Nel paese delle ceneri (un estratto)

 di Francesco Permunian

 
Grande era stata perciò la sorpresa quando mi ero trovato per la prima volta di fronte suor Zenobia e la cosiddetta “banda delle ostie”, come mi ero ormai abituato a chiamare quel manipolo di suore che da qualche tempo accudivano mia sorella.
Che Eugenia, fin da ragazzina, avesse sempre nutrito una speciale devozione nei confronti degli ordini religiosi, di tutti gli ordini e le congregazioni religiose, questo non era mai stato un mistero in famiglia.
Se invece di sposarsi si fosse fatta monaca, sicuramente sarebbe stata più felice. Ma adesso che era sola, sola e disperata dentro quell’enorme casa vuota, era normale che riempisse le sue giornate con una miriade di opere di carità.
Le più diverse, e strampalate, iniziative di beneficenza costituivano dunque l’occupazione quotidiana di mia sorella. E poiché il ricordo del figlio morto le era insopportabile, spediva soldi a orfanotrofi e a missioni sparse in tutto il mondo, adottando “a distanza” qualunque orfano le capitasse a tiro. Mi pervenivano bollettini di pagamento dalla Cina, dalla Guinea-Bissau, dal Belucistan! Oppure istituiva sostanziose borse di studio destinate a studenti di teologia poveri in canna.
«Molti sacerdoti, quando erano in seminario, hanno mangiato il pane dei Biscossa Aldegheri» mi confidava, orgogliosa, tutte le volte che la invitavo a moderare le spese.
In pratica, quasi la metà del patrimonio di famiglia si era già dissolta in mille rivoli caritativi ed è naturale perciò che accogliessi con malcelata irritazione quell’ennesimo drappello di suore che, un bel giorno, ebbero l’ardire di presentarsi allo Sheraton a batter cassa direttamente da me, visto che Eugenia ormai si era ridotta in bolletta.
Erano in quattro, mi ricordo, tutte e quattro vestite di grigio: grigio chiaro su grigio scuro, con una piccola croce dorata sul petto. Molto eleganti, devo dire. Anche le loro scarpe, lucidissime, senza neppure un granello di polvere, risultavano di ottima fattura, sicuramente confezionate a mano.
Più che suore, in realtà sembravano quattro estetiste. Per la precisione, quattro estetiste di provincia che, per sfuggire alla noia mortale del loro ambiente, si erano divertite a camuffarsi da religiose.
Per questo ero molto imbarazzato al momento delle presentazioni. Naturalmente mi guardai bene dal riceverle nella suite, ma d’accordo con il direttore dell’albergo – di cui purtroppo non mi sfuggiva lo sguardo ironico e divertito – ci appartammo in un angolo del vasto salone della reception.
“Dite, dite pure, sorelle!” ricordo che esclamai, tanto per rompere il ghiaccio.
Quelle sciocchine infatti continuavano ad ammirare, letteralmente a bocca aperta, le tende e i lampadari della reception. Ogni tanto tiravano il collo per sbirciare in altri saloni, di cui intravedevano le splendide scenografie parietali che riproducevano le più belle piazze del Veneto.
Allora sospiravano, amaramente, confrontando tutta quella magnificenza con l’inevitabile squallore del buco di provincia da cui provenivano.
Quindi, dandosi di gomito, bisbigliavano tra di loro: “hai visto in che lusso vive l’avvocato? Adesso capisco perché non viene più al paese, qui è meglio del Vaticano, dovrà essere ben generoso con noi!”
E cercando di non dare nell’occhio, di tanto in tanto prendevano in mano i bordi del tappeto – intendo quell’enorme tappeto che ricopre quasi per intero il pavimento della reception – e ne tastavano la consistenza, neanche fossero in un mercatino rionale.  La più sfacciata delle quattro, forse per risolvere definitivamente la questione, a un certo punto si infilò in bocca un lembo del tappeto. Lo masticò a lungo, molto compunta e ad occhi chiusi, come meditasse sul mistero della eucarestia, quindi lo sputò esclamando a voce alta: “è autentico, ve lo dicevo io che non era sintetico!”

 

Per fortuna intervenne suor Zenobia a mettere fine a quella pagliacciata; tutti i camerieri sghignazzavano, io morivo dalla vergogna. Anche i cuochi avevano abbandonato le cucine per assistere allo spettacolo delle suore che ingoiavano i tappeti.
«Non è nostra intenzione farle perdere del tempo prezioso, gentile avvocato» così esordì la superiora di quel branco di scimunite, trattenendo la mia mano nella sua per un tempo francamente eccessivo per una donna di fede.
«In sostanza», proseguì, «lei avrà sicuramente intuito» – non avevo ancora capito un bel nulla, invece – «che se noi sorelle della Compagnia della Santa Eucarestia siamo venute da lei, evidentemente è per impetrare il suo sostegno a un progetto eucaristico assolutamente eccezionale.
Come lei ben sa, l’eucarestia è il fulcro della vita soprannaturale nella chiesa ed è quindi il mistero più alto in cui si accentra la liturgia cristiana. I tempi antichi e l’età moderna sono testimoni  di numerosi miracoli eucaristici, giusto la settimana scorsa – tanto per dire – abbiamo compiuto una visita di preghiera presso il duomo di Orvieto, dove viene venerato il famoso miracolo di Bolsena.
Avesse visto quant’era felice sua sorella! Girare un po’ per il mondo alla scoperta di illustri reliquie religiose, ovviamente guidata da mani esperte; uscire ogni tanto dal silenzio asfissiante di quella casa e svagarsi tra chiese e santuari, ebbene, lei non ha idea, caro avvocato, degli enormi vantaggi che ne derivano alla salute psicofisica della povera Eugenia.  E se ora sono qui, è appunto per assicurarle che il progetto eucaristico al quale stiamo lavorando si trova ormai in una fase molto avanzata. In quella fase cioè in cui – magari per un nonnulla, badi bene! – potrebbe scaturire un miracolo grandioso  oppure il fallimento più abietto.
Insomma il momento è delicato, molto delicato, non so se mi sono spiegata a sufficienza?»
«Lei è stata chiarissima, sorella. E mi dica: quanto le serve?» chiesi allora per troncare quel colloquio durato anche troppo. Tanto, sapevo già per esperienza dove andava a parare quel genere di discorsi.
«Prego?» rispose sorpresa suor Zenobia. Se fingeva, era davvero una grande attrice.
«Ripeto, quanti soldi le occorrono?» e posai sul tavolo il blocchetto degli assegni.
«Naturalmente», aggiunsi, «esigo una relazione scritta e firmata sull’uso del denaro, con tanto di ricevuta per qualsiasi spesa. Ogni centesimo che vi sarà elargito, dovrà venire impiegato esclusivamente nell’interesse di mia sorella,  sono stato chiaro?»
Dopo tali parole le suore si guardarono in faccia, sgomente. Parevano sul punto di scoppiare a piangere, una si soffiò il naso molto rumorosamente. Quindi madre Zenobia estrasse dalla borsa un catalogo di oggetti sacri, ognuno con tanto di prezzo. E con molta competenza, devo riconoscere, mi illustrò il funzionamento di una macchina automatica per l’impasto, la cottura e lo stampo di ostie e di particole.
Trasecolai, lo ammetto, ascoltando le prestazioni tecniche di quel marchingegno, il quale produceva dalle quattrocento alle settecento particole all’ora, più un numero imprecisato di ostie magne.
«Cosa ve ne fate di tutte ‘ste ostie?» domandai perciò sbalordito. «Dopo tutto, per certe esigenze eucaristiche, potreste rivolgervi alle canossiane del Lauretum».
«Ma figuariamoci, quelle sono  ferme al medioevo; anzi, alla preistoria!» mi rispose bruscamente suor Zenobia. La quale mi spiegò, scandalizzata, come le canossiane si servissero ancora di un rudimentale “fornetto” per cuocere  le loro ostie.
«Hanno avuto perfino il coraggio di rifiutare una macchina termoelettrica per ostie e particole – troppo moderna! hanno detto – di cui la nostra congregazione intendeva disfarsi per acquistare, appunto, un modello automatico. Noi siamo per l’aggiornamento continuo, ecco il punto, loro invece sono letteralmente spaventate dalla tecnologia applicata al corpo eucaristico. Ogni progresso per loro equivale a una diavoleria, non meraviglia quindi che siano rimaste soltanto in quattro gatti là dentro al Lauretum. Sì, quattro vecchie suore dove neppure vostra sorella, a quanto mi risulta, si arrischia più a mettere piede. Quello è un ospizio, avvocato, l’estremo rifugio di una fede ormai decrepita e superata. Noi invece rappresentiamo il futuro della chiesa; reliquie e miracoli oggi contano più di qualsiasi preghiera.
Pur con tutto il rispetto verso madre Bettina, cosa possono mai valere anche le preghiere più ardenti di fronte al silenzio dei cieli? E’ nostra intenzione pertanto entrare in possesso di una reliquia importantissima ai fini di un miracolo che io spero imminente. O perlomeno, di un frammento di quella preziosa testimonianza divina  (in fondo è giusto che anche lei ne sia al corrente, visto che è il nostro benefattore)  costituita dalla coda di quell’asino che “fu fatto degno di portare il nostro Dio dal monte Oliveto a Jerosolima”.
La reliquia in questione, lei deve sapere, era custodita fino a non molto tempo fa presso i domenicani della chiesa di Santa Maria di Castello, a Genova. Adesso sembra sia sparita, purtroppo. I frati ne parlano malvolentieri, è evidente che si vergognano di un tale ingombro del passato. Ma conoscendo i domenicani, credo che con un po’ di pazienza e molta elemosina, alla fine riusciremo a procurarci almeno una porzione di quella coda miracolosa. Ripeto: un crine, un pelo appena di quella coda sarebbe più che sufficiente!»
A quel punto, avendo notato come i camerieri dello Sheraton – che da ore ci spiavano facendo finta di nulla – se la ridevano alle nostre spalle e addirittura si scambiavano a voce alta, da un salone all’altro, alcune battute inequivocabili del tipo: «ale  muneghe ghe piase la coa del musso!», proprio allora, dicevo, mettendo da parte ogni ulteriore esitazione, ho staccato un assegno più che sostanzioso porgendolo nelle mani accoglienti di suor Zenobia.
«Iddio le renderà merito, caro avvocato» furono le sue ultime parole prima di congedarsi. E mentre si avviava all’uscita, volle regalarmi un prezioso portaostie in ottone dorato con coperchio in legno d’ulivo, sul quale era stato inciso il seguente acronimo: P.I.S.T.A!
Lo userò come contenitore per i sonniferi, pensai infilandolo in tasca.
Sì, ci metterò dentro le pastiglie per il sonno, mi dicevo, e intanto suor Zenobia mi illustrava il significato di quella strana iscrizione. Che era il seguente, se ben ricordo: Paremus Iesu Semitas Tenacissimo Ardore!

mariasole ariot

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), La bella e la bestia (Di là dal Bosco, Le voci della Luna 2013), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo (Yellow cab, Artecom Trieste, 2015), Nel bosco degli Apus Apus ( I muscoli del capitano. Nove modi di gridare terra,Scuola del libro, 2016), Il fantasma dell'altro – Dall'Olandese volante a The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016). Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato ad esposizioni collettive. Ha collaborato alla rivista scientifica lo Squaderno, e da settembre 2014 è redattrice di Nazione Indiana. Aree di interesse: psicologia, sociologia, arti visuali, filosofia - e in generale tutto ciò che concerne tematiche riguardanti l'esistenza. Preferenza per forme di scrittura sperimentali (in poesia e prosa) 

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