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Andrea Franzoni: «guardare il frutto e non prenderlo.»

 

 

È uscito, per AnimaMundi Edizioni, Nature vuote di Andrea Franzoni. Ospito qui alcune poesie, insieme alla nota di Antonella Anedda.

 

***

 

e sul monte, nulla:

era una storia anche quella.

 

Rimase a guardare.

 

Dalla base della nuca, il cardo

cominciava a fiorire.

 

L’infanzia era questo:

rovesciare la voce

 

imparare a dormire.

 

***

 

Soggiace

con tenera visione di niente

il canto di ogni mattina:

 

chi fa qualcosa la rovina

chi fa qualcosa la rovina.

 

***

 

C’è più luce nel vaso

quando il vaso si spezza.

 

Ma c’è più luce ancora

quando il vaso non c’è.

 

***

 

Guardare il frutto e non prenderlo.

Lasciarlo maturare nel proprio albero.

Lasciarlo marcire.

Lasciarlo cadere.

Lasciare che faccia un nuovo albero.

 

 

DIRAMAZIONI

di Antonella Anedda

 

Traducendo dallo spagnolo lo straordinario Voci (Argolibri, 2023) di Antonio Porchia, Andrea Franzoni citava da Anne Carson: «Qual è il potere dell’inspiegato», una frase che compare anche in Nature vuote. L’inspiegato non è l’inspiegabile, ma invece quello che resta della spiegazione, il suo potere è legato alla possibilità di una punteggiatura slittante, di una scrittura semplice, piana ma non impoverita, vuota per abbondanza e non per impotenza. Ancora Antonio Porchia: «Ciò che ritorna non ritorna mai del tutto, anche quando ritorna del tutto». Nature vuote è un lavoro sul resto e una riflessione sul costruire che comporta la necessità di non caricare la costruzione. Alle citazioni da Carson e da Emily Dickinson si uniscono i versi di Thierry Metz che sulla necessità di trattare la parola come mattone e muro ha edificato la grandezza della sua poesia. Il resto si nutre di perdita, si s-carica, il vuoto presuppone un pieno. Se parla con le immagini – come testimonia la poesia dedicata a Simone Pellegrini – è molto attento a svuotarle azzerandone la sonorità. Al tempo stesso muovendo l’aria dentro le parole anche quando rivela le sue fonti (come Hölderlin, Valery, come appunto Metz) non azzera la sorpresa della persona che legge: «La domanda passa. Il sole scende». È la risposta a «perché facciamo tanto se poi non siamo niente». L’assenza di punto interrogativo svuota l’interrogativo. Spesso l’uso della terza persona crea i presupposti dell’osservazione: «e sul monte nulla: \ era una storia anche quella. \\ Rimase a guardare. \\ Dalla base della nuca il cardo \ cominciava  a fiorire». Spesso, come in una poesia molto bella intitolata Finire il passato la ripresa di un termine anzi il suo ispessimento: «come un lago intorno a un lago» definisce un circuito ironico che passa attraverso la pazienza fisica: «Tenere la lingua ferma finché sopra \ ci cresca l’erba. \\ Come un lago intorno a un lago. \ Il confine, il significato». Franzoni sa come dice Valery che «un’opera mancata può essere un capolavoro interiore». I testi in sequenza di Introduce semplice luce mostrano i reticolati geografici di una poesia che ha ragionato su cosa sia e come possa essere percorsa la zona tra parola espressa e taciuta. Per parafrasare ancora Anne Carson esiste non solo il diritto di rimanere in silenzio davanti all’intraducibile ma esistono anche variazioni possibili, diramazioni. Una di queste è l’oblio (all’Angelo dell’oblio è dedicata infatti una poesia del libro). Secondo una variazione chassidica sul Talmud il solco tra naso e labbra che abbiamo sul viso deriverebbe dall’impronta del dito dell’angelo sulla bocca del neonato perché dimentichi il sapere dell’intera Torah che aveva imparato durante la gestazione. Ricordare tutto causerebbe disperazione, il pieno appesantirebbe tutta la vita in una continua rivisitazione dell’infelicità del nascere e del morire. È il vuoto che permette di imparare di nuovo e di testimoniare. Uno dei motivi del mio interesse per la natura del vuoto di queste Nature vuote è nel riconoscimento di un linguaggio e di un pensiero che, partendo dalla consapevolezza della perdita, sceglie di esporre solo gli oggetti necessari in uno spazio di sopravvivenza ma anche di nuova costruzione, accettando il paradosso di essere per non cadere nell’arroganza del non voler essere. «Triste sei meno triste. Resta triste» – aveva scritto Antonio Porchia. Poeta sei meno poeta. Resta poeta.

 

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Giorgiomaria Cornelio
Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. E’ poeta, regista, curatore del progetto “Edizioni volatili” e redattore di “Nazione indiana”. Ha co-diretto insieme a Lucamatteo Rossi la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato "La consegna delle braci" (Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli, Premio Bologna in Lettere) e "La specie storta" (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano Under 30). Ha preso parte al progetto “Civitonia” (NERO Editions). Per Argolibri, ha curato "La radice dell'inchiostro. Dialoghi sulla poesia". La traduzione di Moira Egan di alcune sue poesie scelte ha vinto la RaizissDe Palchi Fellowship della Academy of American Poets. È il direttore artistico della festa “I fumi della fornace”. È laureato al Trinity College di Dublino.
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