NO. 1, OP. 1

di Giacomo Zibardi

NOTTURNO NO. 1

 

Notte. Una strada di provincia. Lui sta guidando sereno: è un ragazzo dal viso pulito, sincero. Ascolta musica rilassante, un adagio al pianoforte. La strada si srotola sotto la luce dei fari.

Poi accade.

Al lato della strada c’è una ragazza. Si sbraccia, sembra chiedere aiuto. Lui si ferma, lei sale sull’auto.

È sconvolta, trema. Andiamo, dice la ragazza, come se si conoscessero da una vita, o avessero una meta da raggiungere. Sembra indifesa, ma nasconde un segreto. Lui è stranamente tranquillo, e sembra innocente, ma è colpevole.

Nel bagagliaio dell’auto c’è un corpo.

 

NOTTURNO NO. 2

 

Ha uno sguardo rilassato, il ragazzo, e guida nella notte infinita di una provincia senza nome. L’auto è un oggetto di luce che si muove seguendo la lingua d’asfalto che taglia campi incolti, vigne, campi coltivati. Dentro l’abitacolo il tempo del mondo è dilatato dalle note leggere di un adagio per pianoforte. Dentro l’auto un tempo, fuori dal tempo dell’auto il mondo e la sua notte. Poi uno stacco netto divide prima e dopo: lei appare sulla strada. Muove le braccia come ali cercando di farsi notare nel fascio di luce dei fari. Lui rallenta, osserva, decide, si ferma. Lei sale e prende posto, sbatte la porta, andiamo dice; trema, sconvolta. Il ragazzo esegue l’ordine senza fare domande, procede sulla strada spaccando il buio, destinazione ignota. Sembrano una coppia reduce da un litigio, stanno in silenzio. La ragazza è un dolce mistero. Questo è il mondo che accade, pensa lui, guardando la strada rivelarsi insieme a un paesaggio distorto, illuminato dagli abbaglianti.

Il corpo chiuso nel bagagliaio sobbalza quando le ruote incontrano disconnessioni sull’asfalto. Lei sembra calmarsi. Lui la guarda. Diventeranno amici in meno di un’ora.

 

 

 

NOTTURNO NO. 3

 

Io sono il mondo, ha pensato mentre la soffocava. Io sono il pianeta, io sono il cielo e la terra e il fuoco e l’aria e l’acqua, oltre lo spazio io sono il firmamento, l’evoluzione e la storia. Questo è il regno dell’uomo e l’uomo sono io, ha pensato. Il corpo si è irrigidito dopo l’ultimo respiro. Il viso del corpo ha smesso di essere un viso, trasfigurato da un pittore invisibile. È tutto finito. È un corpo, nient’altro. Ha sollevato il corpo con fatica, trasportandolo fuori casa, è inciampato crollando solo una volta, è stata dura, uno sforzo importante, ma finalmente l’ha chiuso nel baule dell’auto. Si è fermato a respirare. Profondi respiri per ristabilire un battito cardiaco accettabile. Io sono una persona, ha pensato. Si è seduto in macchina. Le note di pianoforte, un adagio sconosciuto, hanno cullato quel viaggio impulsivo. Il mondo accade, io sono il mondo, io sono una persona nel mondo, ha pensato, questo è il regno dell’uomo. La notte ha inghiottito l’auto, preservandola dagli occhi dell’universo. I fari hanno illuminato la piccola porzione di strada davanti all’auto. Poi è apparsa la ragazza. Una visione paradossale. Non sa spiegarsi perché la carica. Quella ha aperto la porta, è salita. Con un volto distrutto dalla paura. Lui è annegato in quel mistero. Dentro ha sorriso. Il corpo nel baule sarà un dettaglio inutile per la storia del loro grande amore. Il ragazzo ha guardato in alto, dove i fari non sono riusciti a illuminare la vita. Siamo due persone abbracciate dal buio, protette dalla lamiera, incastonate nel mondo come una gemma preziosa nella miniera assoluta dell’Universo, l’Universo si espande, io sono l’Universo, ha pensato voltandosi verso la ragazza, io sono l’Universo, il tuo Universo: tu il mio.