Il guardiano dell’amore
di Max Mauro

Ai primi di settembre del 2015 decisi di partire per incontrare una persona che non c’era più. Lo so, voi direte che è una follia, che non è possibile incontrare qualcuno che è scomparso, ma io so che non è così. Vi racconterò come è andata, ma prima lasciatemi spiegare le ragioni per cui il viaggio lo dovevo fare e quelle per cui, in teoria, non aveva alcun senso farlo. Dopo che vi avrò spiegato questo sono quasi certo che sarete d’accordo con me.
A quel tempo abitavo a Dublino, Repubblica di Irlanda. Lavoravo in un caffè gestito da un torinese di origine meridionale (come ci teneva a specificare lui stesso) chiamato 8 ½ Café. 8 ½ Café era il nome del posto, mentre il mio boss si chiamava Tony, Antonio all’anagrafe. Continuavo a pensare fosse un lavoro temporaneo, ma ormai questa temporaneità durava da due anni. La paga non era alta, soprattutto considerando i costi della città, ma Tony era un tipo tranquillo; non tirava cocaina, come era abitudine nel settore della ristorazione, in questa come in tutte le grandi città, e ciò era già una buona cosa. E poi 8 ½ Café era in centro, vicino al Trinity College, giravano molti giovani, studenti e turisti, anche se io non rivolgevo la parola a nessuno. Avevo 31 anni, non ero più anagraficamente giovane, ma stentavo ad entrare appieno nell’età adulta.
Andavo spesso al cinema.
Tramite Tony ero riuscito ad avere una tessera scontata dell’IFI, il cinema dell’Irish Film Institute. Andavo al cinema ogni settimana, vedevo uno, due, talvolta anche tre film. Preferivo le retrospettive, le visioni di film non recenti, perché mi piace il passato e poi i biglietti sono più economici, e le proiezioni meno affollate. Mi piacevano i film drammatici con storie d’amore impossibili. Li sentivo molto vicini, perché la mia vita sentimentale era un disastro (non è che le cose siano andato molto meglio dopo, ma questo è un altro discorso).
Fu all’IFI che, nell’estate del 2010, vidi un film che mi fece piangere.
In sala eravamo in pochi, circa una ventina sparsi in una sala da 98 posti. Credo che nessuno notò che stavo piangendo, forse piangevano anche loro e come me se ne vergognavano un po’. Come faccio a sapere quante persone c’erano in sala? Io di solito occupo il tempo della pubblicità prima del film contando quanta gente c’è in sala. Conto anche le poltrone, così posso fare dei calcoli accurati. Due blocchi di poltrone, sette file, ogni fila quattordici poltrone, totale 98 posti. Al momento della pubblicità c’erano 21 persone, circa il 21 per cento della capienza. C’è sempre qualcuno che arriva tardi, ma quelli non li conto.
Le mie non erano lacrime di dolore, o non solo di dolore. C’era anche gioia, perché i due protagonisti si innamoravano e si amavano, si amavano molto, nonostante le cose terribili che accadevano nelle loro vite.
Era un film tedesco, ma il regista e gli attori protagonisti erano turco-tedeschi e rappresentavano una Germania lontana dagli stereotipi. Era in lingua originale sottotitolato in inglese e i dialoghi alternavano tedesco a turco. Il film si chiamava Gegen die Wand, che in tedesco significa “contro il muro”; in inglese lo avevano intitolato Head on.
Racconta la storia di due giovani, lui meno giovane, ormai un uomo fatto, lei ventenne, che si incontrano in una clinica psichiatrica, dove sono stati ricoverati per aver entrambi tentato il suicidio. L’incontro cambierà le loro vite. E anche la mia.
Nel film succedono molte cose che non vi svelo, ma si innamorano e quell’amore così difficile e complicato è la cosa più umana che potessi immaginare. Avete presente la sensazione di trovarvi a una fermata del bus dove non siete mai stati prima e non sapete come ci siete finiti ma avete dimenticato il cappotto, e non sapete dove, forse sull’autobus, ma quale? Fa freddo, molto freddo, non avete soldi, sono rimasti nel cappotto, e nemmeno gli occhiali, dove sono finiti gli occhiali? La vostra miopia vi impedisce di leggere le indicazioni stradali e pure gli orari dei bus posti in un pannello troppo alto per essere letto dai vostri deboli occhi. In quel momento in cui sentite una disperazione senza appigli qualcuno vi porge la mano. E’ un’offerta d’aiuto che arriva da una ragazza bellissima, ai vostri occhi bellissima, e qui la miopia non c’entra perché tutti sanno che l’amore non ha bisogno di occhiali per manifestarsi. La ragazza è bella come nei sogni, perché non hai mai pensato che una ragazza così bella potesse interessarsi a te, ed eccola offrirti la mano, e la sua mano è calda e basta quella per scaldarti tutto, corpo e cuore inclusi. Avete presente quel tipo di sensazione? Ecco, Gegen die Wand mi fece stare così.
I due protagonisti, Cahit e Sibel, divennero miei compagni di vita. La mia vita si intrecciò alle loro, e non significa nulla il fatto che le loro vite erano quelle del film e la mia quella dell’8 ½ Café e una camera in affitto nel vecchio quartiere ebraico di Dublino. A loro pensavo ogni volta che volevo pensare a qualcosa di bello, di tragicamente bello come la vita, perché la vita è sempre una cosa tragica per chi vive i sentimenti senza filtri né infingimenti.
Sul lavoro, dietro al banco dell’8 ½ Café, potevo pensare liberamente perché il mio ruolo era essenzialmente quello di preparare caffè, cappuccini, latti macchiati, tè, infusi, e sandwich. Facevo il mio lavoro in silenzio, non c’era bisogno di comunicare. Gli ordini li prendevano Tony e una ragazza rumena che era brava a fare le torte, ma non i caffè. Tony aveva colto i miei punti di forza, lavoravo sodo e non mi lamentavo mai, e i miei punti deboli, ero timido e facevo confusione con le ordinazioni alla cassa. Lui mi chiamava “il sognatore” anche se i miei sogni non li conosceva, non li condividevo con lui.
Cahit e Sibel erano con me al lavoro, perché a lato della macchina del caffè avevo attaccato una fotocopia della locandina del film. Sibel e Cahit si guardano negli occhi, uno di fronte all’altra; lui indossa un collare ortopedico perché ha avuto un incidente, è andato a sbattere con l’auto contro un muro. Non è successo per caso, lo ha fatto apposta, da qui il titolo del film. Cahit è poco più alto di Sibel, più alto il giusto per un film e per la vita, perché la vita dovrebbe somigliare ai film, non l’incontrario. Ha la barba di vari giorni, i capelli castani che gli cadono sul viso e uno sguardo severo. Lei indossa un vestito rosso un po’ scollato, non molto, giusto un po’; è un vestito primaverile. Ha i capelli neri, lievemente ricci, che arrivano fino alle spalle. Ha un naso che si nota, un po’ lungo, lungo elegante con una leggera onda in mezzo. “Guarda il mio naso”, dice Sibel a Cahit in uno dei primi incontri nei corridoi della clinica. “Toccalo”. Lui la guarda spiazzato, un po’ infastidito, e non si muove. Lei gli prende la mano e l’avvicina al suo naso. “Me l’ha rotto mio fratello a forza di botte”.
Sibel gli vuole bene quasi subito, ma Cahit ci mette un po’ a capire che quella ragazza così giovane e spigliata è l’unica persona che può salvarlo.
Ogni tanto, tra un caffè e un altro, guardo Sibel e Cahit e rivolgo loro alcune parole. Lo faccio sottovoce, per non farmi sentire, ma credo che Tony se ne accorga e non me lo faccia notare. Pensa che sono un tipo un po’ strano, ma lavoro bene e non faccio male a nessuno. Dico cose tipo: “Hey stronzo, smettila con l’alcol, lei merita tutto il tuo amore”. Parlo in confidenza con Cahit e Sibel (soprattutto con Cahit) perché sono un loro amico, sono la persona più vicina al loro amore che possa esistere. Io voglio bene a tutti e due, a Sibel e Cahit, ma voglio bene più di tutto al loro amore. Farei di tutto per quell’amore, perché non cessi e non cambi, non cambi mai. Io sono il guardiano del loro amore.
Mi rivolgo a loro in tedesco, anche se non lo parlo benissimo. E’ una lingua che ho appreso nella prima infanzia e poi l’ho un po’ dimenticata. Ma la capisco ancora bene. Il mio legame con Sibel e Cahit mi permette di praticare il tedesco, e questo rende la nostra relazione più intima. Fra di loro parlano in tedesco, ma con i famigliari di lei usano il turco. Sono entrambi cresciuti in Germania, Sibel ci è pure nata mentre Cahit ci è arrivato da bambino. Io il turco non lo capisco, ma come guardiano del loro amore potrei anche impararlo, se me lo chiedessero.
Un giorno, verso la fine dell’estate del 2015, lessi in una rivista di cinema distribuita gratuitamente all’IFI una notizia che mi sconvolse. Diceva che Cahit era rimasto senza casa, viveva in strada e aveva un problema con l’alcol. Nella rivista usavano il suo nome civile ma per me lui era Cahit, Cahit e basta.
Gegen die Wand gli aveva dato la fama, il film aveva vinto il Leone d’oro al Festival di Berlino e lui era stato premiato come miglior attore tedesco. Poi c’erano stati alcuni altri film, ma mai con ruoli da protagonista, e infine le proposte si erano diradate fino a sparire del tutto.
Online lessi vari articoli di giornali tedeschi che aggiungevano dettagli alla storia. Il dolore che Cahit viveva nel film, e che cercava di sedare con l’alcol, era lo stesso che viveva nella vita. Era un attore famoso, ma non si sentiva né si comportava da star. Coi soldi guadagnati non aveva comprato un appartamento per sé, tantomeno una casa. Viveva in condivisione, anzi secondo i giornali ormai da anni dormiva sui divani di amici, di chiunque gli desse ospitalità.
Al giornalista che lo incontrò a Kottbusser Tor, nel quartiere di Kreuzberg, in una piazza frequentata da tossici e sbandati, disse di aver perso le chiavi dell’appartamento e di essere stato poi allontanato da chi lo ospitava. Non aveva più il passaporto, lo aveva perso anni prima e mai rinnovato. Il contratto per il telefonino era scaduto e non aveva soldi per uno nuovo. Nell’articolo si diceva che avesse passato delle notti in prigione, per corse in taxi non pagate e offese a pubblico ufficiale. Le guardie gli avevano chiesto l’autografo. Al giornalista disse che aveva ridotto il consumo di birra a non più di quattro-cinque bottiglie al giorno e che era in contatto con una regista per un nuovo film. Sperava che l’articolo lo avrebbe aiutato a trovare un tetto sotto cui dormire. Il giornale lo pubblicò in prima pagina con una foto di Cahit disteso sul marciapiede e il titolo: Qui giace uno dei migliori di Berlino.
Erano passati appena dieci anni dal film e la vita di Cahit era sottosopra. Proprio come accadeva nel film, ma senza l’amore di Sibel. Io non sapevo nulla di questi eventi. Io ero il guardiano del loro amore. Questo era il mio ruolo, l’unica missione nella vita che mi sentissi in grado di assolvere. Ma ora tutto mi stava cadendo addosso. Cahit non era più. Di Sibel gli articoli non parlavano ma poi ne trovai uno che riferiva che era volata negli Usa, che lavorava a Hollywood, faceva un’altra vita, lontana da Cahit. Per Cahit, il film aveva rimpiazzato la vita che aveva rimpiazzato il film. E io, cosa potevo fare io?
Decisi di partire per Berlino.
C’erano delle ragioni per cui il mio viaggio non aveva senso, ma altre, quelle giuste, per cui era l’unica cosa sensata che potessi fare. Non aveva senso perché se anche avessi trovato Cahit, e lui avesse accettato il mio aiuto, che aiuto avrei potuto dargli? Non possedevo una casa dove ospitarlo, e non avevo soldi da prestargli. Però potevo stargli vicino, potevo aiutarlo in qualche modo, in qualunque modo. Forse lui non lo sapeva che mi era stato assegnato questo ruolo, che io ero il guardiano del suo amore per Sibel e di quello di Sibel per lui. Forse era colpa mia di quanto era accaduto nella sua vita. Forse non ero stato un buon guardiano, non avevo svolto bene il mio compito, altrimenti Sibel non sarebbe andata via e lui non sarebbe finito in strada.
I pensieri mi sbattevano in testa come biglie dentro una betoniera e mi facevano camminare a sbalzi; era come se il mio corpo avesse dei blackout e la mia testa non li potesse controllare. Dovevo fare qualcosa, agire. Non potevo lasciare Cahit in balia di una vita che non era la sua, che non era più la sua. La sua vita, quella vera, era rimasta nel film e per colpa mia ora era svanita.
Dissi a Tony che dovevo assentarmi per alcuni giorni per ragioni famigliari e comprai un volo Ryanair per Berlino. Tony sapeva che i nonni con cui ero cresciuto erano morti da tempo e che i miei unici parenti erano degli zii che vivevano in Svizzera e con cui avevo rari rapporti. Non mi chiese spiegazioni. Forse vide nel mio viso la preoccupazione e l’ansia che mi dominavano. Mi avvicinai alla macchina per il caffè e tolsi delicatamente il volantino del film. Lo piegai in quattro e lo infilai nella tasca della giacca.
Quella notte non dormii. Rientrai nella mia camera e preparai lo zaino. Nonostante l’incedere dei pensieri, sapevo quello che dovevo fare. Avvicinai la sedia all’armadio e ci salii sopra per raggiungere una scatola per scarpe infilata dietro alla valigia. La scatola per scarpe conteneva le uniche cose care che mi portavo dietro da anni, da quando avevo lasciato il mio paese. C’erano alcune foto di me bambino, al mare coi nonni, sulla prima bicicletta, nel cortile degli zii con mio cugino. Infine, c’era la scatola di metallo per sigari con dentro l’orologio da taschino del nonno; nonno Artemio. L’orologio di nonno Artemio era la cosa più preziosa.
Il volo era alle sei del mattino e decisi di passare le ore che mi allontanavano dalla partenza direttamente all’aeroporto.
A Berlino presi alloggio in un ostello della gioventù nel quartiere di Schöneberg, vicino a Kreuzberg. Presi un posto in camerata, era il più economico che potessi trovare. Conoscevo la zona di Kreuzberg dove il giornalista della Berliner Zeitung aveva incontrato Cahit. Prima di trasferirmi a Dublino avevo vissuto per tre mesi a Berlino, lavorando in nero in un ristorante italiano proprio in quel quartiere.
Disteso nel letto della camerata, presi in mano l’orologio di nonno Artemio. Me l’aveva donato in punto di morte raccomandandomi di tenerlo sempre con me, ché mi avrebbe protetto come aveva fatto con lui durante la prigionia in Germania, dopo l’8 settembre 1943, nelle miniere del Belgio dopo la guerra, nella fabbrica siderurgica sul lago Ontario, nel Canadà degli anni cinquanta, e infine nel suo lavoro di autista di camion per una fabbrica di esplosivi, nel Friuli degli anni sessanta e settanta. Volevo donare l’orologio a Cahit. Ero convinto che con l’orologio si sarebbe ripreso, sarebbe stato in grado di risalire la china. Aveva bisogno di un talismano e l’orologio colmo del mio affetto disinteressato era quello che serviva. Volevo fargli capire che il suo amore per Sibel e quello di Sibel per lui era la cosa più preziosa al mondo, almeno per me.
A Berlino conoscevo un’italiana che aveva lavorato con me al ristorante, si chiamava Rita, era originaria di Modena. Rita era arrivata a Berlino subito dopo la caduta del muro, aveva vissuto in case occupate dell’ex Berlino Est e frequentato la scena punk. Mi aveva raccontato che il suo primo amore tedesco era stato un cantante punk di origine turca. Facendo due calcoli, i miei soliti calcoli, il cantante punk doveva avere più o meno la stessa età di Cahit. Nel film, Cahit ascoltava musica punk, nel suo piccolo appartamento c’era un grande poster di Siouxsie. Telefonai a Rita. Era sorpresa di sentirmi, ma era impegnata, aveva due figli adesso. Non volevo farle perdere tempo e le chiesi se avesse conosciuto Cahit, se il suo ex lo conosceva. Mi disse di sì, in quegli anni ci si conosceva tutti. Mi disse che quello che era capitato a Cahit non l’aveva sorpresa, lo sapevano tutti che aveva dei problemi con l’alcol. Aggiunse che non sarebbe essere stato difficile incontrarlo, se era quello che volevo. Bastava andare all’Ankorklause o al Delphi Bistro, o in uno dei bar turchi sul Kottbusserdam. Verso sera era sicuramente in uno di questi locali, gli stessi nominati nell’articolo del giornale. Mi disse di passare a trovarla se fossi rimasto alcuni giorni a Berlino e ci congedammo.
L’Ankorklause è un bar-bistro addossato al ponte che collega la Kottbusserstrasse con il Kottbusserdam. Arrivai lì verso le cinque e vi rimasi fino alle otto, ma Cahit non apparve. Chiesi al barista se Cahit si vedeva spesso lì. Talvolta sì, talvolta no, dipende dalle settimane, mi rispose. Se ha soldi o qualcuno che gli offre da bere. In qualche bar non lo fanno più entrare perché ha accumulato debiti. Mi accorsi che la mia cronica timidezza era sfumata, quasi svanita. Il senso della mia missione, del mio viaggio, mi rendeva una persona diversa, un uomo con un destino. Passai anche al Delphi Bistro e all’AntalyaSpor Café, ma Cahit non c’era.
Il giorno dopo tornai all’Ankorklause. Arrivai verso le sei e finalmente lo vidi, nella sala per fumatori. Era seduto da solo, di fronte a sé aveva un tavoliere per giocare a Tavla. Nel film gioca a Tavla con la sua amante, quella che era la sua amante prima di capire che Sibel era il suo vero amore. Sono entrambi nudi, fumano, bevono birra e giocano a Tavla con l’accompagnamento dei Depeche Mode in sottofondo.
Mi sedetti al tavolo, al lato opposto al suo, con una familiarità imprevista. Alzò gli occhi, erano gonfi come di chi non ha dormito o è abituato a dormire male. I capelli erano grigi adesso, le spalle un po’ ricurve, appesantite dalla vita. Non aveva più la giacca di pelle. Non era più Cahit, era Cahit ma non era più lui. Dovevo arrivare fino a qui per scoprirlo; il senso del mio viaggio era questo.
Il suo sguardo su di me non era diffidente. Era sorpreso, ma in un modo che non mi intimoriva. Sentivo che aveva capito chi fossi.
Vuoi giocare? gli chiesi. Ho sete, rispose. Ordinai due birre. Le rughe che scendevano lungo il suo viso apparvero per un attimo distendersi. Non era un sorriso, ma la sua espressione era meno rigida. Mi chiesi cosa stesse pensando. Avevo dialogato così spesso, e così a lungo, con lui e con Sibel. Erano diventati parte essenziale della mia vita, i miei migliori amici. Di fronte a lui, a Cahit che non era più Cahit ma era veramente Cahit, mi sentii forte, improvvisamente maturo.
Ti ho cercato a lungo, dissi. Volevo incontrarti. Mi dispiace per quello che ti è successo. Rimase con lo sguardo sul tavoliere, come se stesse studiando una mossa, ma sentivo che le mie parole erano giunte a destinazione.
Ti ho portato una cosa, gli dissi. E’ una cosa importante, che ti proteggerà, sono sicuro che ti proteggerà e ti porterà fortuna.
Appoggiai l’orologio sul tavolo, accanto alla bottiglia di birra, che spostai di lato con la mano. L’orologio di nonno Artemio luccicava, era proprio un bell’orologio, la catena lo rendeva elegante, unico. Cahit lo prese in mano, lo appoggiò sul palmo e lo osservò. Cosa stava pensando? Poi alzò lo sguardo. Mi guardò dritto negli occhi e per un attimo sentii la stessa tensione che avevo provato nel fissare i suoi occhi dentro il film; gli stessi occhi che si incontravano con quelli di Sibel, li sentivo come fossero i miei. Una pausa, il silenzio creato dallo sguardo, poi una parola sola: Grazie. Questa volta la bocca si distese in un abbozzo di sorriso.
Portalo sempre con te, gli dissi. Prima di andarmene voglio però chiederti una cosa, una cosa sola. Ami ancora Sibel?
Il suo sguardo si accese nuovamente, per un attimo ancora sembrò lo stesso del film.
Io l’amo ancora, non l’ho mai detto a nessuno. Sei l’unico a saperlo. Anche lei mi ama, ma non possiamo vivere il nostro amore. E’ tutto come nel film. Proprio come nel film.
