti!”. Alcuni ragazzi sono rimasti dentro più di ventiquattr’ore. Era chiaro l’intento di spaventarli una volta per tutte, facendoli sentire dei criminali. Potrei andare avanti con pratiche simili riservate a giornalisti indipendenti, messi al gabbio, umiliati, insultati, molestati, privati del loro strumento di lavoro e poi liberati senza un briciolo di scuse.  Se in Francia si è registrato, in questi ultimi sette mesi, il più alto tasso di violenza repressiva che la popolazione abbia subìto in tempi di contestazioni sociali dall’epoca della Guerra in Algeria, bisogna fare la distinzione tra violenza e brutalità. La violenza è ovunque, in ogni campo, a più livelli e gradi di intensità. Hannah Arendt diceva che è compito dello Stato gestirla, regolarla, smorzarla, ridurla, o invece farla salire. Per questo esiste il dispositivo dello stato di eccezione; misure che riducono per un periodo determinato le libertà individuali e si aprono i controlli a raffica, in qualsiasi momento della giornata. Così sono state perquisite le sedi di alcuni partiti politici, o hanno messo a soqquadro gli appartamenti di gruppi anarchici, senza trovare nulla di compromettente. Lo si fa quando il paese è di fronte a una minaccia terroristica.  Lo si faceva appunto ai tempi del conflitto con l’Algeria. Con la brutalità si sale di una tacca. E’ violenza gratuita volta ad istruire/educare chi la subisce. La brutalità ha un messaggio. La brigata che mette in ginocchio una scolaresca perché qualche studente ha incendiato un secchione dell’immondizia durante una manifestazione contro la riforma della scuola ha la precisa funzione di lasciare un segno. Nella periferia di Parigi questi episodi non sono rari, ma di solito la vittima è una sola persona, al massimo due. Quindi prima la cosa non faceva molto rumore.

E ora veniamo alla poesia. La brutalità è un materiale come un altro, mi verrebbe da rispondere. E’ più infiammabile perché si spinge oltre il limite di decenza consentito. Viene sfruttato dai media per attirare l’attenzione degli spettatori. Dentro una poesia, invece, non sono sicuro che possa attirare molta gente. Non mi pare di strumentalizzarla, né di riuscire tuttavia ad esorcizzarla. Vorrei scrivere poesie d’amore, e invece mi escono queste, che non sono semplici descrizioni, ma tableaux vivants, esperienze in movimento, correnti o scariche elettriche. E’ cioè la scena che prende la parola. E’ falsa, a posteriori, come lo sarebbe in una pagina di romanzo, e allo stesso tempo del tutto vera. Eppure una volta pensavo di poter operare similmente con le poesie d’amore, come quelle presenti nella raccolta La cura(2015). L’unica conseguenza sociale che queste rappresentazioni della brutalità hanno provocato consiste nel fatto che due o tre persone mi hanno scritto in privato, dopo avermi letto, per  ringraziarmi di aver detto qualcosa che loro da troppo tempo volevano esprimere con dolore. Perché non se ne poteva più di questo silenzio. Ma in realtà, giornali e siti di informazione non hanno mai smesso di occuparsi dei danni materiali. Quindi che diavolo ha fatto la poesia? Forse non ha strumentalizzato certe immagini. Ha creato un silenzio attorno alla brutalità. Ha tolto l’audio. E come al cinema, se tolgono l’audio per un momento, sentiamo meglio il nostro corpo, come sta affrontando la scena.

 

 

S.M.: A proposito di quello che racconti circa i fatti francesi degli ultimi tempi, mi riferisco al movimento dei gilets jaunes e alle mobilitazioni di piazza del 2018 e del 2019, come si pongono gli scrittori, in particolar modo i poeti, rispetto a quello che accade? E più in generale ci sono poeti contemporanei francesi che segui con attenzione? Credi che questi movimenti siano carburante per una poesia politica?

 

F.B.:Direi che in Francia, nell’ultimo anno, abbiamo assistito ad un movimento periferico, giunto dalle province e che si è concentrato (cosa inedita) non sulle piazze, bensì sulle rotatorie, all’ingresso delle città, dei piccoli centri, e poi nelle strade delle grandi città, preferibilmente il sabato, ed eccezionalmente la domenica. Quindi si è passati dalla piazza (i movimenti della primavera araba, greca, spagnola, e francese, tra il 2011 e il 2016) agli incroci. E’ sintomatico, perché i movimenti di piazza hanno fallito lasciandosi circondare. Questo movimento invece non voleva essere accerchiato. Che stia fallendo lo stesso? Non lo so… Ma si è mostrato di certo più duraturo e aggressivo. Ha avuto anche dei tentativi di emulazione in vari paesi del Sud del mondo, in Medio Oriente, nell’Europa dell’est. Dal Messico e dall’Argentina è arrivata una grande solidarietà. E i poeti in tutto ciò? Non mi sembra che abbiamo reagito in modo costruttivo. Certo, la letteratura ha tempi lunghi. E bisognerà seguire nei prossimi mesi e anni cosa questo movimento ha lasciato loro. Comunque, all’ultimo Mercato della poesia di Parigi, il pubblico ha guardato con imbarazzo i pochi gilet gialli intervenuti per fare volantinaggio e dire che amavano la poesia e la letteratura. Qualcuno ha anche chiesto: « che c’entrano loro con noi? » Come se si trattasse di animali o piccioni atterrati per sbaglio dentro un negozio. Per fortuna sono i saggisti che hanno risposto per primi, sebbene con un po’ di ritardo, un ritardo tipico di tutta l’intellighenzia che ha snobbato il movimento e che diffidava delle azioni svolte in strada (blocchi, sommosse). Il filosofo Alain Badiou ha detto la sua, muovendo grossi dubbi sulla strategia adottata e la composizione dei gilet gialli .Al contrario, Frédéric Lordon (economista e filosofo) è praticamente sceso in piazza con un megafono, come già tre anni prima. C’è stato anche qualche intervento tardivo da parte di due o tre romanzieri che hanno scritto pamphlet o articoli in difesa del movimento. Erano stati comunque più svelti un anno fa, per sostenere gli scioperi dei ferrovieri contro la funesta riforma della SNCF, che ora si apre alla concorrenza dei privati. Altra battaglia persa; quando perfino gli inglesi ci avevano sconsigliato di liberalizzare i trasporti ferroviari! Bisogna leggere il piccolo saggio di Danièle Sallenave (Jojo le gilet jaune) per avere un’idea sulla difesa della dignità cittadina che sta venendo fuori. Ma esistono vari librini o libroni sul fenomeno dei gilet gialli, che qui è ormai entrato nella Storia, possiamo dirlo, perfino nelle enciclopedie più commerciali. Ma per tornare ai poeti, la questione è più complessa. Non hanno reagito (tolta qualche eccezione,sui siti di estrema sinistra), perché in generale diffidano della poesia engagé. Infatti non si trovano libri di versi che diano conto degli ultimi movimenti sociali o di questioni politiche. La poesia sperimentale (dell’estremo-contemporaneo, come è stata definita da alcuni specialisti) si è occupata di registrare posizioni di rivolta o di forte contestazione sociale, senza realismo. E’ un vecchio retaggio delle neoavanguardie, che qui vanno ancora per la maggiore. E’ un filone molto seguito, anche editorialmente parlando. Un paio di esempi emblematici: Jean-Marie Gleize (1946), influenzato da Denis Roche (1937-2015), attento a questioni teoriche sulla poesia, autore di saggi , editore e redattore di una rivista di poesia di ricerca. Ha pubblicato raccolte di “prosa in prosa”, una poesia fredda, interessata all’aspetto letterale del testo, dura, volentieri sensibile alla natura, ma con l’ossessione della fotografia come modello alternativo. L’altro è sempre un poeta sperimentale che usa la tecnica cara agli oggettivisti americani e a William S. Borroughts (senza innovare particolarmente il genere) per  realizzare montaggi di articoli su Gaza, il ciclone Katrina, Guantanamo ecc. Si chiama Franck Smith (1968) e avverte il lettore che non c’è una sola parola che gli appartenga in questi libri… Ma stavo per dimenticare Nathalie Quintane, la quale sceglie non più la poesia, ma il racconto per restituire la complessità e la brutalità dei conflitti sociali tra il 2016 e il 2018. Un oeil en moins (Un occhio in meno) è davvero un libro politico e di alto livello letterario. Detto ciò, ho smesso di seguire i poeti francesi con particolare attenzione! Nella loro riluttanza rispetto alla dimensione sociale della poesia, io avverto quasi una forma di disgusto per chi si azzarda a trattare di questi temi. Come se fosse roba di altri tempi o semplicemente troppo volgare per finire in versi. Una volta un poeta molto intelligente mi ha detto che tanto, dopo il percorso di Louis Aragon tra le due guerre, non si poteva fare di più. Inutile provarci. Il catalano Gabriel Ferrater diceva che Aragon aveva scritto qualche buona poesia in guerra, ma servivano proprio tutti quei morti per stimolarlo? I poeti hanno scritto sotto la resistenza, negli anni 40, e poi una decina di anni più tardi, durante la guerra in Algeria. Sentivano di dover prendere la parola in pubblico. Oggi ritengono che sarebbe ridondante farlo,ma anche solo scrivere della chiusura delle fabbriche  o dei feriti alle manifestazioni è visto come un atto futile. Chi ci prova è guardato come fosse un imbecille. Questo è il contesto in cui nasce La collaboration, il mio terzo libro in francese, poi tradotto in italiano. Questo è il carburante che hanno trovato i poeti per tacere. Ho l’impressione che i primi ad avere un’idea borghese della poesia siano i poeti. La letteratura in prosa lo è molto meno: basti guardare a certa fantascienza distopica, o al coraggio dei saggisti.

 

S.M.: In Italia, tornando al discorso sulla brutalità, non ci sono molti poeti che provano a fare i conti con il presente in questi termini, almeno in versi. Fuori da questi invece, esiste un dibattito piuttosto attento a qual è il rapporto moderno tra poesia e società. Anche qui, pensi che questi possano essere i prodromi per una poesia che riattivi l’audio ad un cinema muto?

 

F.B.: A me pare che in molti si occupino del presente. Ma chi di loro percepisce la brutalità? Ed è poi portato a parlarne? Non lo so. E’ difficile rispondere senza generalizzare. Ma poi, la brutalità si esprime allo stesso modo in Italia? Mi viene in mente un solo titolo che funziona un po’ come il nome di una pietanza scritto in un menù: Coordinate per la crudeltà (2018), di Fabrizio Lombardo. Una volta ordinato il piatto, ci troviamo davvero di fronte a una porzione di crudeltà? Verso la fine del libro c’è una poesia che fa pensare ai magazzini agghiaccianti di Amazon, in cui gli impiegati vengono trattati in modo inumano. La domanda è: una volta fatto due più due, ossia una volta associato quel magazzino della poesia al mastodonte americano che fa chiudere i piccoli librai e considera i suoi dipendenti come macchine, riusciremo davvero a boicottarlo in massa? Tu osservi giustamente che più che scrivere di questioni sociali (e societali), si dibatte tra poeti sul rapporto moderno tra poesia e società. Che basti dibattere di ciò per stimolare qualche partecipante a rendere conto in versi delle tensioni che attraversano la società italiana?  Credo che accada il contrario, se penso che Umberto Fiori è stato invitato ad un colloquio del genere. E’ accaduto prima o dopo l’uscita del suo ultimo libro, Il conoscente ? Ma ecco un lavoro attraversato dalle tensioni sociali, anche se non sono quelle di oggi. Capita che si faccia i conti col proprio passato, a diversi decenni di distanza. Per altro, quelle tensioni  sono rappresentate in modo molto fine. Fiori ha sempre dipinto la realtà dei rapporti urbani come un’aggressione permanente, sulla base di irrimediabili fraintendimenti tra interlocutori che non si conoscono. Quella è violenza, non brutalità. Ed è estremamente interessante. Non ha bisogno che si tolga l’audio. Ha una sua musica: ripetitiva, eppure mai noiosa.  Anche La pura superficie, di Guido Mazzoni, è gremito di realtà inquietanti, di gente che non può capirsi (mi viene in mente la prosa su Genova 01). Lo ritengo un libro importante sotto il profilo antropologico, non lontano, in teoria, dal modus operandi di J-M Gleize, ma senza neo-avanguardismi e neppure le credenze che animano tutto sommato ancora il poeta francese . C’è però un’impasse in quella raccolta, e mi chiedo come l’autore ne verrà fuori nel prossimo lavoro,  perché il rischio grosso è di finire soffocati dalla tesi o dal dogma.

 

S.M.:  Avviandoci verso la conclusione, il tema centrale di questa conversazione è, o dovrebbe essere, il conflitto. Per questo ti chiedo cos’è il conflitto nella tua poesia e nella tua lingua e da cosa è rappresentato o generato?

Ti saluto con un tuo poema presente ne La collaborazione, L’ora della rappresaglia, il quale recita questi versi finali che si rivolgono a chi collabora, a noi tutti, lavoratori, precari etc.:

 

Tutte le storie che assorbo gli attacchi indiretti

mi accomunano a loro e a parte l’orrore

che la Rete mi suscita intravedo l’unione

di migliaia di mani e teste pronte ad agire

Immaginate una rivolta negli anni venti

se ognuno per difendersi avesse gli strumenti

Comincio a sognare il metodo un altro regime

democratico oh voi che ne respirate l’aria

lottate battetevi anche senza vittoria

 

F.B.:  Non posso ignorare il fatto che in ogni tua domanda c’è il tentativo, paziente ma ostinato, di riportarmi sempre verso un campo di battaglia, e ora cercare di farmi chiudere in bellezza con un lieto fine. Questo che citi qui sopra dovrebbe essere un atto conclusivo in cui o si vince o si perde. L’ultimo verso suggerirebbe che in caso di sconfitta, non ci si potrà accusare di  non averci provato. E ciò mi riporta a Brecht, col quale hai voluto aprire questa conversazione. Non era proprio lui a dire: « Chi combatte può perdere, ma chi non combatte ha già perso »?  Ci troviamo allo stesso punto. Gli indifferenti sono complici di chi sta facendo girare la Macchina infernale senza conducente. La Macchina corre, va sempre dritta. Sappiamo che tra non molto andrà a sbattere contro un muro, ma nessuno si alza. Ci sono complici coscienti e altri inconsapevoli di questa corsa verso l’autodistruzione. Possiamo scegliere ogni giorno, ogni mattina di opporre resistenza o meno. A volte sono tentato di aprire il finestrino e scaraventarmi giù per un pendio. Sarebbe come uscire dal gioco, ritirarmi per non essere più raggiungibile. Anni fa ho creduto fosse possibile. Altre volte vorrei che prendessimo il volante, almeno in due. Ma purtroppo c’è un pilota automatico. Tutto è stato programmato così bene, un piano tessuto a dovere. Allora bisogna sfasciare il congegno. All’origine c’è la sopraffazione, la dominazione. Ogni era ha conosciuto rapporti di  dominazione, tra una minoranza ben organizzata, credibile, con un potere forte, e una maggioranza disorganizzata, sprovvista delle stesse armi. I primi facevano camminare i secondi tirando le redini. E’ così dalla notte dei tempi. Però la Macchina ha cambiato nome, da un paio di secoli, e abbiamo capito che per andare avanti deve distruggere e travolgere molte persone sul suo passaggio. Io quando ero piccolo trovavo nel bagno di casa piccole pile della rivista “Capital”. Sulle copertine c’erano sempre signori sorridenti in giacca e cravatta, e i titoli promettevano cose buone per i vincenti. Tutto è cominciato così. Dal padre. Uno psicoanalista direbbe subito che la rabbia nasce e si esaurisce lì. Un conflitto con l’autorità paterna? Rifiuto del modello proposto, perché poco sensibile? Ma a quarant’anni passati deve esserci pure qualcos’altro fuori che non va. Magari ci si è trovati in una serie di circostanze che fanno agire, e quindi c’è una scoperta attraverso l’azione. Questo ci struttura. Si scopre di non essere d’accordo sulle questioni di fondo, nonostante tutto portava ad essere educati in un certo modo, a casa, a scuola, all’università, al supermercato. Se l’essere umano è incorreggibile, allora anche il sistema che abbiamo accompagnato e dentro il quale siamo nati è irriformabile. Chi oggi lo chiama neo-liberalismo sbaglia solo perché crede che regolando un po’ i flussi finanziari, tassando un po’ le multinazionali, costringendo le banche a separare le sue operazioni, a delimitarle bene, tutto andrà meglio. E’ la sopraffazione il problema, e la corrente filosofico-cultural-economica  che lo legittima. C’è uno scarto che bisogna operare, ed ha a che fare con una dimensione spirituale, soprattutto in tempi di catastrofe ambientale in atto.  Già. Questa dimensione l’abbiamo evacuata. La poesia è un’arte povera. Se continuo a lasciarmi sedurre da questo linguaggio,  è che la poesia ha bisogno di sobrietà, controllo, silenzio, discrezione, e decrescita. Tutto il contrario di ciò che ci hanno insegnato a desiderare.  Per questo la poesia sta fuori dal gioco, e chi la scrive può stare alternativamente con un piede dentro il grande gioco e un piede fuori. Può insomma fare il famoso passo laterale e vedere quanto è ingannevole la promessa del bene comune come somma degli egoismi e delle azioni interessate; insomma, ciò che hanno fatto dire ad Adam Smith. Per me è una spina nel piede. Per cui il conflitto è un modo per togliersela o non sentirla, bisogna scalciare. Tanto la direzione è chiara: in alto a destra e anche a sinistra! Non so se questo conflitto si senta anche nella lingua che uso: la traduzione, anche quando scrivo direttamente in italiano oppure in francese. C’è sempre una traslazione, un passaggio, da una riva all’altra. A volte per me questo passaggio è impercettibile, sottilissimo. Un suono, due lingue e nessuna terra che sia una vera casa. Per cui, continuo a cercare.

 

 

 

Poema della fame – http://www.leparoleelecose.it/?p=35820

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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  7 comments for “Poesia e conflitto, conversazione con Fabrizio Bajec

  1. 21 Novembre 2019 at 12:32

    La citazione di Brecht, riferita alla brutalità dello stato totalitario nazista, accostata alla “brutalità” delle riforme scolastiche. La Francia di Macron paragonata al Cile di Pinochet.
    Se si è privo di senso delle proporzioni, meglio lasciar perdere le arti. Qualsiasi arte, dalla pittura alla poesia.

  2. Andrea Inglese
    21 Novembre 2019 at 14:23

    In che manuale di belle arti l’hai trovato scritto?

    • 21 Novembre 2019 at 20:31

      Inglese, non ho intenzione di discutere di estetica o teoria delle arti, non so nemmeno se ne sarei capace. La mia frecciatina è ovviamente rivolta allo specifico politico di certa poesia, alle iperboli sceme, all’estremismo verbale, alla stupidità – un tempo mortifera, oggi solo patetica – di chi non distingue il fascismo da una democrazia così così, nella quale peraltro le vostre ricerche poetiche o politiche sono, mi pare, ben sovvenzionate dallo Stato.
      Bonne soirée.

      • Andrea Inglese
        21 Novembre 2019 at 22:26

        Infatti, se discussione c’era, riguardava l’analisi (condivisibile o meno) del concetto di brutalità poliziesca applicata nello specifico al caso francese, almeno dal dicembre del 2018, data di nascita del movimento gilet gialli. Questo mi sembrava il succo della risposta di Bajec (il richiamo a Pinochet, invece, occupa in tutto una frase). Per concludere sulla seconda frecciatina finale sulle “nostre” (?) ricerche poetiche o politiche sovvenzionate dalla Stato. Hai tu notizie che io non ho su sovvenzioni a me indirizzate che giacciono non ancora riscosse? L’ultima e per ora unica volta che mi trovai in una situazione del genere (soldi in cambio di poesia e attività pedagogiche) risale a dieci anni fa esatti. Fu un momento fasto, non lo nego. Grazie ovviamente alla Francia. Quanto a Bajec, a lui di rispondere se ne avrà voglia sulle “sue” sovvenzioni…

  3. Fabrizio Bajec
    21 Novembre 2019 at 22:33

    Io credo che lei non saprebbe nemmeno discutere di politica su questo preciso punto, se presume davvero che non sappiamo fare la distizione tra un regime e l’altro. Non andremmo molto lontano a discutere. La differenza è che io non credo in certe istituzioni. Per questo non volevo neanche rispondere. Solo, vede, come lei sono in tanti che dovrebbero fare un giro per strada prima di aprire bocca, ma da queste parti, un giorno di manifestazioni. Un po’ di esperienza diretta per vedere che strategie militari sono messe in atto, e come in vari paesi proprio in questo momento lo stato di diritto non valga un bel nulla. Si protesta spesso per le stesse ragioni (Iran, Irak, Libia, Ecuador, Francia) e la risposta di questi governi miete vittime. Accadeva nell’800 in Europa, si sparava sulla folla. Se poi dovessimo aspettare delle sovvenzioni prima di scrivere staremmo freschi, o se non potessimo criticare le nostre “democrazie liberali” perché ci fanno il favore di sostenere una rivista… Mi viene da ridere. Addio.

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