The Bird Day: Charlie Parker

Impro
La conversazione con l’autore
di
Francesco Forlani
il mio amico poeta Petr Kral (autore dello splendido volume Miraggi, Nozioni di base) amante del jazz, mi raccontava come secondo lui esistessero due stili di scrittura. Uno alla Charlie Parker in cui l’attacco è immediatamente polifonico e selvaggio e un altro alla Coltrane che a differenza del primo procede per minime tappe, in un crescendo che trattiene l’energia prima di farla esplodere. Il tuo attacco del libro è stato del primo o del secondo tipo?
Domanda spiazzante e bellissima. Il mio attacco è sicuramente coltraniano. Come Coltrane sono un insicuro nei fatti e un irrequieto nei pensieri e prima di lanciarmi accumulo materiale su materiale di ricerca. La voglia di far bene porta a un superlavoro fatto anche di accumulazione e stratificazione. Detto questo, rispetto a Coltrane, all’anima che metteva nelle cose che suonava, alla spiritualità che ne derivava, mi sento come un nano appollaiato sulla spalla del gigante di Rodi.
Si possono amare profondamente entrambi? In musica, come del resto in letteratura, ci sono queste strane dicotomie a definire tifoserie, schieramenti. Beatles vs Rolling Stones, Bob marley Peter Tosh, Camus vs Sartre, Pavese vs Calvino. Mi è capitato spesso d’incontrare amici musicisti, schierati con l’uno o con l’altro, Parker o Coltrane. Allora, per te?
Nel libro si trova una parziale risposta. Intanto Coltrane divenne Coltrane anche perché venne folgorato da Parker nella sua fase formativa. Una parte del libro riporta alcuni ricordi di altri musicisti e uno riguarda proprio questo incontro allievo-maestro. Parker influenzò virtualmente tutti i musicisti jazz intorno a lui e quelli dopo di lui; ovviamente i sassofonisti erano i più esposti. Parlando dell’influenza di Parker sul nostro Massimo Urbani (nel recente documentario Easy To Love), il clarinettista Tony Scott afferma una cosa poetica e storicamente vera per molti: lui che era stato vicino sia a Parker che a Urbani diceva che il primo era un sole. Il sole ha una grande forza di attrazione ed è benefico, finché non ti avvicini troppo, in quel caso ti brucia. Il soprannome di Parker è Bird, uccello. Nel suo mito c’è il volo, come spiega lo studioso Gianfranco Salvatore. Adesso con Tony Scott aggiungiamo una sorta di mito di Icaro rovesciato.
A proposito di miti e giganti, quel che accade con tutta la lost generation del jazz, e penso in primis alla figura forse più struggente, ovvero Billie Holiday, vita e creazione sono indissolubili, come del resto lo dimostra l’immensa produzione cinematografica ad essi dedicati. Quando hai deciso questa tua nuova immersione qual è stato il tuo patto con il lettore?
Il patto che ho fatto, prima di tutto con me stesso, era di cercare di essere originale e di trovare qualcosa di nuovo da dire su Parker. Ho adottato dei punti di vista nuovi, trovato materiali d’archivio mai utilizzati. Solo quando sono arrivato a questo punto ho pensato che potevo davvero avere la hỳbris (la tracontanza, l’insolenza verso gli dei, come dicevano i greci) di scrivere su un personaggio come Parker. Lo hanno analizzato i migliori studiosi americani ed europei. In tutti gli ambiti chi si è occupato di lui è stato eccezionale. Ne hanno scritto romanzieri come Julio Cortázar, poeti come Kerouac e Gregory Corso. Ci sono graphic novel, balletti, piéce teatrali. Comunque, confrontarsi con le eccellenze fa tremare i polsi ma sfida a cercare di ottenere il meglio. Alla fine, ho mollato gli ormeggi e ho chiuso il saggio addirittura con un racconto breve. Gli dèi della letteratura mi fulmineranno!
(fuori intervista o dentro come vuoi) All’epoca del mio Cesare Pavese mi sonon trovato a un festival con Vttorio Giacopini che aveva pubblicato il suo Parker. hai avuto modo di leggerlo? che ne pensi?
Certo, ho letto Il ladro di suoni, dedicato a Dean Benedetti, l’uomo che ossessionato da Parker lo ha registrato ovunque e ci ha tramandato il “Santo Graal dell’assolo jazz” con ore e ore del suo sassofono che altrimenti sarebbero andate perdute. Nel mio libro mi occupo di Parker e anche di chi ne ha scritto. Uno potrebbe pensare ai soliti nomi: Kerouac, i beat… e invece tra letture accumulate negli anni e ulteriori ricerche sono uscite fuori delle sorprese. Anche sul versante della poesia. Il libro di Giacopini comunque c’è ed è in buona compagnia.
Se dovessi scegliere il pezzo più bello di Charlie Parker, diciamo quello che corrisponde di più alla tua narrazione?
Con Lover man non si sbaglia mai!!! Il brano che ha ispirato anche tanta letteratura.
In conclusione, prima di porti un’ultima domanda, vorrei ricordare ai lettori che è un libro che riesce davvero a comunicarti la complessità dei paesaggi in cui la rivoluzione del be-bop ha creato nuove visioni, percezioni della musica riuscendo a offrire un ritratto singolare del gigante Charlie Parker senza farsi divorare dall’ immensa ombra riflessa sul mondo.
Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che la prospettiva scelta per la tua narrazione fosse quella giusta?
Il libro ha origini vecchiotte…nasce da una parte della mia tesi di laurea in storia del jazz di quasi trent’anni fa, dove era presente un embrionale capitolo sulla “figura” di Parker alla quale poi sono tornato ciclicamente. L’ultima volta è diventato un saggio per una rivista dal titolo La maschera di Parker. L’editore ha visto quel lavoro e mi ha proposto di riprenderlo. Delizia e tormento: sì, perché a quel punto non volevo limitarmi a scrivere una storia della vita di Parker ma desideravo affrontare questo monumento del jazz cercando strade originali, lavorare su materiali inediti. Più facile da teorizzare che da fare e in effetti ci ho messo alcuni anni, tra approfondimenti e, non lo nascondo, un po’ d’angoscia. Più di una volta mi sono sentito inadeguato. Ho pensato che non avrei mai finito il lavoro. Quello che volevo era realizzare una storia culturale di Parker, ma poi l’ansia da prestazione mi ha portato a cercare altri approcci ancora, in una sorta di bulimia. Alla fine ne è venuto fuori un personaggio sfaccettato, diverso dall’icona del tossico di genio che va per la maggiore. Credo di restituire ai lettori un Parker inedito che occupa il posto che merita: non nella storia del jazz ma in quella del Novecento.
È di dominio comune l’idea che Parker sia stato il musicista più imitato per un certo numero di anni. Facciamo un passo in più e pensiamo a quanto ha indirizzato il futuro anche in altri modi: oltre ad aver influenzato tutti i sassofonisti possibili e immaginabili e i contemporanei ha scoperto decine di talenti. Prendiamo le trombe: a parte l’aver formato con Dizzy Gillespie la coppia di fiati più potente del jazz ha lanciato Kenny Dorham, scoperto Red Rodney e Chet Baker, portato sul palco un esordiente Clifford Brown ma soprattutto fatto da talent scout a Miles Davis. Quest’ultimo ha fatto suonare nei suoi gruppi tutti i musicisti jazz più significativi degli ultimi venti trent’anni del secolo scorso e alcuni di quelli più noti in attività oggi. E’ come se ci fosse un filo diretto, da un talent scout a un altro; una coppia di personalità che copre metà del secolo scorso e influenza ancora il jazz contemporaneo.
