les nouveaux réalistes: Deborah Guarnieri

 

Faster, faster

di

Deborah Guarnieri

 

Immagina una macchina, un veicolo, un ammasso di ferraglia, una cassa da morto su ruote, com’è per alcuni, passare da zero a cento chilometri orari in due battiti di palpebra, palpebra giù, palpebra su, e il corpo è strattonato al sedile dalla cintura a cinque punti, da una gravità due, tre volte quella normale, forza G si chiama, la pressione che aumenta, ti incolla, ti sposta, che svieni se non riesci a sopportarla, immagina sostenere così sessanta giri, perdendo una caterva di liquidi, si perdono dai tre ai quattro chili di liquidi sudando, è come dire adesso esco a farmi una bella passeggiata nel deserto del Sahara. Ci vuole dedizione, per questa roba. Spazio per altro non esiste, come nel sesso, se vuoi fare del bel sesso e non solo svuotarti le palle, devi essere lì, devi essere presente, e chiuderti in quella bolla, il pensiero focalizzato sulla prestazione, sull’ascolto di ogni reazione, ogni vibrazione. I piloti migliori capiscono se una macchina è buona appena ci montano sopra. Sì, come nel sesso diventiamo una cosa sola, un unico in perfetta armonia, vanno ragionati i cambi di ritmo, calcolate frenate e accelerate per arrivare insieme all’apice, alla vittoria.

 

Alloggio in questa camera d’albergo vista piscina a sfioro, loro sono sul balconcino, io sto al di qua del telaio della portafinestra che segna tra noi un confine. Potrebbe essere chiusa, potrebbe esserci uno schermo a separarci, loro vivono in un film che non è il mio, pronunciano battute che non mi appartengono. Devi battere il record, limare quel decimo di secondo, devi stampare un tempo più basso, ricordati che è una sfida non solo contro gli altri, ma soprattutto contro te stesso, devi essere la versione migliore di te stesso, sempre, sempre migliore, dice il coach, appoggiato alla ringhiera che l’inserviente lustra ogni mattina. L’aria sa di citronella, è dentro i prodotti che usano per pulire.

Dobbiamo andare alla 24 Ore, dai, che andiamo a Le Mans, a quel punto finiscono i devi, sostituiti dai dobbiamo, parla per sé stesso più che per me. È un nevrotico che vive giorno e notte con occhiali rosé, gli parte l’embolo, fa schioccare un palmo contro l’altro, urla: più veloce, più veloce! Faster, faster, lo urla in inglese perché sono più veloci anche le parole.

Alle sue spalle sfilano le ospiti in pareo, mio padre le adocchia, si accoda, lo sguardo sul loro corpo, non su di me: E devi trovarti una donna, se vuoi essere la versione migliore di te stesso. Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, ricordatelo. Avere una brava donna ti tiene in carreggiata.

Fin da quando ero bambino, l’ossessione me l’ha trasmessa lui che è sempre stato un invasato, con le macchine e con le donne, una cosa tirava l’altra, dopotutto vedevano scendere il sosia di Daniel Craig da una Lamborghini Huracán, chi poteva biasimarle. Tre matrimoni mentre io, nato dal secondo, di donna ne ho frequentata solo una, la Cindy, e l’ho tenuta nascosta. Era un po’ particolare la Cindy, diciamo. Non proprio una brava donna, diciamo, almeno non come la intende mio padre.

Quei due continuano, blaterano perché ho perso due gare, mai persa una gara in vita mia, perdo due gare e diventa uno scandalo per tutti quanti. Loro non lo sanno che è morta la Cindy.

Al circuito ci separiamo, loro rimangono alla hospitality, io mi isolo nel motorhome per preparare mente e fisico, o almeno è questo che dovrei fare. Nel box controllano la mia purosangue, la pressione e la temperatura degli pneumatici, i livelli dei liquidi, il serraggio dei dadi, i meccanici come api laboriose. Io infilo nelle orecchie i tappi di gomma, indosso l’intimo ignifugo, le calze ignifughe, la tuta, il passamontagna sottocasco ascoltando l’eco del mio respiro, è una meditazione, di solito, è il rituale della vestizione con cui entro nelle fibre pensate per salvarmi dal calore e dalle fiamme. La trance mi accompagna nel confronto con gli ingegneri di pista, ogni loro indicazione si deposita nei centri ricettivi del cervello, l’aria frizza mentre monto sulla purosangue, chiudo la cintura a cinque punti, i due spallacci, i due cinturini sui fianchi e quello che mi passa tra le gambe, convergono in una fibbia centrale che scatta, clac, segnala il risveglio.

Oggi tutto questo non succede, oggi non ci sono con la testa. Impugno il volante, mi sposto in griglia. Provo a pregustare il ringhio del motore, l’odore di gomme bruciate e benzina, ma non mi sale l’adrenalina, non mi sale la brama di velocità, di sfidare l’umano e la fisica. Nel cockpit niente si muove.

C’è solo una cosa che mi accende, che mi dà una scossa alla base della colonna, quando ci penso: una mano me lo prende, le dita gli si stringono intorno, il pollice percorre la vena più gonfia, saliva cola. Non so se sia la mano della Cindy, non vedo le sue unghie smaltate a forma di mandorla, mi sembra una mano qualsiasi, mi basterebbe una mano qualsiasi, bagnata scivola su e giù… Partiamo. La prontezza già mi manca. La distrazione sulla pista non è buona compagna, lo insegna il mio amico Felipe che non ha visto un detrito e si è quasi spaccato il cranio. Serve anche a questo, la concentrazione assoluta, ad allontanare la morte, e che morte, immagina, schiantarsi ai duecentottanta, finire come Ayrton Senna, con l’osso frontale sfondato dal puntone della sospensione.

Perdo aderenza, la cavalla non galoppa, mi sorpassano uno dopo l’altro, li lascio fare. A fine gara il coach è introvabile, disperso nel paddock, si prenderà una sbronza. Vengo trascinato dal padre a una cena dell’infamia con la terza moglie che è la copia spiaccicata della prima, se non che questa ha due occhi enormi, è la sua unica peculiarità, a mio padre piace la bellezza sbiadita, quella che si confonde in una sala affollata. Non parla, e io mi chiedo cosa le passi per la testa, mi fissa con quegli occhi enormi e forse pensa che ho esaurito la cartuccia, che sono pronto per la tomba del successo. Forse ha pietà di me, mi crede un impotente. Padre si lancia in discorsi motivazionali, preoccupato che la mia luce flebile possa di riflesso indebolire la sua, averne perse due poteva capitare ma alla terza comincia a diventare un’abitudine, e la gente parla – ma quale gente – bisogna arrivare assolutamente alla causa, al comune denominatore di queste sconfitte per trovare una soluzione. Ma che mi tocca fare se resuscitare la Cindy dall’aldilà non è cosa? Gioco coi capperi sulla tartare.

Me ne vado in macchina ma non torno in albergo, imbocco un rettilineo e alla prima rotonda torno indietro, arrivo all’incrocio iniziale e prendo la direzione opposta, girare così mi ricorda quella volta che la Cindy me ne ha fatta una mentre la portavo al ristorante, la mano nel guanto di pizzo, e per poco non facevamo un incidente… Era brava, la Cindy, non sbagliava mai il ritmo.

Supero palazzi alveare, un’ex centrale del latte, un grosso supermercato chiuso. Vedo del movimento, luci gialle in una via e rallento davanti a un pub, alla gente sul marciapiede intorno ai tavoli alti, ragazzi a gruppetti, qualche faccia più vissuta che fuma sigarette e beve birra dalle bottiglie. Poco più in là, sul lato opposto della strada, c’è una vetrina coperta da una tenda viola, un cartello luminoso dice ᴀᴘᴇʀᴛᴏ sopra la classica immagine di una donna prona che viene massaggiata. Mi hanno parlato di posti del genere, di come riconoscerli, di cosa dire: happy ending è il termine specifico da utilizzare con le professioniste. Si esplicita il desiderio di un lieto fine, mi sembra un bisogno umano, commovente.

Suono il campanello. Mi apre una donna bassina, piuttosto carina, in abitino nero con una sola spallina, mi squadra e sembra soddisfatta da quello che vede. Mi invita a entrare in fretta, l’ingresso è fucsia, lei ha i piedi scalzi. Non so da dove cominciare, se sia questo il momento di contrattare, di avanzare delle richieste, mi metto a sfogliare il listino mentre un gatto della fortuna fa su e giù con la zampa compulsivamente. Con la Cindy era facile, l’avevo trovata su un sito che non lasciava spazio al dubbio, e tutto iniziava sempre con il mio aspettare in macchina ascoltando Leonard Cohen, if you want a driver, climb inside…, con lei che saliva, con una chiacchiera, una cena.

La masseuse prende in mano la situazione, attraversiamo il corridoio fucsia, raggiungiamo la stanza con il futon e una vasca bianca con doccino, snocciola: trenta minuti cinquanta euro, un’ora ottanta più venti per all inclusive, io mi siedo sul futon, atterrito da quella formula così poco poetica. Mi sento obbligato a chiarire: Happy ending? Voglio essere certo del mio lieto fine.

Inizio a spogliarmi, tolgo i pantaloni, tengo le mutande, con un gesto della mano lei mi sprona a togliere anche quelle, sorride, dice, schiena, con quella cantilena tipica della sua lingua tonale, due a che suonano su frequenze diverse. Si unge le mani con olio di mandorla, inizia dal collo, scende lungo le braccia, non tralascia nessuna parte del corpo, fa scorrere le dita tra le mie dita dei piedi, risale, massaggia i polpacci, le cosce, i glutei, indugia coi pollici tra le natiche, col mio permesso, completa il primo giro. Mi metto supino, lei mi sistema un piccolo asciugamano sopra l’ombelico perché non mi sporchi e se stessa in mezzo alle mie gambe, mi prega di allargarle, così fa meglio. Le allargo. Chiudo gli occhi, e lo sento animarsi come da un po’ non lo sentivo. Ho vinto.

Certo, non sono le mani della Cindy. Ogni tanto devo sussurrare: Faster, faster…

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

articoli correlati

AzioneAtzeni – Discanto Diciottesimo: Bachisio Bachis

di Bachisio Bachis
Dopo trentaquattro anni ti strappi alla terra dove hai amato, sofferto e fatto il buffone. Ogni angolo di strada testimonia una tua gioia, un dolore, una paura. In cambio sarò libero. La maschera che mi cuciranno addosso, lo straniero, l’isolano, il mendicante, mi nasconderà, occulterà il nome, sarò uomo fra uomini”.

Colonna (sonora) 2026

di Claudio Loi
Fine anno, tempo di resoconti o meglio di resa dei conti. Tempo di raccogliere quanto seminato durante l’anno e conservare i semi per i prossimi raccolti. Come sempre i frutti sono tanti, sempre più indecifrabili e fuori fuoco per una realtà che si fa fatica a comprendere e circoscrivere.

➨ AzioneAtzeni – Discanto Diciassettesimo: Andrea Breda Minello

di Andrea Breda Minello
A braccia aperte, lungo la linea orizzontale delle scapole, alla pari delle ali spiegate dei falchi, su Componidori attende la vestizione da parte delle massaieddas, tre giovani donne non sposate, vergini, che cuciono su misura l’abito regale, prima della Sartiglia.

➨ AzioneAtzeni – Discanto Sedicesimo: Antonella Anedda

di Antonella Anedda
Una delle foto più note di Sergio Atzeni, scattata da Giovanni Giovannetti nel 1994 lo mostra seduto a gambe incrociate sull’erba. Indossa un golf con disegni geometrici di tipo vagamente scandinavo ma che si trovano anche nei tappeti sardi.

Overbooking: Gennaro Pollaro

di Luigi Toni
I personaggi dei racconti si muovono su superfici scivolose, cercando appigli che non reggono, abitando spazi che si deformano sotto i loro piedi. Sono figure della precarietà ontologica, dell’essere sempre sul punto di cadere o di dissolversi.

AzioneAtzeni – Discanto Quindicesimo: Carlo Grande

di Carlo Grande
Il primo passo è la lotta/ bracciate controcorrente/ chiedo agli occhi e alle braccia/ di essere forti/ esser forti bisogna,/ che a Carloforte sono./ Al largo, e son solo.
francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: