Radio Days: Mirco Salvadori

disegno di Andrea Pazienza

Il rischio di essere frainteso, ovvero: se oggi cantassi contro il potere senza usare nessuna parola del passato, saprei ancora farlo?

di

Mirco Salvadori

 

Esiste una scena, in un’Italia tutt’ora ancorata al termine indie o alternativo, che continua a presentarsi come avanguardia (?): “in prima fila”, con l’aria di chi porta in tasca l’arma decisiva. Ma l’oggetto offensivo, spesso, è un fischietto da arbitro. E lo stadio non è più lo stesso. La domanda, allora, non è provocatoria: è opportuna: Musica alternativa di sinistra in che senso? In senso storico, rituale, identitario? In senso estetico? In senso etico? O in quel senso più ambiguo, da manifesto appeso in camerino, che suona bene finché non lo si mette alla prova del presente? Perché il presente, e qui sta lo scarto, non è soltanto “un altro governo”, “un’altra fase”, “un’altra crisi”. È un’altra forma di mondo: piattaforme, algoritmi, logiche di visibilità, economie dell’attenzione, lavoro frantumato e senza fabbrica, comunità che si radunano e si dissolvono come stormi. Il sistema non è più un palazzo da assaltare: è una nebbia che si respira. E quando il conflitto cambia forma, anche le vecchie parole cambiano peso: certe parole diventano memorabilia.

 

In Italia la canzone “impegnata” ha avuto una funzione enorme: non solo per commentare la realtà, ma per insegnare a nominarla. A volte perfino a sostituirla: “noi” contro “loro”, il padrone, la divisa, il compagno, la piazza, la lotta. Una grammatica che ha avuto senso, e spesso coraggio, quando il conflitto era tangibile, quando si toccava: fabbriche, atenei, strade. E quando una canzone poteva davvero diventare una miccia comune, una cosa che si canta insieme per non sentirsi soli. (Non è un caso che la storiografia del “canto sociale” sottolinei proprio la funzione collettiva, identitaria, non riducibile al solo testo). Il problema non è il passato. Il problema è il passato usato come sostituto del presente. Oggi molta “musica alternativa di sinistra”, non tutta, ma molta, somiglia ad un rito: si ripetono gesti, simboli, parole d’ordine. Si evocano genealogie come santi nel calendario. “Resistenza”, “memoria”, “antifascismo” diventano talismani sonori, più che strumenti di lettura. Ci si aggrappa alla certezza emotiva del già detto: perché il già detto consola. Il nuovo, invece, chiede responsabilità. E così, mentre il mondo si sposta, una parte della scena resta ferma a presidiare un luogo che non è più il fronte: è la rievocazione storica del fronte.

C’è un’immagine che non smette di tornare: la canzone militante come folklore militante, “ruota movimentista di riserva”. Non perché sia falsa, ma perché è comoda. Il sistema che stupido non è, ha imparato ad usare anche l’opposizione come funzione decorativa: una valvola, un colore, un segmento di pubblico. Il caso più evidente, per dimensione e simbolo, è il grande rito televisivo e istituzionale del Primo Maggio: nato nel 1990 e legato ai sindacati confederali, è insieme celebrazione del lavoro e spettacolo, piazza e palinsesto, conflitto e format, un terribile ed inguardabile mix. Non è una condanna morale: è una diagnosi. Quando l’“antagonismo” entra in regia, diventa coreografia. Quando l’urlo ha i tempi televisivi, diventa ritornello. Qualcosa di simile è successo, da un’altra parte, nelle grandi feste politiche popolari: le Feste de l’Unità, con dibattiti, cucina, spettacoli e concerti dove per decenni la musica è stata collante comunitario, sì, ma anche infrastruttura di consenso, socialità organizzata. Anche qui: non si tratta di nostalgia o disprezzo. Si tratta di capire quando la musica smette di essere rischio e diventa arredo. E l’arredo non offende nessuno, non sposta nulla: conferma. Raduna chi è già d’accordo. Trasforma la “lotta” in un album di famiglia.

Un altro meccanismo è più sottile: la memoria come moneta emotiva. In Italia la costellazione resistenziale è diventata un repertorio infinito: canti, storie, anniversari, luoghi, nomi. È un patrimonio reale, spesso prezioso. Ma il patrimonio, quando entra nell’industria culturale o meglio: di intrattenimento (ringrazio il sempre presente Arlo Bigazzi per il suggerimento), tende a diventare format: ripetibile, esportabile, vendibile, spendibile come identità. “Bella ciao” è l’esempio perfetto di questa ambivalenza: canto simbolo della Liberazione e della Resistenza, con origini e stratificazioni complesse, è ormai anche un oggetto pop globale, ripreso, riusato, reimmaginato. Non è “colpa” della canzone: è la logica del tempo. Ma quando un simbolo diventa ubiquo, rischia di perdere attrito, di diventare etichetta. Una maglietta. Un coro automatico.

E qui nasce il paradosso: ci si sente “contro” mentre si sta dentro un ingranaggio che metabolizza ogni gesto e lo rimette sul mercato, in forma più innocua. La canzone come “arma” resta, ma spesso è un’arma scarica, buona per il museo.

C’è poi il terreno materiale, che di rado viene nominato con la stessa passione delle parole d’ordine: la filiera. Management, booking, bandi, fondazioni, sponsor, festival, rassegne comunali, circuiti “virtuosi”. Una parte della musica “impegnata” vive stabilmente in questa rete: non clandestina, non marginale, non “fuori dal sistema”, ma co-gestita dal sistema culturale.

 

Non è necessariamente un male: l’autonomia totale è un mito romantico (anche se esiste). Ma è un problema quando ci si racconta l’opposto, quando l’immaginario resta quello dell’assalto mentre la realtà è quella del capitolato. In certi testi e analisi sul rapporto tra musica e contratti discografici, torna proprio l’idea dell’autore ridotto a funzione amministrativa: “per brevità chiamato ‘artista’”. Se l’artista diventa una casella, anche la ribellione rischia di diventare una casella: una “linea editoriale”. E allora: contro chi si sta combattendo, esattamente, quando la macchina che ti ospita è la stessa macchina che ti distribuisce, ti promuove, ti monetizza? Molti repertori “rossi” italiani contemporanei, soprattutto nell’area folk-rock, nel cantautorato civile, nella canzone di memoria, hanno costruito lavori coerenti e spesso intensi: progetti sulla Resistenza, sulle stragi, sulle lotte operaie, sulle ferite del Novecento. Esistono gruppi che hanno fatto della memoria un percorso, non un accessorio, con dischi e iniziative radicate nei territori e nelle storie locali. Eppure, anche qui, scatta la trappola: quando la memoria diventa cartolina del conflitto, quando il passato viene “messo in scena” per evitare la domanda più crudele: che forma ha oggi l’oppressione? chi è oggi il padrone? dov’è oggi la fabbrica? Se la risposta resta quella del 1972, la canzone diventa un grammofono: bella, calda, ma fuori tempo. Una riga di De André corta e tagliente, sembra scritta per questi casi: “dai diamanti non nasce niente”. È un verso che invita a guardare la terra, non il luccichio. E oggi il luccichio non è solo il denaro: è la visibilità, la reputazione, la postura giusta. Il “posizionamento”.

 

      

C’è un equivoco che si trascina: pensare il potere come un volto, una divisa, un palazzo. Ma il potere contemporaneo spesso non si presenta: si integra. Non proibisce, suggerisce. Non censura, deprioritizza. Non ti arresta, ti rende irrilevante. Non spegne il microfono, ti lascia parlare in una stanza senza eco. Per questo gli schemi politicamente obsoleti, l’eroismo automatico, l’idea che basti nominare “il sistema” per essere contro, oggi producono un effetto quasi comico. Un tempo certe frasi erano pietre. Oggi, ripetute fuori contesto, diventano slogan vintage. E l’industria culturale li ama, questi slogan vintage: sono innocui, riconoscibili, vendibili. Funzionano come segnali di appartenenza: non cambiano il mondo, ma ordinano il pubblico. Il punto più delicato è questo: la sinistra, nella musica, spesso sopravvive come gesto morale più che come immaginazione politica. È una sinistra di buone intenzioni, di parole giuste, di indignazione “corretta”. Ma non sempre è capace di leggere i nuovi conflitti: il lavoro che non si vede, la solitudine di massa, la crisi climatica non come slogan ma come struttura, le migrazioni non come simbolo ma come destino, la guerra come economia, la tecnologia come governo. Il passato, invece, è leggibile: ha già un copione. E allora si recita.

 

Qui entra la tentazione più seducente: confondere la commozione con l’azione. Cantare insieme “una canzone giusta” dà un senso di comunità e quel senso è reale, quasi sacro. Ma può diventare anche un surrogato: ti fa sentire in marcia quando sei fermo. La musica, allora, non è più un’arma d’offesa: è un calmante sociale. Un modo elegante per non impazzire e anche questo è umano ma non necessariamente un modo per cambiare le cose.

Non si deve “abbandonare” la memoria, non usarla come scudo. Forse l’unica forma credibile di “musica alternativa di sinistra” oggi dovrebbe essere: meno scenografica e più artigiana, meno bandiera e più inchiesta emotivameno slogan e più linguaggio nuovo, meno liturgia e più rischio di essere fraintesi, meno comfort identitario e più attenzione a chi non è già dei tuoi. E soprattutto: smettere di immaginarsi “fuori dal mondo” per posa romantica. Perché “fuori dal mondo” non è un merito: è un fallimento di ascolto. Il mondo cambia anche senza di noi e spesso contro di noi e la musica, se vuole davvero essere politica, deve prima di tutto fare una cosa antica, umile, quasi contadina: stare all’orecchio del tempo, proprio come nel passato.

 

In fondo, la tradizione migliore, quella che vale davvero la pena salvare, non è la ripetizione dei simboli. È il coraggio di quando i simboli non esistevano ancora e qualcuno li inventò perché non bastavano le vecchie parole.

 

Ed ecco la domanda finale, più onesta della posa: se oggi cantassi contro il potere senza usare nessuna parola del passato, saprei ancora farlo?

 

 

PS: questa immagine è indicativa di quanto asserito: la copertina di un disco indimenticabile dato 1976; per dire. Non sono riuscito a trovare nulla di altrettanto significativo recentemente se non forse, il canto nel dialetto di frontiera degli esuli istriani, insediati nella periferia rurale slovena di Trieste, una lingua dura, tagliente e al tempo stesso avvolgente, che appartiene a chi ha conosciuto la fabbrica e il cantiere, le mani sporche e la schiena piegata, il turno che comanda la vita, le case basse e i cortili, il pane contato e la dignità ostinata, la fatica di arrivare a fine mese, la solidarietà tra vicini, il freddo delle periferie e il calore delle osterie, la strada prima delle parole.

 

                                                       Una bela casa.

Co te vedi una bela casa
Te vedi solo che una bela casa
E no te vedi altro che una bela casa

No te vedi i serbi
Che butava malta
A sei euro in nero
Chi che se fa un impero
Chi che riva più in alto
Ga sempre i pie pozai
Sule spale de un altro

E la xe l’ impirada
Dele robe bele
Che le par sempre bele
Co te le vedi lá
Cos’ che se scondi dentro
Se se scondi qualcosa
No te saverá mai

Toni Bruna – tratto da ‘Formigole’ album 2011

 

 

 

 

 

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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