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Le anime del Purgatorio, ovvero il Museo di Storia Naturale

Giovanni di Benedetto

L’estate era tornata. La glaciazione era un ricordo lontano evocato durante le liturgie del giorno dei morti. Ricoperta da una polvere gessosa, la strada che conduceva alla marina costeggiava il letto prosciugato di un fiumiciattolo nel quale le pietre si accumulavano come le colonne distrutte di una Pompei in miniatura. Santa Maria del Mare dormiva nel mezzo del giorno.

Dalle persiane socchiuse la luce filtrava a intermittenza, ricomponendosi sulle pareti nelle forme astratte delle prime pitture rupestri. Si voltò dall’altro lato del letto e tornò a dormire. Al risveglio i dinosauri erano ancora lì[1].

Dal santuario le campane si riversarono fino al mare trascinando con esse la litania dei Miserere, l’argento degli ulivi secolari e il sonno delle anime del Purgatorio. Andò in cucina per togliersi dalla bocca il sapore vischioso dei crisantemi, ma il vino accentuò l’acidità. Sentì che il cuore era sul punto di scollarsi dal petto[2]. L’indomani sarebbe partito. Quando chiuse la porta, le chiavi nella serratura non fecero alcun rumore[3].

L’espresso del mattino si allontanò dalla stazione lasciando alle sue spalle la cresta irregolare del massiccio che circondava la piana in cui sorgeva Santa Maria del Mare, l’odore salmastro dei molluschi e del rosmarino, le voci dei braccianti che lavoravano la terra umida degli agrumeti. A mano a mano che il treno accelerava, il paesaggio che vedeva dal finestrino perse sempre più i contorni sfumando nelle immagini dei ricordi e i ricordi nelle incerte visioni dei sogni[4].

Trascorsero gli anni.

La preghiera del mattino si diffuse dal minareto della Grande Mosquée alla stessa maniera in cui, un tempo, ogni quindici agosto, i canti della processione risalivano dalla marina fino alla casa dei nonni per la festa dell’Assunzione. Si alzò dal letto con fatica e si trascinò in cucina per preparare il caffè, come faceva ogni mattina. Ogni passo era uno sforzo sovraumano che ribadiva le verità delle leggi naturali, la gravitazione, la trasformazione della materia. Fece una doccia. Riconobbe a fatica il suo corpo. Le mani stringevano i capelli radi come se fossero ancora quelli lunghi con i quali un tempo Nina amava giocare dopo aver fatto l’amore. Davanti allo specchio vide il viso di suo nonno[5] emergere dalla superficie frastagliata del suo come una delle dorsali oceaniche della crosta terrestre[6]. Era invecchiato. Era stata una reazione a catena, una di quelle improvvise accelerazioni del tempo che conducono alle rivoluzioni, alle palingenesi o a una delle grandi estinzioni di massa. Gli anni si erano accumulati come le differenti parti di un inventario sul quale erano state riportate le collezioni di un museo di storia naturale. I nomi, i cognomi, gli indirizzi, i numeri di telefono, repertoriavano minuziosamente la flora e la fauna di un’enciclopedia dei morti. Le gallerie del museo costituivano gli assiomi di una teoria della deriva dei continenti. Hayya ‘alāl-falāħ As-alātu khayru min al-nawm Allāhu akbar. Il muezzin aveva terminato la sua preghiera. Andò alla finestra. Gli alberi del Jardin des Plantes annunciavano l’imminente resurrezione. D’improvviso, da una delle rughe del suo viso si aprì una nuova faglia oceanica che attraversò la città fino all’orizzonte. In strada, le persone guardavano il cielo. Le nuove stagioni non erano ancora iniziate ma quelle antiche erano già finite[7]. Chiuse la finestra. Ritornò a letto e provò la stanchezza di uno dei primi esseri invertebrati. In bocca aveva il sapore rancido dei crisantemi.

Al risveglio, i dinosauri erano ancora lì. Prese del fango e iniziò a lasciare le impronte delle proprie mani sulle pareti della grotta, poi a disegnare le forme astratte degli animali che aveva sognato, le forme geometriche, le lettere dell’alfabeto, il moto degli astri, lo zero, la sezione aurea, l’ombra della meridiana, la prosodia dell’esametro, i volti amati[8].

***

[1] Anni dopo, mentre passeggiava tra i viali del Jardin des Plantes, gli scheletri immensi che apparivano dalle vetrate del Musée d’Histoire Naturelle gli avrebbero ricordato le ciminiere delle fabbriche in disuso della periferia di Santa Maria del Mare, le mani cartavetrate dei nonni, il volto di Nina e tutte le altre specie estinte del cuore.

[2] Anni dopo, mentre attendeva il treno che lo avrebbe riportato a casa, avrebbe provato la stessa nausea e insieme ai crisantemi avrebbe vomitato il volto di Nina che lo attendeva.

[3] Dall’altro lato del muro i fantasmi si scollarono dalle pareti come un fossile da una pietra.

[4] Prima che il treno entrasse nel tunnel, si ricordò di una giornata trascorsa con il nonno poco dopo la fine della scuola. Insieme, avevano fatto un’escursione agli Astroni. Lungo il sentiero principale, la vegetazione era così fitta che, a tratti, il sole spariva del tutto dietro i rami massicci dei grandi castagni, dei lecci e degli olmi della foresta. Quando giunsero nei pressi del Lago Grande, intravide tra il canneto le grandi ali cineree di un airone dispiegarsi come il legno intagliato della croce che decorava l’altare del santuario di Santa Maria del Mare. Seduti sulla riva, il nonno gli raccontò che quel luogo era il cratere di un vulcano spento, la cui attività, quattromila anni prima, aveva dato vita a quello che oggi era il litorale di Santa Maria del Mare. Secondo la leggenda, all’alba dei tempi, prima ancora della comparsa dei primi organismi pluricellulari, in quello stesso cratere, aveva abitato un ciclope di nome Sterope, prima di migrare sull’Etna. Quando il treno uscì dall’altro lato del massiccio, fu come se il nonno fosse diventato un ricordo così lontano da confondersi, anch’esso, con la cosmogonia di Santa Maria del Mare.

[5] Quando partì da Santa Maria del Mare, la malattia aveva già preso il sopravvento sul corpo del nonno. Di ciò che era stato soltanto gli occhi si ergevano riconoscibili sul suo volto come le vestigia di una civiltà antica. Anni dopo, avrebbe provato la stessa desolazione quando avrebbe osservato il viso di Nina invecchiare e incresparsi e perdere a poco a poco le forme che aveva amato.

[6] Dalla terrazza della casa dei nonni poteva scrutare l’intera baia di Santa Maria del Mare. Durante la festa dell’Assunzione, da bambino, quando le campane del santuario smettevano di suonare, gli sembrava che il cielo fosse così basso da poter crollare nel mare, inghiottendolo e trascinandolo nelle profondità marine del Tirreno, in uno dei tanti crateri spenti che giacevano negli abissi insieme ai fossili delle Ammoniti, dei Ciclopi, dei Placodermi e delle altre specie estinte che un tempo avevano abitato quella terra.

[7] Tutte le preoccupazioni della vita erano scomparse, le sofferenze e le pene, le malattie e la morte. Tutto era ancora retto dalle leggi della natura, ma la loro azione era sempre più lenta, le manifestazioni sempre più incerte. Il mare aveva invertito il corso della Senna e aveva occupato nuovamente le terre abbandonate millenni prima. Ma le acque erano prive del furore delle maree. Le navi avevano smesso di naufragare. Le onde si erano spente e ricoprivano la superficie per inerzia, senza un moto proprio. Nella parte orientale della città c’era ancora qualche incendio, ma anche il fuoco aveva perso il suo furore. Le fiamme tingevano l’aria di un sangue rossastro, ma non bruciavano più, non consumavano più la materia, non provocavano più dolore. Le fiamme esistevano sulla superficie delle cose come la polvere. Il tempo esisteva ancora. Le lancette degli orologi continuavano a girare, nel cielo il sole continuava ad alternarsi con la luna, le campane suonavano ogni quarto d’ora e l’adhan si diffondeva dai minareti per richiamare i fedeli per la preghiera dell’alba, di mezzogiorno, del pomeriggio, del tramonto e della notte. Ma il tempo aveva smesso d’avere importanza, gli anni avevano smesso di essere l’unità di misura che quantificavano il deperimento dei corpi e della memoria. Non c’era più nulla di triste, più nulla di meraviglioso. Il passato svaniva come una delle particelle infinitesimali di cui sono composti i sogni al mattino. Ogni attività umana, vegetale e animale cessò e nell’aria restava soltanto lo stesso silenzio del giorno della creazione. Ogni essere sarebbe stato chiamato per nome. Tutti erano in attesa, disposti in fila indiana col viso rivolto al cielo splendente, nella gioia del mattino. Tutto ciò che era chiuso si schiuse: le porte, i cassetti, le casseforti, le prigioni, i gusci delle noci, i fiori, gli occhi, i cuori, i sepolcri. Ognuno attendeva di essere chiamato per nome. Un bagliore. Poi il nulla.

[8] Molti anni dopo, allo scoppio della guerra, avrebbe raggiunto il suo reggimento in Dordogna, a Montignac, a poche miglia dalla linea di fronte. Prima che il treno fosse entrato nella stazione di Brive, udì un’esplosione. Il convoglio frenò bruscamente e deragliò. Quando riaprì gli occhi, il cielo sopra di lui aveva il colore dell’argento fuso con il piombo. Si portò le mani alle tempie e le dita si ricoprirono del suo sangue. L’acufene cessò. Sentì le urla agonizzanti dei suoi compagni confondersi con il latrato di un animale morente. Strisciò con il muso rivolto verso la terra per svariati minuti, fino a raggiungere la boscaglia. Si inoltrò nella foresta e al quinto giorno di marcia si imbatté nel corso di un fiume, probabilmente la Vézère. Continuò verso est. All’improvviso, su uno dei fianchi del sentiero, vide una griglia di ferro semiaperta. Scese il pendio ed entrò nella cavità. Sentì l’umidità impregnare le fibre dei suoi vestiti fino a raggiungere i tessuti nervosi. A mano a mano che si inoltrava nella grotta, l’oscurità si faceva sempre più densa. Si fece luce con una torcia. Sulle pareti della grotta vide l’impronta di una mano. Ebbe un sussulto al cuore e l’impressione che avrebbe potuto vomitarlo. Quella mano era la sua. Si voltò dall’altro lato della parete, e la torcia illuminò il profilo di un toro. Sentì le vertigini mescolare il suo sangue. Prima di perdere i sensi, alzò il volto, e vide una sagoma umana coricata ai lati di un bisonte sventrato. Si ricordò del gesto con il quale la sua mano aveva ucciso l’animale poco prima che morisse, della fuga, l’affanno, il buio. Al risveglio i dinosauri erano ancora lì. Il custode annunciò che la chiusura era imminente.

Foto di Rolando Otero da Pixabay

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1 commento

  1. Bellissimo,letto tutto d’un fiato tra realista e onirico una miscela di generi letterari tenuti insieme da un filo di poesia

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