Giulia Grandinetti: «un cinema come finestra, barca, guardiano del domani»
di Giulia Grandinetti

In anteprima su un inchiesta sul cinema che ho curato con Andrea Balietti, e che verrà pubblicata da Argolibri, ospito qui le risposte al questionario della regista Giulia Grandinetti.
INCHIESTA SUL VISIBILE
1) Il cinema ci insegna che nessuna immagine può esaurire il visibile. Ma dopo più di un secolo di film, abbiamo visto troppo – o non abbiamo visto ancora niente?
2) Mi ha sempre colpito una definizione di Gregory J. Markopoulos, che chiamava il filmmaker non commerciale “medico di immagini”, capace di portare lo spettatore in una forma “più alta” di esistenza. Oggi crediamo ancora al valore medicinale delle immagini, o soltanto al loro potere incantatorio?
3) L’immagine assomiglia a una polvere diffusa ovunque. Modalità che sembravano appartenere a una minoranza di filmmaker (schermi paralleli, schermi-di-schermi, flicker film, montaggio come schianto di immagini) dominano piattaforme come TikTok: ha trionfato il cinema sperimentale? O è stato semplicemente riconquistato?
4) Jean-Luc Godard, citando a suo modo San Paolo, diceva che «l’immagine verrà al tempo della resurrezione». Il cinema può ancora dirsi capace di far risorgere l’immagine del mondo? Di redimerla in qualche modo, come qualcuno auspicava nel secolo scorso?
5)Il cinema ha ancora un avvenire nello schermo? O, come profetizzava Saint-Pol-Roux, diventerà vivente?
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1]
Faccio una premessa: nelle generalizzazioni mi perdo, dunque nel rispondere riconosco già un forte capogiro e vortice in pancia di fronte a queste domande così ampie, inafferrabili spesso per me. Dunque la mia premessa è che qualsiasi cosa dichiaro oggi è rispetto a questo momento storico, ottobre/novembre 2025. Il mondo cambia molto velocemente e ieri è già distante da oggi e ogni oggi suggerisce nuove sfumature del mondo che si muove intorno a noi. Abbiamo visto troppo o non abbiamo ancora visto niente? Non lo so. Io vedo da 36 anni circa…eppure lo ricordo bene il giorno in cui sento di aver iniziato a vedere e non è un fatto connesso alla vista, ma ad una presa di coscienza, al riconoscimento del diritto di avere un’opinione sugli eventi esterni, connesso profondamente alle basi del concetto di autostima. Ricordo bene il giorno ed il momento in cui, come l’esplosione di una bolla, improvvisamente ho capito che il mio sguardo aveva il diritto di esistere ed essere elaborato sulla base di cosa la mia personalità amava, o pensava fosse giusto, o interessante. Non che prima di quel momento io non vivessi, scegliessi, agissi… facevo tutto. Ma con un nascosto senso di colpa dietro al mio andare nella mia direzione, spesso contro corrente. Non ero affatto consapevole di quanto il mio posizionamento psicologico nella mia relazione con il mondo esterno fosse capace di rendermi davvero lì o da tutt’altra parte. Quel giorno avevo 19 anni, è per me è cambiato tutto e ho pensato: ”su cosa hanno posato i miei occhi nei miei primi 19 anni di vita”. Lo sto capendo poco a poco, che non ero cosciente di vedere, ma in realtà avevo già visto moltissimo. Pensando a come vivono gli altri… beh, se avessi saputo rispondere credo avrei scelto di intraprendere un’altro tipo di carriera. Se ad oggi ho scelto di dedicare la mia vita ai film (sia come autrice che come spettatrice), evidentemente è perché credo ci sia ancora tanto da vedere, inesauribilmente. E con questo smentisco l’affermazione che spesso mi giunge alle orecchie sul fatto che è già stato fatto e visto tutto… ecco su questo sono in totale disaccordo. Se è vero che il cinema ci nutre come proposta di specchio della realtà che viviamo, ho la sensazione che non esauriremo mai statisticamente la quantità di punti di vista dentro i quali calarci per arricchire le nostre anime in evoluzione. La vera sfida forse è quindi comprendere quale angolazione sia necessaria per comunicare, colpire, sradicare, sorprendere, emozionare quanto pensavamo di aver visto. Capire insomma come arrivare al concetto del genio, in quanto colui che è capace di dialogare con la propria epoca, di farsi tubo e illuminare il proprio percorso e proporre luce anche per chi lo circonda. Il cinema come finestra, barca, guardiano del domani.
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2]
L’espressione medico d’immagini mi fa riflettere su un doppio aspetto: il primo è solo un banale gioco di parole su come ci si possa prendere cura delle immagini. Sono dunque le immagini ad essere curate o le immagini sono il bisturi con cui il professionista agisce per curare lo spettatore? Partendo da questa ambiguità però, rimbalzo subito sul secondo aspetto che mi colpisce di questa espressione: parlando di cinema ho spesso la sensazione che tutto si riduca al concetto dell’immagine come sineddoche del cinema stesso. Sineddoche più che comprensibile in quanto da sempre il concetto di cinema ha a che fare con la scoperta tecnologica delle immagini in movimento… Ma sono dunque le immagini a rendere il cinema potente? Eppure il cinema non è solo ciò che vediamo. Se accostiamo la materia artistica del cinema a quella curativa della scienza, ecco che qua sfondiamo muri capaci di suggerire grandi metafore. Cosa è capace dunque di curare il cinema attraverso queste immagini, che solo immagini non sono? Persino nel cinema muto, abbiamo subito l’incanto di una bugia, credendolo muto, ma in realtà spesso accompagnato da musica, o inconsciamente dal nostro mondo sonoro interiore, capace di immaginare il suono di un treno che sfreccia prima di investire lo spettatore. E la nostra immaginazione come sempre un ruolo nello stato proiettivo dell’arte cinematografica. Mi chiedo allora se non siamo piuttosto rimasti incantati da un surrealismo di un primordiale bianco e nero, che non ci è possibile sperimentare con i nostri occhi nella realtà. Insomma il cinema è un surrogato di ciò che conosciamo o che non conosciamo. È un dispositivo, potenzialmente molto più ampio di quelle che potremmo definire con delle immagini in movimento. Cerco di spiegarmi meglio:
Mi sembra spesso di percepire che persino nelle immagini più astratte e surreali, nel buio della sala cinematografica (un po’ come accade nei tendoni delle chiromanti dedicate alla preveggenza di un futuro possibile) c’è qualcosa di estremamente pragmatico e afferrabile capace di lavare via, redimere, incantare parti rotte o irrisolte dentro di noi. Diciamo che le immagini intese come tali si pongono come le cure di un semplice medico di base, ma il cinema ha molto più al suo interno: il sonoro è un super potere, capace di suggerisci equilibrio ed immaginazione di ciò che non ci viene mostrato. Visualizzare cosa c’è oltre il muro di mattone che impedisce la vista, ma non l’ascolto. Il colore, come dato di fatto nella realtà, ecco che sullo schermo è capace di evocare stati emotivi e suggestioni proposte in modo quasi manipolatorio, a cui sottostiamo in maniera più o meno consapevole. Nel film possiamo viaggiare nel tempo, dilatare un istante, mostrare solo le parti salienti di un racconto… ecco quindi che tornando all’espressione medico d’immagini, mi sembra essere più nitido che quel medico di base sia piuttosto una figura polimorfa, probabilmente più vicina a uno sciamano o a uno psicoterapeuta. Ci facciamo visitare per curare un dolore a un ginocchio, quando invece quella cura sta già agendo nell’incantare la nostra anima, penetrare attraverso il ginocchio dolorante e ritrovarci in un viaggio curativo che vada ben oltre la prescrizione del farmaco. Il medico che assegna la pillola per curare il dolore, partecipa allo stato passivo del paziente. Mi piace invece pensare che in quella pillola ci sia piuttosto qualcosa di dinamico, qualcosa che non sia finalizzato all’anestesia, ma alla stimolazione. Un invito all’auto-penetrazione verso i luoghi nascosti che fungono da sorgente delle nostre paralisi, e che possano quindi poi insegnarci a come danzare intorno al fuoco della coscienza collettiva. In qualche modo, entrare da soli nella sala del medico, ma per curarci tutti insieme, in primis coltivando l’ingrediente più importante di tutti: l’empatia.
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3]
Cosa significa sperimentale? Libero? Necessario? Attuale? Condivisibile? Futuribile? Sensibile? Provocatorio? Amabile? Generoso? Se intendiamo il termine sperimentale attraverso degli esempi di autenticità verso quello che si crea, posso solo dire che non so se lo sperimentale è oggi trionfante, ma spero che possa esserlo, sempre e tanto. Perché non vedo altre vie per cui il cinema possa tale.
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4]
Finché nei nostri film saremo capaci di evocare la morte e finché gli spettatori andranno al cinema sapendo che potrebbero morire, usciti dal buio della sala, saremo sempre un po’ risorti.
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5]
Per me il punto non è se l’avvenire sarà vivente, ma piuttosto la domanda è capire se lo vivremo da soli o saremo anche capaci di capire l’altro. Se sarà ancora di moda provare a chiedersi cosa provano gli altri… E quindi di conseguenza se i film continueranno ad essere dei fili tesi tra mondi che cercano di comunicare o se saranno solo tentativi di colmare delle irrisolvibili solitudini. Aristotele lo aveva profetizzato tempo fa nel magistrale Politikon, affermando che l’uomo solo <<o è bestia o è Dio>>… Il cinema è senza dubbio per me il luogo in cui possiamo avvicinarci al nostro essere bestia e al nostro essere Dio. E finché ci sarà chiaro che siamo <<animali sociali>> e che abbiamo bisogno degli altri per vedere il nostro essere, il cinema ricoprirà sempre un amabile tentativo di renderci degli essere VIVENTI.
