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Umanitarismo omicida

Il Groupe Surréaliste en Clandestinité pubblica per la prima volta in Italia la traduzione di Murderous Humanitarianism, testo C. Firmato dal Gruppo Surrealista e tradotto per l’antologia da Samuel Beckett, la versione originale francese è andata in seguito perduta. Il Groupe Volodia ha recentemente realizzato una nuova traduzione di questo testo collettivo, un vero e proprio manifesto anticoloniale.

Composto mentre l’Europa si preparava a bruciare nell’incendio da lei stessa appiccato, il testo si colloca al centro della frattura che allora attraversava il movimento surrealista: preservare l’autonomia del campo poetico o, al contrario, sporcarsi le mani mettendo il surrealismo al servizio della rivoluzione e delle lotte anticoloniali? Murderous Humanitarianism prende posizione senza esitazioni. Il gruppo di André Breton attacca frontalmente le origini e l’ossatura razziale del capitalismo occidentale con una lucidità rara (soprattutto se confrontata con la cecità della sinistra francese dell’epoca di fronte al dominio coloniale).

Questa presa di posizione non sfuggì a Walter Benjamin, osservatore attentissimo delle evoluzioni del Gruppo Surrealista. In un testo sul fascismo tedesco, egli riprende quasi parola per parola la formula del passaggio dalla guerra imperialista alla guerra civile: «Costoro, da parte loro — concludeva rivolgendosi all’intellighenzia tedesca — daranno prova della loro saggezza nell’istante in cui rifiuteranno di vedere nella prossima guerra un’apparizione magica, e vi riconosceranno invece l’immagine della realtà quotidiana, trasformandola così in guerra civile, compiendo il trucco di prestigio marxista che solo può controbattere questo oscuro sortilegio runico»[1]].

*

Da secoli soldati, preti e funzionari dell’imperialismo, tra saccheggi, stupri e massacri di massa, si arricchiscono impunemente sulle spalle dei popoli colonizzati. Oggi tocca ai demagoghi, con il loro liberalismo di facciata, raccoglierne l’eredità.

Ma il proletariato contemporaneo — che viva nella Metropoli o nelle colonie — non è più disposto a lasciarsi incantare da una retorica che ha un solo fine: lo sfruttamento di una maggioranza da parte di una ristretta cerchia di padroni. Costoro, consapevoli che i loro giorni sono contati e leggendo nell’attuale crisi mondiale il crollo del proprio sistema, fingono di offrirci un nuovo vangelo della miseria, mentre continuano a ricorrere ai soliti metodi assassini pur di conservare il potere. Basta un minimo di lucidità per leggere tra le righe dell’attualità — sulla carta o sugli schermi —: i Neri linciati in America, il flagello bianco che devasta città e campagne nelle nostre repubbliche borghesi e nei nostri regni parlamentari.

La guerra, questa peste coloniale endemica, riceve oggi un nuovo impulso indossando la maschera della “pacificazione”. La Francia si vanta di aver inventato questo eufemismo provvidenziale, mentre, proclamandosi pacifista, spediva i suoi devoti e sperimentati mercenari a saccheggiare popoli lontani e indifesi, distratti per qualche tempo dalla carneficina prodotta dalla concorrenza tra le nazioni capitaliste. La più vergognosa di queste guerre fu quella contro i Rif, nel 1925: un conflitto che portò molti intellettuali, che avevano investito nell’industria militare, a schierarsi apertamente con i cani da guardia della Nazione e del Capitale.

Accogliendo l’appello del Partito comunista, ci siamo opposti alla guerra in Marocco e abbiamo scelto la Rivoluzione — ora e per sempre[2].

In una Francia mostruosamente compiaciuta per aver smembrato l’Europa, ridotto l’Africa a una poltiglia, inquinato l’Oceania e devastato intere regioni dell’Asia, noi surrealisti ci dichiariamo a favore della trasformazione della guerra imperialista — nella sua forma cronica e coloniale — in guerra civile. Mettendo le nostre forze al servizio della rivoluzione, del proletariato e delle sue lotte, vogliamo così definire la nostra posizione di fronte alla questione coloniale, e dunque razziale.

È finita l’epoca in cui i rappresentanti di questo capitalismo piagnucoloso potevano nascondersi dietro grandi astrazioni, religiose o secolari, tutte ugualmente ispirate dall’ignominia cristiana e pensate per inculcare un masochismo collettivo ai popoli ancora non contaminati dalla sua morale sordida e dai suoi codici religiosi, coi quali gli uomini pretendono di giustificare lo sfruttamento dei propri simili.

Quando intere popolazioni furono sterminate col fuoco e con la spada, si rese necessario radunare i superstiti e addomesticarli con un culto del lavoro modellato sulle nozioni di peccato originale ed espiazione.

Il clero e i filantropi di professione hanno sempre collaborato con l’esercito in questa sanguinosa forma di sfruttamento. La macchina coloniale — che estrae ed esaurisce le risorse naturali — si muove con la regolarità spietata di una scure. L’uomo bianco predica, prescrive, vaccina, uccide e poi si assolve da solo. Con salmi, discorsi, promesse di libertà, eguaglianza e fratellanza, tenta di coprire il rumore delle mitragliatrici. Smettetela di obiettare che questi saccheggi sarebbero solo una fase necessaria, destinata ad aprire la strada — secondo la classica formula — a «un’era di prosperità fondata su una collaborazione stretta e ragionevole fra la Metropoli e gli indigeni». Smettetela di attenuare umiliazioni e massacri invitandoci a contemplare la presunta pace e prosperità delle vecchie colonie. Smettetela mettere in avanti il le Antille e la loro «felice evoluzione» che le avrebbe rese assimilate — o quasi — alla Francia.

Nelle Antille, come in America, l’ubriacatura cominciò con lo sterminio totale degli indigeni, nonostante la cordialissima accoglienza riservata alle truppe di Cristoforo Colombo. E cosa avrebbero dovuto fare queste truppe — trionfanti, venendo da così lontano? Tornare a mani vuote? Impossibile. Navigarono allora verso l’Africa e rapirono uomini. I nostri umanisti li promossero gradualmente al rango di schiavi — risparmiati, almeno in parte, dal sadismo dei padroni solo perché rappresentavano un capitale da conservare come ogni altro capitale. I loro discendenti, da secoli ridotti alla miseria — alle Antille francesi vivono di verdure e baccalà salato, si vestono con vecchi sacchi di guano, quando hanno la fortuna di poterne rubare — costituiscono un proletariato nero ancora più sfruttato del proletariato europeo, dominato da una borghesia nera feroce quanto tutte le altre. Una borghesia nobilitata dagli strumenti della Cultura che elegge rappresentanti quanto mai allineati, tali il «Hard Labour» Diagne e il «Twister» Delmont.

Quanto agli intellettuali della nuova borghesia bianca, anche quando non praticano direttamente imbrogli e abusi parlamentari, non sono migliori dei politici professionisti quando giurano devozione allo Spirito. Il loro idealismo si manifesta attraverso manovre dottrinarie che, nel loro paradiso di comoda iniquità, hanno organizzato un sistema di vigliaccheria generalizzata, impermeabile alle necessità della vita come alle urgenze del sogno. Questi signori, ebbri di cadaveri e di teosofie di ogni genere, si seppelliscono nel passato e poi spariscono nei meandri di qualche monastero himalayano. E anche tra coloro che un residuo di vergogna e d’intelligenza tiene lontani da queste nuove religioni — il cui Dio è in maniera evidente un Dio-denaro — non manca il richiamo a un qualche «Oriente mistico». I nostri valorosi marinai, poliziotti e agenti dell’ideologia imperialista, a colpi di oppio e letteratura, ci hanno inondati del loro esotismo beota; funzione evidente di tutte queste idilliche allucinazioni è di distogliere il pensiero dal presente e dalle sue abominazioni.

Un’internazionale di facce sante e ipocrite disapprova l’introduzione del progresso materiale presso i Neri; protesta — educatamente — non solo contro l’importazione di alcool, sifilide e artiglieria da campo, ma anche contro quella di ferrovie e tipografie. A ispirarla è il mito secondo cui i «valori spirituali» della società capitalista — in primis il rispetto per la vita umana e per la proprietà — deriverebbero naturalmente da una familiarità forzata con bevande fermentate, armi da fuoco e malattie. È superfluo aggiungere che il colono pretende questo rispetto della proprietà senza offrire la minima reciprocità. I Neri — costretti a tradurre sotto forma di una musica alla moda l’espressione naturale della loro gioia di appartenere a un cosmo da cui l’Occidente ha scelto di ritirarsi — possono considerarsi fortunati di essere stati soltanto degradati. Il Settecento non ricavò dalla Cina che un repertorio di frivolezze ornamentali. Allo stesso modo, il nostro esotismo romantico e la moderna sete di viaggio servono unicamente a intrattenere una classe di clienti annoiata e abbastanza scaltra da tentare di recuperare a proprio vantaggio l’ondata di energie che presto — prima di quanto creda — si abbatterà sul suo capo.

Per il Gruppo Surrealista di Parigi : André Breton, Roger Caillois, René Char, René Crevel, Paul Éluard, J.-M. Monnerot, Benjamin Péret, Yves Tanguy, André Thirion, Pierre Unik, Pierre Yoyotte.

(Traduzione del Groupe Surréaliste en Clandestinité condotta sulla ri-traduzione in francese da parte del Groupe Volodia di «Murderous Humanitarianism», traduzione di Samuel Beckett, in Negro: An Anthology, a cura di Nancy Cunard, Wishart & Co., 1934.)

Groupe Surréaliste en Clandestinité (@g.s.c.fr)

[1] Walter Benjamin, «Teoria del fascismo tedesco» (1930). Citazione tradotta dall’edizione francese di Pierre Rusch, in Œuvres, II, Gallimard, Folio, 2000, p. 215.

[2] La Révolution d’abord et toujours!, dichiarazione datata 26 juillet 1925, écrit et signé conjointement par les surréalistes et les membres de Clarté, en 1925, reproduit dans le cinquième numéro de La Révolution Surréaliste.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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