Francesca Marica – Concordanze e approssimazioni -con una nota di Bruno di Pietro

La storia si ripete e lascia andare.
Non trattiene perché quella è la vittoria
incisa tra lo scheletro e il cielo
dove neanche tu sai, neanche tu puoi.
Bisogna camminare accanto per capire.
Come la parte migliore,
la forma assoluta e vicino allo zero,
un’isola che non è gelo ma nube,
la possibilità di una danza tra i larici ingialliti.

L’inverno è spostare il bianco con la mano,
per andare giù nel profondo, con le dita.

* * *

Tra le clavicole,
la casa rifugio di ieri,
con la terra nella bocca e le braccia sospese.
Non è più tempo e le nostre parole
finiranno, finiranno a breve.
Ci guarderemo da lontano,
come si guardano le cose che ci hanno attraversato
senza lasciare un segno.
Ma poi bisognerà alzarle le braccia,
alzarle in sengo di resa, anche dopo.
Alzarle in modo visibile che non resti dubbio.

Stesi sotto il peso dei corpi di poca importanza,
rimpiangeremo il rosso intorno>:
urlerà la sera dentro le forme e saranno incompiute.

* * *

Basterebbe il silenzio rotto della sera,
la materna pazienza dell’acqua,
una veglia che tenga a riparo le polveri.

Non è una terra straniera
quella che ti asciuga gli occhi
nell’istante della confessione che cade
e non c’è rumore che sappia farsi sordo
intorno a questa stanza senza più illusione.

Riparo lo spazio con la calma della parola,
maneggio gli eventi con cura.

* * *

C’è il morso della sera
dentro ai giorni in cui si compie l’anno
ed è una marcia di ritorni.
Non conosco l’ordine delle mani
il loro tentativo di esistere.
Si può spiegare tutto
anche l’approssimarsi di una bocca
il suo preciso mormorare
con i sensi in caduta intorno.

Tutto chiaro mentre sale.
Ma domani non sarà più qui
e ci vergogneremo dell’attesa.

Batterà la testa sul tempo un poco mosso
batterà la lingua. Tutto previsto, senza sosta,
senza sapere dove.

* * *

Disimparare il buio per colpa della luce
è l’istinto di precauzione a suggerire
il tratto dove andare ma la memoria trema
e un passo avanti l’altro
segna il respiro da ascoltare.

L’impronta della nascita che si fa umana
a ogni strappo
mentre intorno si continua a dire
noi ci siamo, noi siamo qui.
Quasi fosse la prima volta.
Quasi qualcuno potesse rispondere.

* * *

Avevano perso attrito le parole
era il tempo del loro scivolare.
Come quella mattina a piede a Rue Polonceau
dove gli orli si erano fatti casa,
rifugio in un modo di là fuori.

Dici che stai, che ti fermi,
non importa di avere ragione.
Hai sembianze di animale.

I luoghi come le persone sono un odore,
da dire, forse quasi, esattamente.

* * *

Come sempre è restare
tra gli spazi risparmiati dal silenzio.
Bisogna essere fatti per la luce
esserne in qualche modo imparentati.
Tu mi raccomandavi di spezzare il ritmo,
abbandonarmi in una corsa verticale
confinando la prudenza un passo indietro.
Abbandonati dicevi, Abbandonati e poi vai.

Io pensavo alla metafora della polvere,
alla misura esatta della presa.

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Nota di Bruno Di Pietro

Ciò che subito si manifesta, nella scrittura poetica di Francesca Marica, è l’esaltazione del visibile di tutto ciò che è generato (“natura” o physis). La visibilità sembra quasi vi prevalga sulla parola. Il seme vitale della verità è il vivente, il colore, lo scambio e la fusione di tutte le elementarità naturali, che segna così l’ingresso di Eros. Lo stupore, il corpo, l’amore vi si ritrovano vincolati in semplici tracce o spie morfologiche nella trama della scrittura.

È come se in questi versi al poeta fosse stata data parola dal creato, ma in una prevalente assenza del soggetto. Tuttavia il sacrificio del soggetto, il suo non essere sempre vigile, resta solo presunto, come la semplice apparente indifferenza nello svelare al lettore la meccanica della natura oggettiva. L’assorbimento avviene attraverso l’espediente del colore, nei giochi interni ed impercettibili di scansioni cromatiche con una sintassi senza vuoti o angoli di privato consumo. Il soggetto poetico risulta non perduto per mezzo di una identificazione esatta dell’essere con una sorta di “mondità” intesa non come categoria in senso ontologico ma come dimensione esistenziale del/nel mondo. In tale dimensione, il rapporto di prossimità della materia fatta essa stessa visibile avviene nella assenza di compromissione ed è rivelazione percepita con stupore dell’autonomia dell’oggetto, e il mondo funziona e vibra di una pulsione erotica in un paesaggio abbagliato, affamato di sale.

Molteplici sono i livelli del libro e le chiavi di lettura per entrarvi; crediamo tuttavia che la chiave giusta per appropriarsi dell’interezza dell’opera, sia quella dell’eros, che si sottrae alla trappola tripartita del tempo, mettendo in mora e in fuga Khronos, per rintracciare una sorta di sincronicità nella bellezza del mondo, nella sua esperienza visibile e vivibile qui ed ora.

L’indagine poetica di Francesca Marica verte sul paradosso del vivente nel suo proprio, indipendente da chi osserva. La singolarità del vivente è qui tutta nel suo “giacere nel mondo”, non nell’ “essere-gettati-nel mondo”, che postula poi un ancoraggio a un fondamento e alla fine, se si vuole, si risolve o si rifugia nel sacro. Assistiamo in questi versi a una ricerca della fisica dell’origine, di cui è essenziale momento il colore.

Fondale di tutto il libro è il bianco: il bianco della neve: L’inverno è spostare il bianco con la mano,/ per andare giù nel profondo, con le dita.” (pag.19). “È la neve che misura. È la neve la salvezza degli invisibili./ Un legame di piccole mani bianche.”(pag.22). Un diverso connotato simbolico porta con sé la matrice chimica della neve, l’ acqua: “Sapevamo di terra e di pioggia/ con l’istinto del lupo/a farci bambine selvatiche…/ C’era il balzo della vita a divorarci/ e l’aria che in faccia scendeva/ a imitare il gesto dell’acqua.” (pag.26) Si definisce così, in questi testi, un sistema di coordinate visive e materiali: “neve” > “acqua”- “bianco” > “nero” Ma da dove emerge il nero?

Questo riferirsi ai colori e ai chiaroscuri come struttura dell’esperienza richiama la visione di Empedocle, di colui che prova a conciliare la fissità dell’essere di Parmenide con il divenire e la dialettica di Eraclito, immaginando un ingresso del “plurale” e del “complesso” nella mescolanza armonica degli elementi. Di Empedocle ci interessa in particolare un aforisma, che rivela il suo pensiero sulla natura del colore: si tratta del frammento 71 DK , dove si afferma la relazione tra gli elementi che formano le cose e i colori delle cose stesse. In particolare, due dei quattro elementi fondamentali, il fuoco e l’acqua, sono colorati. Il colore del fuoco è il bianco/chiaro, il colore dell’acqua è il nero/scuro. Il sole è fuoco e produce la luce che è chiara, dunque al fuoco è assegnato il bianco. La pioggia, invece, è acqua, ed è presentata come scura, dunque all’acqua è assegnato il nero. Così, per esempio, l’arcobaleno, che è formato dalla luce del sole e dall’acqua della pioggia, è il risultato della combinazione di fuoco e di acqua, e dunque di bianco/chiaro e di nero/scuro.

Come Empedocle collega la trama dei colori alla sostanza dell’esperienza, così Francesca Marica, fin dall’incipit del suo libro, ci dice che non esiste una substantia ma solo i modi, le maniere di apparire, e che la realtà si dà in superficie, nell’apparizione di attimi irripetibili, ciascuno dei quali è uno scarto qualitativo non quantitativo di una “infinita complessità”. Una complessità che si può intuire d’improvviso, in un intravedimento della “bellezza del vivente”. In particoare il frammento 71DK di Empedocle fornisce un ulteriore spunto di analogia con la poesia della Marica, nel momento in cui precisa che “le forme e i colori dei mortali, così numerose quante ora, sono generate da Afrodite congiunte…” Eros (figlio di Afrodite) è principio generatore della pluralità”, quindi della alterità”. Questo è il senso della presenza dell’eros in Francesca Marica. Questo è fra l’altro il senso del distico di pag. 19, che abbiamo poco fa citato. L’inverno (il solstizio, i riti dell’albero e della vegetazione) consiste nello spostare il bianco (la neve, la coltre del gelo) con la mano “per andare giù nel profondo”: per cercare il germoglio, il seme che si fa vita, che “si apre” per dare vita. E questa ricerca nel profondo è fatta con le dita”, con allusione latente ai rituali arcaici di deflorazione della sposa (se ne veda la descrizione nel Trattato di storia delle religioni di Mircea Eliade).

L’intero libro si inizia con una iniziazione sessuale: così a pag.20 “Qualcosa fiorisce anche dentro un taglio” (il “solco” che è l’organo genitale femminile); e ancora “la pancia di piccole finestre feritoie” (pag.21); e ancora L’ “abbandono” associato alla “presa” (pag.23) e l’incompiutezza del “rimpiangeremo il rosso intorno” (l’istante della deflorazione), o dell’essere “stesi sotto il peso dei corpi di poca importanza” (pag.34); e più avanti, nella seconda sezione del libro: “Non basta l’ostinazione di un osso/che scalpita e poi esplode/ entro una fessura pronta ad ospitare” (pag.51). In tale contesto “l’acqua” (pag.26) e il “nero” iniziano la mescolanza di tutte le cose, in modo che possa arrivare “il lusso anche di amare” (pag.35) e s sente forte l’invocazione di un Eros riparatore. Non è la parola a riparare, ma Eros che mescola il bianco e il nero e genera la pluralità dei colori e del possibile, in una potente fisicità gettata nella scrittura: una fisicità” coniugata con l’alterità: “Dobbiamo raccontarci le vite precedenti/ e dirci che mancano le cose viste insieme “(pag. 79).

In questo spettro immaginativo, la Terra (il bianco) è sì madre, ma anche “grembo”, non solo materno (che contiene) ma anche matrice che si apre e accoglie. A chiarire l’essenza di questa componente erotica intervengono le nozioni di “animale” / “animalità” che sono coessenziali a Eros nello svolgersi dello scritto. Certo, la categoria dell’“animale” è una delle più maltrattate nella storia della filosofia occidentale. La filosofia occidentale pone la differenza tra uomo e animale come per legittimare la prevaricazione – violenta e spietata – dell’uomo sull’animale stesso -si pensi a come Adorno, nella Dialettica dell’Illuminismo, scriva che l’idea dell’uomo, nella storia europea, trova espressione nella distinzione dall’animale. Con l’irragionevolezza dell’animale si dimostra la dignità dell’uomo”. Per contrario, nella poesia di Francesca Marica “l’animalità” è invece categoria essenziale del tutto ed è connessa all’esperienza dell’alterità, e si potrebbe citare qui, a chiarimento il Derrida che a pag. 71 de L’animale che dunque sono, scrive: L’animale, che parola! L’animale è una parola che gli uomini si sono arrogati il diritto di dare. […] Si sono dati la parola per raggruppare un gran numero di viventi sotto un solo concetto: l’Animale, dicono loro. E si sono dati questa parola, accordandosi nello stesso tempo tra loro per riservare a se stessi il diritto alla parola, al nome, al verbo, all’attributo, al linguaggio delle parole e in breve a tutto ciò di cui sono privi gli altri in questione, quelli che vengono raggruppati nel gran territorio della bestia: l’Animale”.

L’animale nella sua insidiosa prossimità è in effetti il rimosso, il perturbante. All’istituzione del primato antropologico corrisponde il vilipendio animale. Per converso, nelle parole di Francesca, è centrale l’immedesimazione con la maschera figurale del lupo: si pensi ai versi già citati di pag. 26, che qui riprendiamo: “Sapevamo di terra e di pioggia/ con l’istinto del lupo/ a farci bambine selvatiche.” L’autrice assegna a se stessa (e nel plurale forse a una generazione di donne) “l’istinto del lupo”. Giorgio Agamben in Homo sacer (pag. 117) rileva la prossimità del bandito (colui che è messo al bando) con il lupo, la bestia, da cui la figura dell’uomo-lupo o lupo mannaro come “un ibrido mostro tra l’umano e il ferino, diviso tra la selva e la città –il lupo mannaro – è dunque , in origine la figura di colui che è stato bandito dalla comunitàSituandosi così in una zona di indifferenza (che è poi il regno del sacro, di ciò che può essere sacrificato) e sottraendosi alla logica dell’ inclusione/ esclusione”. Francesca Marica è dalla parte del lupo. Nello spazio del margine, del confine, negli interstizi (e forse è per questo che la terza sezione reca come titolo Interstiziale). Accantonata ogni prospettiva antropocentrica si rivela all’occhio un mondo non abitato solo da uomini, un mondo che “si offre anche agli animali, ai bambini, ai primitivi , ai folli che lo abitano a modo loro e coesistono con esso” (Merleau-Ponty Conversazioni ,Milano 2002 p. 44).

Molta importanza assume nel discorso quanto si legge a pag. 55 di Concordanze e approssimazioni: C’erano mani impegnate a scrivere lettere d’amore con minuta calligrafia./Altre mani affogavano dentro l’onda per portare a galla visi dimenticati./Poco oltre altre mani frugavano in cerca di bocche ammalate di sale./Era l’animalità dell’istinto, la preparazione di un rituale.” (pag.55) L’acqua qui si fa lago. Il lago per sua natura riceve, accoglie le acque. Le acque degli affluenti, le acque della pioggia e delle lacrime. In quel lago mani scrivono, affogano, frugano “in cerca di bocche ammalate di sale”. Viene fatto di evocare quell’idea alla base dell’alchimia secondo cui, delle tre sostanze che compongono il corpo umano, lo zolfo rappresenta l’elemento aereo, il mercurio i fluidi, il sale le parti materiali dell’essere umano. Le mani cercano bocche ammalate-vogliose, con un istinto animale, di corpi. “la preparazione di un rituale”, una seconda iniziazione sessuale.A ogni nuovo inizio/ torniamo…” (pag.85),immagine che si chiarisce nei versi a pag. 78: “È l’atto di fede di una giovane sposa/ che non conosce la parola inganno/ col sesso dato/ e la nebbia che mima un ritorno/ tra balconi che dicono la giustizia era ieri/ e luci che fanno testamento col silenzio che c’è” (pag.78)

Tutta la seconda e la terza sezione del libro dicono di un esilio. Di una prova di resistenza in attesa. E si noti che il bianco si è fatto nebbia in una attesa carica di un erotismo che si tocca, palpabile nelle parole, fino all’invito di chiusa seguito dall’affermazione “Adesso sono innocente e non più prigioniera” luogo che andrebbe letto: sono di nuovo innocente in seguito a una liberazione. Nel discorso poetico di Francesca Marica si è condotti a un ripensare la vita come alterità, animalità e autopoiesi. Delle prime due connotazioni della vita abbiamo già detto; la terza richiama le biologie della complessità della seconda metà del Novecento, ma è già latente nelle visioni filosofiche di Merleau-Ponty e di Bergson per cui la Natura è continuo rinnovamento, creazione ininterrotta, scenario dell’eteroreferenza.

Il mondo degli animali così connotato è il mondo del silenzio, dove non c’è il linguaggio che ha fondato il dominio dell’umano sull’animale. Il silenzio è l’altra chiave di lettura fondante dell’opera di Francesca Marica, che nella sua solida formazione musicale, sa quanto “la parola” sia ingombrante per la musica e che la musica “dice” senza necessità di parola. Il silenzio si esprime in uno dei versi di maggior immediatezza dell’intero libro: “basterebbe il silenzio rotto della sera” (pag.50). Tutta questa scrittura invita al silenzio: è una scrittura fatta di schegge, luccichii, brividi, pulviscoli dorati, giochi istantanei che non esprimono più un oggetto organico, ma tutt’al più generano impressioni, allusioni simboliche, coaguli di sensazioni oniriche, reminiscenze di rituali.

Il silenzio è una conquista dell’uomo. Ma poiché la parola poetica è a sua volta una conquista, il silenzio umano è una conquista su questa conquista. Il silenzio è una contemplazione clandestina che, come la notte, sospende le occupazione ciarliere del giorno, frena l’eloquenza dei retori mette la sordina agli affari umani. Il filosofo della musica Jankélévitch cita alcuni versi di C. van Lerberghe musicati da G. Fauré (op. 106) : “Je me poserai sur ton coeur/Comme le printemps sul la mer… Je me poserai sur ton coeur/ Comme l’oiseau sur la mer” [“Mi poserò sul tuo cuore/Come la primavera sul mare… Mi poserò sul tuo cuore / Come l’uccello sul mare”] e ne argomenta: “Un’ala di uccello non ha alcun peso. Un soffio di primavera non fa rumore. Questo silenzio che l’uomo al contempo regola e ricerca è un silenzio già abitato. Più il silenzio si approfondisce più noi scopriamo nuovi segreti in questa profondità elementare; nel fondo del silenzio percepiamo un ‘mormorio immenso’ ancor più silenzioso dello stesso silenzio… Le musiche della natura popolano il fantasticare del passeggiatore solitario; umili, piccole fate animano così i deserti della vita” ((Jankélévitch, Da qualche parte nell’incompiuto, Torino 2012 p. 152 s.). Queste stesse impressioni richiamano il trattamento del silenzio nel libro di Francesca Marica. La lettura di altri versi dell’autrice, al momento inediti, conferma questa stessa impressione. Fra questi, tre versi appaiono particolarmente significativi: “Saranno gli alberi il nostro aiuto alla memoria e scorrerà di nuovo l’acqua/ e scorrerà di nuovo il sale, dalla mia alla tua schiena, tra le case rosse,/ tra le ossa rotte, oltre quel confine senza più il rischio di un naufragio.

È un passo rilevante, perché chiarisce che si è alle prese con la metafora di un “essere che, come le macchie di colore di Klee, è il più vecchio di tutto e, in pari tempo ‘al primo giorno’” (Merleau-Ponty). Per Merleau-Ponty la natura è quel presentarsi sempre di nuovo di quanto c’è di più vecchio, l’origine che si configura come sempre presente; una eterna ri-creazione, un infinito ripresentarsi di un tessuto primigenio. Ne deriva “la durata” come fenomeno essenzialmente lussurioso e “culmine del possibile” (alla Bataille) del piacere e indice del fallimento di Khronos (soprattutto in un inedito dal titolo “Niente resta uguale”).

Ma meritano anche gli inediti una lettura e una meditazione a parte perché è evidente, a chi li ha appena letti, la linea evolutiva del discorso, del “senso” (“oltre quel confine senza più il rischio di un naufragio”) e della scrittura, e vanno pertanto esaminati ed analizzati in modo compiuto. A voler tirare le somme e azzardare qualche provvisoria conclusione su un’opera ancora in fase di sviluppo, si direbbe che Francesca Marica al di là di ogni dialettica o ermeneutica, guidata dalla tradizionale distinzione fra apparenza e sostanza, segno e senso, che vede negli enti una simbologia allegorica o il rinvio ad una verità trascendente, rivendica alla splendida apparenza il diritto di significare in sè. La realtà vi è tutta dispiegata nell’insistere del proprio “esserci”.

Insomma, la meraviglia di una onnipresenza simile alla magia caleidoscopica di una danza di colori affascinanti. Del resto è quanto accadeva in epoca barocca: se si concentra l’attenzione sull’effettivo movimento del reale, ci si accorge che esso – al pari dei giochi d’acqua e pirotecnici (ricordiamo tutti le stupende musiche di Haendel) – ci offre lo spettacolo di costruzioni instabili e fugaci, dicreature che appaiono e dileguano , simili a riflessi nell’acqua, miraggi, nebbie. Ma – ed è qui il punto decisivo – dietro questo gioco di forme non c’è nessuna sostanza che lo fondi, nessuna causa che lo spieghi. Esiste per se stesso. Il reale dispiega le sue forme e i colori a partire solo da sé . E proprio per ciò è mistero. Il suo fascino inquietante -ciò che può chiamarsi, senza timore di eccedere, la bellezza del vivente, la bellezza del mondo- è quel che ritroviamo gettato nei versi, talora onirici, di Francesca Marica.

daniele ventre

Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina). 

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