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AzioneAtzeni – Discanto Ventitreesimo: Alessandro De Roma

Azione Atzeni – Discanto XXIII: Alessandro De Roma

  Sul ponte il pastore dice: «Bella notte, ma il mare non mi piace, lo capisco ma non mi piace, si agita troppo per nulla, mi bagna la giacca e me la sala, in fondo stiamo soltanto passandoci sopra, la terra è più sicura. Se non fosse ch’è acqua, lo maledirei». «Non potete maledire l’acqua?». «Non si maledice una madre. L’acqua è madre … l’uomo ha molte madri, acqua, terra, sole, aria… Preferirei stare sotto un olivo, con un bicchiere di vino in mano, ascoltando e raccontando storie con gli amici …».

da Il quinto passo è l’addio di Sergio Atzeni

 

Il primo passo non c’è di Alessandro De Roma

Attorno a me si solleva tutto il marcio di un uomo che tenta la fuga da almeno cinque decenni, ovvero da quando ha cominciato a sospettare che non sarebbe rimasto per sempre bambino. Lei ha una proposta di lavoro…altrove… ben pagata. Sue parole. Ma no, io non so nulla, non so dove andrò. Parole mie. Colpa, delirio, agonia. E infine addio. Sono i cinque passi della danza. Il primo non c’è. Nel primo ci si nasce dentro, ci si affonda, in cerca di assestamento e, peggio, molto peggio, alla ricerca di una rivelazione. Il tizio mi guardava stupefatto. Davvero con quel mio tono compito gli avevo messo in mano un curriculum vitae che conteneva lingue straniere a profusione e una laurea con la dignità di stampa su un argomento piuttosto astruso di filosofia. Eppure, mi dicevo pronto ad accettare qualsiasi mansione in quel suo bugigattolo d’albergo di via Sassari. Non avevo nemmeno cambiato quartiere: ero solo passato da una strada derelitta di Stampace alto, in cui abitavo, a una assai più dignitosa di Stampace basso. All’epoca a Cagliari non c’era un ristorante ad ogni angolo e i crocieristi non erano il sangue che scorreva nelle vene della città; non si mangiava il sushi a colazione, non si pagavano maritozzi alla panna cinque euro, o anche sei, in pasticcerie sciccosissime, neppure si sapeva cosa fosse un maritozzo, neppure si sapeva cosa fosse un euro. Si mangiavano papassinos e candelaus, che costavano quel che dovevano costare.

Ero un giovane dalla crescita lenta, a metà del mio terzo decennio, e non solo perché la statura non si era mai alzata di molto dall’età infantile, ma anche perché maturavo con una lentezza della quale, pur rendendomi conto, non mi vergognavo. Pensavo fosse un mio diritto. Un risarcimento per il luogo periferico in cui ero cresciuto. Pensavo: la vita mi ha dato questo. Me lo tengo. Pensavo: queste sono le mie possibilità. A ognuno la sua strada, a me questa. C’è tempo, molto tempo, tutto il tempo che voglio. Quante cose farò! Avevo amato ogni attimo del risveglio che la vita universitaria a Cagliari mi aveva donato. L’uscita dal bozzolo. Ed ora, davanti al tizio che mi chiedeva se per caso non sarebbe stato meglio per me un lavoro più degno da qualche altra parte, più sicuro e appropriato per il mio curriculum – cercava un po’ affranto di far passare un messaggio –, io, con gli occhi, rispondevo: ma certo che sì, certo che mi voglio un po’ di bene. Come avrei potuto gridare – guaire forse soltanto – che non mi voleva comunque nessuno, senza sembrare irrimediabilmente patetico? Ero arrivato fino a lì già pronto a tutto. Deciso ad abbassare la cresta. Speravo che mi dicesse anche soltanto: va bene, allora vieni qui ogni sera, un’ora o due a grattare via il sudiciume dai bagni, e noi in cambio ti daremo almeno un pasto caldo. Io non avevo nemmeno l’aria senza scampo e cialtrona di certi personaggi di Atzeni. Non avevo la simpatia, né certamente la fama da sradicaquerce; non avevo all’epoca mai nemmeno fumato una canna e, una volta sola, una sigaretta, figurarsi se avrei mai potuto ritrovarmi sperduto da qualche parte sulla strada per Santa Lucia con una partita di droga e uno che si chiama Elvis e che ha una pistola. No, io ero quello cresciuto nella cameretta di una casa in un paese di collina, leggendo Mann e Anna Maria Ortese. Chi ero, neanche lo sapevo. Intuivo e speravo che il mondo potesse essere più vario di come lo avevo potuto conoscere fino a quel momento, ma non intravedevo in alcun modo una fessura per ficcarmici dentro. E così mi sono ritrovato a lasciare quell’ennesima opportunità. A gridare – dentro, solo dentro, sì, niente guaiti –  vedrete: troverò chi saprà umiliarmi. Chi saprà almeno umiliarmi. Chi mi vorrà, quanto meno per umiliarmi. A Londra ne ho pulito di sudiciume! E ne ho pelato di patate! In and out in Paris and London, mi consolavo – e mi esaltavo – leggendo Orwell. Come nella tradizione del più anonimo mozzo. E sì, ho scopato, quanto e come volevo, finalmente, e sputato, e bevuto e ballato. Ma sempre e comunque con misura, perché, in quella cameretta, in qualche modo ci stavo ancora bene e volevo essere più che sicuro di poterci tornare. Scoprivo di essere rimasuglio di una generazione che ha tentato di cambiare il mondo perché sapeva che fa schifo, ma non sapeva che lo schifo ha costruito in millenni strutture solidissime di resistenza. Ero attrezzato per riconoscere quella struttura, oramai, ma non per sopportarla. E così, inquieto, non ho fatto che partire e tornare da allora e per sempre, in un’eterna nave che puzza pure di calamari scongelati oltre data di scadenza, fritti in olio di suino rifritto molte volte avanti e indietro sulle mitiche rotte della Anonima Marinara. Sempre quella, sempre la stessa, anche quando cambia nome e colore, anche quando al posto della sala giochi e del cinemino di centonovantesima visione, c’è il cocktail bar. Anche quando, finalmente liberato e compiuto, adulto, salvo, perfino a volte stimato, perfino riconosciuto, su quei traghetti mi ci sarei imbarcato per motivi del tutto soddisfacenti e luminosi, come il turismo nudo e crudo, o meglio, bell’e buono, ché nudo e crudo il turismo non è mai, ma bell’e buono si spera invece lo sia sempre. La mia libera scelta di scoprire il mondo, la si può vedere come la fessura che avevo tanto cercato. Ma appena sali su una di quelle navi inizi comunque il naufragio: dapprima nel delirio, nella colpa, e poi soprattutto – soprattutto – nell’agonia. Il primo passo non c’è mai. E l’addio, non dipende da te. Quanta superbia invece, e arrogoganza! Credere che solo noi – solo io – che siamo nati su un’isola abbiamo il diritto di scappare e di rimpiangere la vita con tanta disperazione! Mentre la disperazione non si nega a nessuno,  nemmeno a uno di Pescara e perfino a uno di Berlino. Uno di Collegno, non è meno disperato. Di Vimercate, di Monza. Anche se a ciascuno la disperazione parla una lingua diversa. E, a ciascuno, la sua propria lingua: del resto, infatti, nessuno sarebbe davvero disperato, se invece anche altri quella lingua la capissero. Ebbene, non so se ci sarà mai un addio così spettacolare. Io Atzeni l’avrei potuto incrociare per le strade di Cagliari mentre ero ancora un giovane studente da cameretta, che non si era e mai si sarebbe fatto delle canne, mentre lui già passava sulla terra leggero. Forse davvero l’ho incrociato, qualche volta, in un vicolo del centro o nella mia via Santa Restituta nei primi anni Novanta, chissà. Gli avrei potuto sussurrare all’orecchio: non uscire in mare quel tale giorno. Non andartene così presto. E lui naturalmente non avrebbe potuto fare altro che prendermi per quel che ero: un debosciato che non sapeva nulla della vita. No, non avrò mai né una strada così luccicante né una fine così spettacolare. E lo so. L’ho accettato. Lo sto ancora accettando. E nemmeno ho imparato mai davvero a nuotare. Nella cameretta non c’è il mare. Io non ho altro che sogni, quando penso al mare, niente onde, niente burrasca, nulla di sensuale, nulla di vero. E mai comunque mi spingerei così al largo. Solo che il mare io, non lo posso maledire. Il rischio mi pare troppo grande. Invece, quel che faccio, a volte, è anelare allo spazio più profondo. Dalla nuova specifica cameretta nella quale ora mi rinchiudo per scrivere. Tra l’armadio e il comodino. I ricercatori hanno da poco individuato un pianeta, GJ 251 C, simile alla terra, scovato attorno a una stella nana rossa nella costellazione dei gemelli a circa 18,2 anni luce da noi. Lo ha scoperto uno che si chiama Suvrath Mahadevan e che lavora alla Penn University. Lui lo definisce «la nostra migliore opportunità per trovare vita oltre la terra». Ha una massa quattro volte superiore a quella del nostro pianeta, e si trova nella zona abitabile, la cosiddetta zona goldilocks, cioè a quella distanza dalla sua stella che permette di mantenere acqua allo stato liquido e quindi di permettere la vita; sarebbe a dire che la radiazione della stella madre a quella distanza non è né troppo intensa né troppo debole. Il nome viene dalla fiaba di Riccioli d’oro, la bambina che si intrufola nella tana dei tre orsi ma che riesce poi a venirne fuori perché sceglie sempre l’opzione giusta. Goldilocks, il giusto mezzo, ideale perché ci possa essere vita senza troppo sforzo. Che sarebbe poi come a dire «la cameretta» ideale dell’universo, che sarebbe come a dire che poi, per me, fare un viaggio spropositato, inutilmente avventuroso, fino a quel pianeta remotissimo, significherebbe comunque programmare di rinchiudermi nuovamente fra le quattro mura a cercare la pace. A ognuno il suo. E, a quanto pare, io morirò di consunzione.

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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