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Claudia Zironi: “Tratteggi friulani”

di Federico Ielusich

Una regione il Friuli Venezia Giulia in cui “sembra tutto creato apposta per diventare ricordo”. In questo frammento dal sapore aforistico è racchiuso il fascino suadente di Tratteggi friulani di Claudia Zironi – volume di prosa poetica odepòrica impreziosito dalle fotografie di Benedetto Beny Kosic – edito nel febbraio 2023 per la giovane e dinamica casa editrice indipendente goriziana Qudulibri –Collana Porta Maggiore/Poeti 71 pag. in brossura- che costituisce la nona opera letteraria della nota autrice bolognese. Il titolo del libro è una sineddoche che rappresenta l’immaginario collettivo sulla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e non intende in alcun modo sottovalutare la ricchezza data dalla diversità di visuali linguistiche e storiche che la regione contiene e rappresenta. Ma da dove nasce l’esigenza della scrittura di questo libro? “Ricordo che ero alle medie – dice la poetessa nella prefazione del volume- quando il Friuli, quello vero, tremava, e c’erano in TV immagini in bianco e nero di paesi sbriciolati, di gente indaffarata e impolverata, dalla faccia triste […] Sarà per tutto questo che ho tenuto il Friuli Venezia Giulia per ultima tra le regioni da visitare, ne ho varcato il confine a ormai 50 anni […] con la bambina dentro di me, che ha raccontato questa storia, che ancora avrebbe voluto tornare indietro […] e ci ha trovato te, che sei casa.” Una storia d’amore a lungo agognato e alla fine corrisposto. La poetessa, da quando ha varcato per la prima volta nel 2015 i confini della RAFVG, non è più riuscita a smettere e ha voluto omaggiare questa splendida regione di confine -crocevia di genti e di culture- scrivendone una sorta di diario di viaggio. Un pegno d’amore. Così è nato Tratteggi friulani.

Ventitrè fermo immagine che l’autrice ha inanellato pazientemente con sguardo stupito, immacolato, terso, sapido, penetrante ma anche fanciullesco -in senso pascoliano- fra il 2015 e il 2022 con il fil rouge di una ricercata, raffinata prosa poetica, con frasi a tratti ermetiche, di sapore yūgen – di una profondità insondabile. Una prosa poetica che rimanda da un lato ai paesaggi del Friuli cantati nei loro scritti da P. Zorutti, E. Bartolini, L. Gazzino, A. Tomasìn, E. Sgubìn, C. Sgorlòn, P.P. Pasolini nella sua fanciullezza a Casarsa, da P. Cappello e dai loro epigoni, da un altro a richiami ed echi della prosodia di Ungaretti e Saba. L’autrice offre al lettore attento una visione filtrata dell’alterità, di ambienti usuali per i friulani e i giuliani secondo punti di vista alternativi che sono spesso inficiati per i residenti dal biais cognitivo della quotidianità che l’ordinarietà vela.

Come un calice fragrante di pinòt nòir -si apre- e scorre… la pagina -delicatamente sfogliata, assaporata e meditata. L’io poetico dell’autrice ci prende per mano guidando il lettore in un viaggio lento, molle e appagante nello spazio, nel tempo, nei panorami interiori, nei luoghi del cuore, nei paesaggi dell’anima e si va… Aquileia irreale nel tramonto con le sue rovine -accenti imperiali- così estranei alla terra. Il Carso in fiamme ove il fuoco discende nella terra a cercare l’oblio delle ossa dei caduti, per le vie nascoste dei torrenti, poi, riappare e non si doma…non si doma (immagini che ci riportano al Carso della Grande Guerra cantata da Ungaretti o alla contemporaneità del conflitto Russo-Ucraino). Cividale del Friuli -patrimonio UNESCO- in perfetto equilibrio sul ponte del Diavolo dove il cielo cola nell’acqua di un azzurro totale e le fronde e le verzure sommerse lo mutano in verde. E poi il Collio e la sua aria paglierina d’ebbrezza bello di morbidi filari, dove l’ordine è dolce e circolare, dove regna la mezza stagione nei colori e nei profumi. Il confine Sloveno che segna un passaggio dimensionale, di lingue, luoghi, non luoghi e percezioni, e poi Fogliàno, Gradìsca, Cormòns e le chiacchiere con Gaia presso l’enoteca in piazza grande, e Doberdò del Lago, Redipuglia con il sacrario condanna eterna al ricordo e alla celebrazione dove ungarettianamente “si sta” nel bianco del cielo, attenti, immobili e poi…e poi lame di mare e di celeste all’orizzonte con le falesie di Duino -un riflesso- uno scoglio lontano dove rovine inabitate promettono misteri ripercorrendo i passi di R.M. Rilke. Le calette sassose di Sistiana ove la pietra si tace sulle origini -incerta sul permanere o farsi sabbia. Ed ecco…Gorizia -città che non sembra città- piuttosto un dire di storie, un celare qualcosa del passato, dell’ineluttabilità del futuro, spettri lungo strade deserte e perturbazioni improvvise in giornate quiete di sole.  La laguna della Grado di Marin e Pasolini giallognola di luce notturna, pinete ordinate, giardini fragranti e lidi che paiono infiniti. E poi scendere, scendere nell’ancestrale, nel preludio del mondo della magnificenza della Grotta Gigante e poi il lento salire -rinascere alla luce nuova. Nello sguardo immenso di Saba ecco il bastione celeste e lussuoso del maniero di Miramare che si apre largo al golfo, a Muggia e Trieste – l’Algida- una “scontrosa grazia” che canta dal mare un ricordo, come attraverso un crocevia cosmopolita ma senza cadere e le sue genti, la bora e la nostalgia di “Ulysses“ di noi umani transeunti viaggiatori. Udine che solletica le corde del bello, piccola vertigine da un dislivello. E infine il pordenonese con Pordenone -fenomeno metaforico contratto- e Maniago giada e smeraldo.

L’editore propone in sinestesia ai testi in prosa poetica ventitrè foto a colori e b/n del fotoamatore autodidatta Benedetto Kosic. Fotografo animato dall’amore per la sua città -Gorizia- e per la terra meravigliosa che la circonda. Come asserito dallo stesso Kosic nella nota biografica i suoi generi preferiti sono in gran parte i paesaggi della sua terra: la valle dell’Isonzo, il Carso, le valli del Natisone, le zone sulla costa tra Trieste e Grado, Venezia e le foto “street” di Gorizia, specialmente del centro storico e dei suoi angoli più nascosti e suggestivi -oppure- foto di persone in situazioni “normali” e improvvisate, ritratti belli di una bellezza naturale realizzati con la sua Lumix micro 4/3. “Il mio obbiettivo” afferma Kosic “è riuscire a vedere il bello che mi circonda e saperlo mettere in un rettangolo in maniera da renderlo ancora più interessante. Per me la fotografia è provare ad incorniciare momenti e situazioni che senza i click finirebbero dimenticati nella frenesia di giornate sempre più veloci e spesso prive di significato”. Kosic pubblica le sue opere prevalentemente sui “social” e ha partecipato ad alcune mostre collettive.

Un’opera -quella di Zironi- che per la sua struttura rimanda -con le dovute evidenti differenze- agli haibun della poetica giapponese ove, come negli haiga della poesia del genere haikai, la descrizione sintetica e oggettiva di un viaggio si compenetra con l’immagine (dipinta/fotografata) e il testo dello haiku, senryū o tanka a fissare un attimo altrimenti perso negli infiniti cicli del divenire: in quest’ottica il fotografo Kosic si fa hijin né più né meno della stessa poetessa C. Zironi. Nelle pagine di questa pubblicazione risuona il mutuo, muto canto vibrante di viandanza del dàimon platonico della poetessa e del genius loci dei luoghi da lei visitati. Un canto muto in cui si compenetrano silenzi, i suoni della natura, luce, ombra, fragranze, visioni multicolori a volte in contrasto con l’architettura dell’uomo novello Demiurgo. Un percorso poetico nel solco della lezione leopardiana dello “Zibaldone” (pagine inerenti la prosa poetica).

La letteratura odepòrica o di viaggio -in cui l’opera di Zironi si inserisce- ha una storia molto antica. Già rintracciabile nella storiografia greca-latina (Iliade, Odissea di Omero – Eneide di Virgilio) trova la sua piena espressione nel Milione di M. Polo (1300) e successivamente nella letteratura tardo-medioevale e rinascimentale francese con poeti e autori quali: M. Taillevent, A. de Sale, R. Hakluyt o in forma onirica/allegorica nella Divina Commedia di Dante Alighieri. In seguito il genere ebbe notevole successo grazie al Grand Tour di cui Il viaggio in Italia di J. W. Von Goethe, edito nel 1817, ne è la massima espressione letteraria. Nel diciannovesimo secolo, le opere di R. L. Stevenson ne rappresenta la punta di diamante. Nell’ambito della letteratura di viaggio contemporanea meritano di essere citati gli autori anglosassoni: B. Bryson, P. Theroux, W. Least Heat-Moon, J. Morris, B. Chatwin, E. Newby, W. Thesiger, L. Osborne e C. Thubron. Tra tutti merita una menzione d’onore Jack Kerouac (Sulla strada) che più di tutti ha posto il viaggio al centro della sua produzione artistica. Tra gli italiani meritano menzione B. Severgnini, W. Bonatti, G. Bettinelli e i giornalisti T. Terzani, G. Piovene, S. Ramazzotti, M. Pennacchi e il triestino Paolo Rumiz.

Come afferma Giada Tecchio in un suo articolo inerente la teoretica della letteratura odepòrica “Quello fra viaggio e letteratura è un rapporto molto stretto, un “nesso privilegiato” che ha intrecciato fin dalle origini le imprese di viaggio dell’essere umano e l’atto di scrivere, di farne racconto, di condividerle con altri. […] L’esperienza del viaggio in sé per sé come situazione di mutamento e di trasformazione, è da sempre associata all’operazione di scrittura, quasi come se l’azione di raccontare il viaggio, attraverso il recupero scrittorio, (fotografico/grafico/pittorico/audio-video n.d.r.) e memorialistico di questa esperienza, costituisse una parte imprescindibile delle finalità del viaggiare stesso. […] La relazione fra viaggio e letteratura è stata esplorata a livello teorico, innanzitutto intendendo il testo come forma di viaggio e reciprocamente il viaggio come sistema narrativo, arrivando ad interpretare la scrittura stessa come un “atto di spaesamento”, o ancora un allontanamento dal noto e dal familiare, verso una conquista dell’identità. Si può concludere che ogni forma narrativa, in certo qual modo, includa al suo interno una forma di viaggio, così come ogni viaggio si costituisca come un movimento in uno spazio-tempo che implica una struttura intrinsecamente narrativa. […] All’interno del genere odepòrico si evidenziano alcuni tratti comuni nello specifico i rapporti fra la narrazione e la descrizione, con una spiccata preponderanza di quest’ultima, sia che essa derivi dall’esperienza diretta del viaggiatore-scrittore, sia che essa si basi su fonti esteriori o costruzioni immaginarie. Inoltre, particolarmente rilevante risulta l’elemento del “dialogismo”  dei racconti di viaggio, in quanto questi si adeguano al bisogno di “raccontare” un’esperienza, ma anche in quanto essi presentano una struttura implicitamente comparativa, che pone in relazione due visioni:  quella del “mondo di partenza”, assunta come punto di riferimento per il viaggiatore-scrittore e per i suoi lettori, e quella del mondo “Altro”, della destinazione del viaggio, che si pone necessariamente come termine di paragone dell’osservazione. [… ]. Il legame che l’odepòrica intrattiene con i concetti della spazialità e della rappresentazione del territorio, oltre a costituire una fonte per la possibile descrizione delle “immagini” che formano un dato luogo (per offrire cioè delle possibili “letture” di quest’ultimo, intendendo il testo come esempio di costruzione di una immagine spaziale), può anche rivelare le modalità culturali con cui l’osservazione dei nuovi paesaggi osservati nel percorso di viaggio conforma la descrizione letteraria. […] In sostanza, l’esperienza del viaggio e la sua scrittura assumono un significato particolare nella storia della cultura, e si intrecciano profondamente nel momento in cui essi divengono il metodo per eccellenza della scoperta, della comprensione e della catalogazione del mondo: il moto, la curiosità, l’osservazione e la loro traduzione letteraria si fondono in un nesso che ha giocato un ruolo centrale non solo a livello di esperienza letteraria nell’odeporica, ma più profondamente nel cuore stesso dei meccanismi della nostra conoscenza del reale.”

In conclusione, Qudulibri propone un volume di nicchia, elegante, molto curato nella veste grafica. Come asserito dalla stessa autrice a questa prima opera ne potrebbero fare seguito anche delle altre con un secondo e forse un terzo volume. Restiamo in attesa…

“Buon cammino, Claudia!”

Federico Ielusich

Bibliografia

Tratteggi friulani – fotografie di Benedetto Benny Kosic – di Claudia Zironi – Collana Porta Maggiore-I Poeti – Qudulibri -Gorizia -febbraio 2023 prima edizione

Eppure ancora i nespoli-dissertazioni sullo Haiku – di Antonio Sacco – NullaDieNuovoAteneo Edizioni – Saggi Nulla Die -agosto 2020 prima edizione – Piazza Armerina

La luna e il cancello-saggio sullo haiku – di Luca Cenisi – Castelvecchi – Cahiers- agosto 2018 – Roma

Il Chiasmo (/magazine/chiasmo/) -Lo sguardo del viaggiatore: la letteratura odeporica e l’osservazione del mondo – di Giada Tecchio

https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/lettere_e_arti/Dinamismo/2_SNS_lo_sguardo_del_viaggiatore.html

 

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Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. E’ poeta, regista, curatore del progetto “Edizioni volatili” e redattore di “Nazione indiana”. Ha co-diretto insieme a Lucamatteo Rossi la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato "La consegna delle braci" (Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli, Premio Bologna in Lettere) e "La specie storta" (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano Under 30). Ha preso parte al progetto “Civitonia” (NERO Editions). Per Argolibri, ha curato "La radice dell'inchiostro. Dialoghi sulla poesia". La traduzione di Moira Egan di alcune sue poesie scelte ha vinto la RaizissDe Palchi Fellowship della Academy of American Poets. È il direttore artistico della festa “I fumi della fornace”. È laureato al Trinity College di Dublino.
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