Publio Svarione: Le Giorgiche

di Publio Svarione

Dalla Garbatella a Palazzo Chigi in rima:

esce Le Giorgiche, epica satirica dell’era Meloni

La prima presidente del Consiglio «donna, italiana, madre, cristiana» nel nuovo poemetto di Publio Svarione: un ritratto irriverente, tra amori, alleanze e «Io sono Giorgia» remixato.

In un’epoca in cui la politica e lo spettacolo sono ormai indistinguibili, esce un’opera destinata a far discutere (e sorridere): Le Giorgiche – Ascesa in versi di un’eroina della Garbatella, edito da Edizioni Samizdat. Firmato dall’enigmatico Publio Svarione, utilizzando una forma stilistica unica nel suo genere, il libro traccia un ritratto inedito, ironico e impertinente della prima donna a Palazzo Chigi.

UN POEMETTO EPICO-POP. Le Giorgiche ripercorre l’accidentato percorso di Giorgia tra la Seconda e la Terza Repubblica. Dagli esordi come militante di sezione fino alla consacrazione internazionale, l’autore non risparmia nessuno. Nel mirino finiscono tutti i temibili compagni di coalizione e avversari politici: da Gianfranco (Fini) a Silvio (Berlusconi), da Matteo Esse (Salvini) a Super Mario (Draghi), fino a Elly (Schlein) e Matteo Erre (Renzi). Il poemetto trasforma i fatti di cronaca in passaggi epici e surreali, in una sorta di remix di “Io sono Giorgia. Le mie radici le mie idee” (Rizzoli, 2021) o ricorda il colpo di fulmine con i “nuovi” alleati globali.

IL RITMO DELLA SATIRA: IL “TREDECASILLABO FALSO”. Più che un esercizio di stile, il libro è un esperimento di linguaggio. L’autore definisce la metrica dell’opera un “tredecasillabo falso”: una struttura base di tredici sillabe che si piega e si spezza secondo le esigenze del contenuto. Questa scelta tecnica insinua il ritmo della prosodia classica in un fluire prosastico e moderno, rendendo il testo immediato e fruibile. Il risultato è un racconto incalzante che ha la musicalità della poesia ma la presa diretta della cronaca.

ESTRATTI

I

Una tipetta tale: chi l’avrebbe mai detto

che pure un poemetto le sarebbe andato stretto

quando là, nell’acquario detto Transatlantico

piccola e con il broncio del pesce pagliaccio

nuotava goffa tra le gambe dei colleghi

col grado di ministra, che te lo spieghi

con la circostanza che un cartone animato

tra gli eleggibili è il profilo più indicato

al buffo Ministero della Gioventù.

E invece, cara Musa, non ci servi più;

la ragazza si fa da sola e questa storia

è con la Musa inclusa, che nella memoria

futura in noi tutti un nome già si erge: Giorgia.

VI

«Giorgia, ho deciso che ti candido alla Camera»,

le disse all’assemblea nazionale Gianfranco.

Lei capì che era finita la giovinezza,

come una studentessa che abbandona il banco

pronta ad affrontare la maturità;

e da secchiona qual è, Giorgia venne eletta.

La militanza ha stagioni, e non torneranno

le notti ad attaccare manifesti

le botte coi compagni in quelle notti

l’autofinanziamento nelle feste

cantare Van De Sfroos in romanesco

lo spirito cameratesco al festival

di Atreju a organizzare goliardate,

a cui lei aveva invitato il comunista Fausto

che gli opposti più sono immaturi, più si attraggono:

si era fregiato lui della boutade

– a destra suscitando risa e lodi –

di affossare d’emblée il governo Prodi.

VI

(Da piccina la domenica andava in Chiesa

con la sorella Arianna, lì alla Garbatella

e dimostrava il talento da pecorella

trascrivendo la messa a braccio sul quaderno.

L’insalatiera in testa, alla prima comunione

col pizzo bianco tenne alla larga l’Inferno

e un giorno, in gita con il parroco a Torvaianica,

come alla Vergine, un angelo le parlò:

il comunismo è il male, una cosa satanica.

Nonostante che Giorgia fosse un Capricorno

(segno di terra, in teoria segno razionale),

lo assunse come portaborse spirituale

e lo chiamò Harael. Ancora oggi la consiglia:

Wojtyla? È un duro anticomunista, è ok;

Ratzinger? È per l’Europa cristiana, è ok;

Bergoglio? È troppo comprensivo con i gay.)

XXIX

Incravattato, burocrate e europeista

con voce calma e calda, da sportello bancario

che seduttore era, con quel suo aplomb, Super Mario!

Giorgia from the blocks, la scettica sovranista

che l’aveva respinto sempre con livore

con occhi nuovi lo guardò, con occhi a cuore

e un cuore nuovo da appassionata atlantista.

Doveva essere solo un tenero garante

ma diventò (metaforicamente!) amante.

Quando nel giorno del silenzio elettorale

come ogni sabato, Giorgia passò al mercato

e postò su Tik Tok ciò che aveva comprato

i suoi grandi meloni, con mossa plateale

da vamp iscritta a un OnlyFans ortofrutticolo,

i più morbosi, a quel gesto un poco ridicolo

però efficace, come spot pubblicitario

sbirciarono se c’era il like di Super Mario.

PUBLIO SVARIONE, nato circa quarant’anni fa in uno dei tanti paesi italici che furono un tempo parte del glorioso Impero Romano, è un autore la cui penna si muove tra il giornalismo nell’era delle fake news e la poesia nel secolo del cinismo. Nel poemetto Le Giorgiche emerge il suo sguardo ironico e disincantato sul mondo della politica italiana. Tra le sue opere precedenti si annoverano L’Apocalisse? No!, un’invettiva contro il riarmo europeo, e La leggenda dei senza speranza, un pamphlet dedicato alle lunghe liste d’attesa della sanità pubblica.

1 commento

  1. sono certo che PUBLIO SVARIONE abbia più che ragione,
    e gli faccio tanto di cappello
    per un componimento così bello
    così vario e sgambettante
    lucido e divagante…

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