La scrittura di Manuel de Pedrolo è un atto di violenza

di Alberto Prunetti

(Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto dalla postfazione di Alberto Prunetti a Manuel de Pedrolo, Atto di violenza (1961), Paginaotto edizioni, 2021, traduzione di Beatrice Parisi. Atto di violenza è uno dei libri più rappresentativi di Manuel de Pedrolo, scritto in pieno franchismo)

“È molto semplice: restate tutti a casa”. Il romanzo di Manuel de Pedrolo inizia così. La gente non esce di casa, nessuno va a lavoro, le strade si svuotano. La gente si affretta a accaparrare cibo e beni di prima necessità. Gli scaffali dei negozi si svuotano. Le macchine delle fabbriche si fermano.

Cosa sta accadendo? Un coprifuoco imposto dall’alto? Una pandemia? Certo, ormai è impossibile non leggere queste pagine senza pensare alle strade vuote dei giorni del Covid. Ma quello raccontato da de Pedrolo è un atto di insubordinazione di massa. Un rifiuto generalizzato a lavorare, a uscire di casa: l’ostentata negazione di mettere a servizio la propria forza lavoro. Chi c’è dietro? Un partito? Un sindacato? Un gruppo di intellettuali? Niente di tutto questo. L’atto di insubordinazione è proclamato da una sorta di comitato invisibile. È uno sciopero, certo, ma senza un sindacato. È politica, ma senza rivoluzionari di professione. È resistenza, ma i partigiani non hanno bandiere eppure sembrano inarrestabili.

E il potere cosa fa? Il potere è una forma di autoritarismo sul viale del tramonto. Una concentrazione di autorità desautorata, in piena osteoporosi. L’ossatura solida di un tempo comincia a sfaldarsi. Le iniezioni di forza muscolare non bastano a tenere assieme la carcassa della governance. È un potere old school: per definirlo, più che alla microfisica di Foucault bisogna pensare a una griglia elettrosaldata con intrecci d’acciaio, consolidati da divieti, bandi, censure, pistole e carceri. È una dittatura, quella del fantomatico Domina. Una dittatura che assomiglia molto al franchismo (non a caso de Pedrolo scrive il romanzo tra il 1960 e il 1961).

Come ogni dittatura colpisce grossolanamente a caso. I pochi che disobbediscono alla consegna e escono di casa vengono fermati e maltrattati dalle forze dell’ordine, che così rinforzano l’imperativo a non uscire. Ma il dispositivo di potere si sta svuotando: non ci credono più neanche i soldati a quel potere. Il gigante ha le gambe d’argilla.

Eppure, per farlo crollare, servirà un atto di violenza.

Un atto di violenza che squarcia ogni illusione di fare i conti in forma pacifica con la violenza del potere.

E che ci interroga sulla resistenza nei confronti dell’autoritarismo. Che succede quando il potere autoritario diventa debole? Come si fa a evitare che il Leviatano, ormai mostruosamente tirannico, rinasca dalle sue ceneri? E soprattutto: che ne è dell’autorità del padrone quando lo schiavo si rifiuta di uscire di casa, di mettersi disponibile al lavoro per i profitti del signore? Può un sistema autoritario che si regge – alla pari del resto dei sistemi democratici – sull’uso della violenza e sul consenso meccanico, sullo spettacolo concentrato, direbbe Guy Debord, può un tale sistema essere destituito soltanto dalla resistenza passiva dei cittadini e delle pratiche di disobbedienza civile?

Leggendo queste pagine pedroliane a me è venuto in mente lo scrittore argentino Rodolfo Walsh. Un altro che con la violenza e la dittatura ha fatto i conti, resistendo alla dittatura militare con la penna e con la pistola (morì sotto i colpi da fuoco dei repressori militari). Il tema della violenza è centrale nell’opera di Walsh, tanto che una sua raccolta di articoli si intitola proprio El violento oficio de escribir. La scrittura è un atto di violenza, un mestiere violento. O meglio: raccontare una società violenta significa fare della scrittura un atto di violenza. Una scrittura che si propone di raccontare la violenza del potere non può essere la scrittura pacificata che intrattiene: deve camminare sui carboni ardenti e soffiare sul fuoco della rivolta. È la scrittura come la intende e la pratica Manuel de Pedrolo. Una scrittura che non si può fare come se fosse un pranzo di gala, parafrasando una famosa citazione di Mao che ogni amante degli spaghetti western conosce a memoria.

Ma chi è Manuel de Pedrolo? Autore finora non tradotto in italiano, è in realtà poco conosciuto anche in Spagna, mentre in Catalogna è un punto di riferimento letterario di primo piano. Nato nel 1918 a L’Aranyó, in Catalogna, de Pedrolo esercita il suo mestiere di scrittore in anni difficili. Inizia a lavorare come traduttore e si dedica alla redazione di decine di romanzi. È molto prolifico, ma la sua vena narrativa si schianta contro la diga dei censori del franchismo. Marxista e catalano, la sua opera viene censurata continuamente. Quasi ogni suo romanzo viene di fatto in qualche modo tagliato dallo sguardo occhiuto del censore. Sette vengono totalmente vietati. Per quelli che riesce a portare in stampa ha bisogno di anni di confronto con la censura.  Tra il ’49 e l’inizio della transizione almeno trenta libri di de Pedrolo riescono a entrare nelle librerie solo dopo una lunga elaborazione di editing che si estende fino a dieci anni di lavoro. Il muro della censura si alza per ragioni diverse: politiche, morali o linguistiche. Il problema è il suo riferimento a immaginari operai e popolari, la militanza di sinistra dell’autore, la maniera priva di pudori moralisti con cui tratteggia la sessualità e infine l’uso del catalano come lingua di scrittura. La situazione comincia a migliorare solo a partire dai primi anni Settanta, con l’allentarsi della morsa della dittatura.

Atto di violenza si svolge attraverso una serie di scene, con un taglio quasi cinematografico. Alcune sono intrecciate tra di loro, altre no. Sembra quasi un montaggio che restituisce la scena dell’azione prima che il dramma si compia nel finale. Sequenza dopo sequenza, vediamo gli interni e gli esterni della città vuota. Ascoltiamo le lamentele dei padroni della fabbrica con i macchinari fermi (“Ci sono sempre i crumiri!” “Temo proprio che stavolta sarà tutto diverso”). Camminiamo con la domestica adolescente che va alla fonte, svia la cattura di un fuggitivo e viene colpita a freddo dalla pistola di un poliziotto. E poi lo scrittore e il garzone di bottega – è il ragazzo dell’adolescente ferita – che si ribella al bottegaio, che al solito è un uomo d’ordine. E ancora: la compagnia di attori teatrali pronti a rubare un’auto per riportare a casa un agitatore che non può camminare; due amanti, un gruppo di soldati di leva, gli operai dell’azienda del tram e una coppia di turisti stranieri.

Ma è nel Terzo giorno di insubordinazione generale, di sciopero dal lavoro e dall’obbedienza, che il romanzo comincia a imboccare un’accelerazione drammatica.

Terzo giorno | capitolo 15, letto da Maria Grazia Ruggieri

Al contrario di V for vendetta, qui le strade non sono piene di manifestanti. Sono vuote. Vuote di persone disposte a farsi sfruttare. E questo vuoto, questo silenzio, è un rumore che scava come un tarlo quel potere che ha la forza di svegliare al mattino, con lo squillo delle sveglie, i lavoratori. Non ci sono più ormai neanche i poliziotti per arrestare non dico i sovversivi, ma almeno i cuochi dalla lingua troppo lunga.

Leggiamo de Pedrolo e chiediamoci quanto le nostre democrazie siano diverse da quello spettacolo fatiscente di potere che Domina offriva ai suoi sottoposti. E se ci obbligano di nuovo a chiuderci a casa, bene, stiamo a casa, ma rifiutiamoci di lavorare. Niente telelavoro, niente dirette web, niente didattica a distanza, niente cura. Per vedere l’effetto che fa. “È molto semplice: restate a casa.”

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1 commento

  1. Molto bella la prefazione, grazie !
    Unico appunto : di de Pedrolo in italiano e’ stato tradotto nel 2011 per Atmosphere Seconda origine, un bel romanzo post-apocalittico

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