Il designer senza qualità
di Silvio Lorusso

È uscito per Krisis Publishing il libro Il designer senza qualità di Silvio Lorusso.
Ospito qui un estratto.
Prologo: Starter pack
«[…] un fantastico paradosso [contraddistingue] la nostra moderna società industriale, [e il] modo in cui viviamo e agiamo. È la contraddizione tra l’onnipotenza che rivendichiamo sull’ambiente fisico – in effetti la tecnica non smette di progredire e ci permette ormai di dominare i fenomeni naturali ed estrarre una quantità crescente di energia – e lo spaventoso caos, il sentimento d’impotenza che invece si manifesta quando abbiamo a che fare con i problemi della società e della natura umana. Il funzionamento dei sistemi sociali continua a sfuggirci.» – Paul Cardan (Cornelius Castoriadis), 1965[1]
«Presto il caos sarà il nostro denominatore comune, lo portiamo in noi e lo troveremo simultaneamente in mille luoghi, dappertutto il caos sarà il futuro dell’ordine, l’ordine già non ha più senso, non è più altro che un meccanismo vuoto e noi ci logoriamo nel perpetuarlo perché ci voti all’irreparabile.» – Albert Caraco, 1982[2]
«In pratica, la vita di un designer è naturalmente confusa, informale e soggetta a imprevisti come lo è la vita della maggior parte delle persone; non solo dietro le quinte, ma a volte anche davanti.» – Norman Potter, 1969[3]
Secondo Victor Papanek, pioniere dell’ambientalismo, designer controculturale e critico esplicito del consumismo statunitense, il design implica uno «sforzo cosciente per imporre un ordine significativo.» Rassettare una scrivania, curare una playlist per una festa, strutturare i capitoli di un libro… tutte queste attività possono dunque essere intese come atti di design. È tuttavia sconcertante rendersi conto che pochissime occupazioni umane sfuggono a questa definizione. Se le cose stanno così, quale sorta di ordine particolare dovrebbero imporre i designer? Ed è tale ordine in qualche modo più stabile rispetto a quello, fragile e provvisorio, che tutti noi tentiamo di ritagliare, come una schiera di industriosi archivisti nella torre di Babele?
Il design ha a che fare con l’ordine ma, come ben sa un qualsiasi genitore che entri nella cameretta di un giovane figlio, il prerequisito dell’ordine non è il vuoto, ma il caos.[4] Il libro che stai leggendo si colloca appunto in questo caos. Uno strano libro di design, insomma, dato che è volto a esplorare il disordine che non può essere contenuto, la confusione che straripa oltre le dighe di ciò che consideriamo organizzato e progettato, inclusi i nostri modelli mentali e le nostre soggettività. Per imporre un ordine significativo è necessario innanzitutto tracciare una linea che separa ciò che è soggetto alla progettazione – quello che i designer generalmente chiamano “il problema” – da quello che non lo è. Il design è dunque un cerchio magico che produce innanzitutto un interno ordinato e un esterno caotico. I designer proteggono e rielaborano i mutevoli confini del cerchio,[5] collocando idee, cose e persone al suo interno o al suo esterno. Ma la linea è porosa: i nostri tentativi di fare ordine sono inevitabilmente artificiosi e il loro esito necessariamente instabile: l’entropia corrode quelle isole negentropiche che chiamiamo progetti. L’ordine è sempre sotto assedio: il caos si insinua, corrompe il cerchio magico, ne erode i contorni. Questa collezione di saggi traccia tale erosione. Mentre ciò che sta dentro il cerchio magico del design può essere definito, il caos che lo circonda può solo essere descritto, perciò Il designer senza qualità è un lavoro descrittivo più che prescrittivo.
Si direbbe che oggigiorno il caos prevalga sull’ordine. I sistemi logistici su scala globale paiono difettosi tanto quanto i nostri piccoli progetti di vita. È per questo che il design è così polarizzato: esso ci pare onnicomprensivo, infrastrutturale, planetario, grande, sconcertante; eppure al tempo stesso improvvisato, ad hoc, minimo, volatile. «La cultura del design di oggi è un’espressione delle nostre vite prototipo – lamenta Geert Lovink – […] la precarietà come stile di vita aperto e libero si impantana in una serie infinita di fallimenti. I progetti saltano o non finiscono mai. La vita sembra una fila infinita di proposte.»[6]
Ogni problema è “perfido” (wicked):[7] la sua risoluzione è temporanea, il suo paradigma in continuo cambiamento, il suo focus in evoluzione. Come si fa a formulare l’ennesima definizione astratta del processo progettuale quando le circostanze di una realtà confusionaria sono così imponenti? Al design non resta che una sola opzione: fissare il caos negli occhi, rinunciando alla nozione alquanto rassicurante di “complessità”.[8] Perché il caos è più che complesso: la complessità è un campo in cui varie forme di competenza concorrono tra loro; il caos è il represso che ritorna quando gli esperti falliscono. Se, come sostiene James Bridle, «la complessità non è una condizione da domare e controllare: è una lezione da imparare»,[9] il caos è piuttosto un lamento che non ha nulla da insegnare.
Le cose non appaiono solo intricate: sembrano prive di significato, aliene, persino a chi come noi si è consacrato alla causa dell’ordine. I designer sono combattuti tra il dover credere, per motivi professionali e vocazionali, nella promessa moderna di un ordine armonico e fluido, e il trovarsi intrappolati in una realtà assurda e glitchata. Essi rappresentano il tipo ideale di una soggettività ipermoderna: evangelisti disillusi che hanno perso la fede.
«Il Disordine è la Legge,» dichiara l’architetto Jeremy Till: «Mi ci è voluto tutto questo tempo per capire che forse l’architettura è un guazzabuglio; non un guazzabuglio estetico, ma un guazzabuglio sociale e istituzionale molto più complesso.»[10] Scrivendo negli anni Settanta, l’architetto Giancarlo De Carlo si mostrava più fiducioso: «Il solo suono della parola disordine provoca in genere incontenibili nevrosi, perciò bisogna precisare che per disordine non si intende l’accumulazione di una disfunzione sistematica, ma al contrario l’espressione di una funzionalità superiore capace di includere e rendere manifesto il gioco complesso di tutte le variabili coinvolte in un evento spaziale. […] la salvezza del mondo – in tutti i campi, dalla politica all’estetica – è nel disordine come alternativa di un ordine costrittivo e sopraffattorio che non può più essere condiviso.»[11] È grazie a un simile spirito che Henri Bergson poteva concepire il caos come un ordine che non riusciamo a vedere.[12] E se invece considerassimo l’ordine come un caos che cerchiamo di ignorare? Theodor Adorno credeva che il compito dell’arte fosse quello di mettere il caos in ordine.[13] Cerchiamo almeno di metterlo a fuoco.
A proposito del suo libro Composing a Life, l’antropologa Mary Catherine Bateson ha scritto che il progetto «è nato da una riflessione infelice sulla mia vita come una sorta di disperata improvvisazione in cui ho cercato costantemente di creare qualcosa di coerente da elementi contrastanti per adattarlo a scenari in rapida evoluzione.»[14] Qui mi confronto con una simile urgenza, che credo sia sentita da molti. Per farlo, esploro i meccanismi messi in atto per mantenere l’illusione dell’ordine e la fiducia in coloro che possono realizzarlo. L’obiettivo è fare luce sul senso di disillusione che deriva dalla distanza tra aspettative ben ordinate e una realtà caotica. Mettere a fuoco questa distanza potrebbe apparire una missione estranea al design, ma ne costituisce in realtà l’essenza. Dopotutto, identificare un problema non significa altro che «sapere cosa distingue una condizione osservata da una condizione desiderata.»[15] Lo scopo, dunque, non è quello di sanare la disillusione, ma di comprenderne l’origine e il modo in cui influenza convinzioni e comportamenti. Per farlo, dobbiamo collocarci nel mezzo, osservando come i designer siano costretti a destreggiarsi tra gestione ed esecuzione, facoltà tecniche e umanistiche, autonomia e dipendenza, potere e sottomissione, burocrazia e innovazione, le cose e il sé.
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Che sembianze ha il caos che circonda il cerchio magico del design? Non essendo in grado di generalizzare, poiché il caos assume per ognuno dei tratti diversi, posso soltanto provare a descrivere il disordine che mi circonda: una lista draconiana di stili di paragrafo in InDesign, un sito su Indexhibit andato perduto, un logo commissionato su Fiverr per farsi una risata, una visita distratta alla Dutch Design Week, un errore 404 in una pagina web statica dovuto all’URL sbagliato di jQuery, una pila di fanzine stampate in risograph, il visto in scadenza di uno studente, il debole segnale del WiFi eduroam, una mostra finanziata tramite crowdfunding, un poster sull’Antropocene che contiene funghi e batteri, una scrivania Linmon-Lerberg dell’IKEA che passa da una stanza in affitto all’altra, il report di uno stage non pagato, un video essay scandito da una voce femminile nordamericana fuoricampo, un ad su Instagram seguito da un meme di @dank.lloyd.wright, un mucchio di polverosi libri Taschen abbandonati a casa di mio padre, font variabili, borse a tracolla ambulanti, persone vestite come poster, cartelli di protesta fatti a mano, post-it, un DJ set dub, alcuni asset gratuiti per Cinema 4D, una polemica su Twitter sul nuovo brand della CIA, una tesi triennale sul transumanesimo, una mail urgente da un cliente insopportabile, un errore di allineamento su una tiratura di 1200 copie, due ernie al disco, un MacBook Pro con la Touch Bar, un paio di ciabatte Lidl, un abbonamento scaduto alla Creative Cloud di Adobe, le quotidiane esortazioni di Stefan Sagmeister, una richiesta di finanziamento macchiata di caffè, il pattern a spirale di e-flux, un bootleg ironico del cappello MAGA, un portfolio di 10 pagine (massimo 10mb), un “videogioco” esplorativo fatto con Unity, una sedia tubolare di Marcel Breuer (collaudata una volta sola in un ufficio aziendale), questo stesso file Markdown editato in dark mode.
Chi ha familiarità con il design nel cosiddetto Nord globale (e probabilmente anche altrove) potrebbe riconoscere alcuni di questi elementi come parte del proprio starter pack. “Starter pack” è il nome di un meme in cui le caratteristiche distintive di una certa professione, sottocultura o fandom sono disposte su fondo bianco,[16] sotto forma di oggetti, strumenti, libri o persino abitudini. Spesso il “pacchetto” include abiti e accessori, mostrando che la nostra identità professionale tende immancabilmente a conformarsi a un certo stereotipo, e a comunicarlo. Esistono persino starter pack diversi per diverse categorie di designer, come lo starter pack dello “studente di graphic design”, quello del “designer pretenzioso,” quello del “come far infuriare un grafico,” ecc. La giustapposizione dei vari elementi suggerisce che in fondo non c’è differenza tra strumenti, dispositivi, libri o accessori: sono tutte appendici dell’identità che contribuiscono a un senso di appartenenza e, in alcuni casi fortunati, all’accumulo di prestigio. Questo meme ci indica anche qualcos’altro, ossia che l’identità è formata dalla combinazione tra produzione professionale e consumo. O addirittura che la professione è, almeno in parte, una forma di consumo.[17] Un insieme incoerente di roba “di design” che fluttua su una tela bianca dovrebbe generare alchemicamente un carattere personale e un significato personalizzato. Mieke Gerritzen e Geert Lovink parlano di «un ambiente estetico che circonda la tua personalità, pieno di idee, cose ed esperienze seducenti.»[18] Ma questa forma di identificazione estetica è fragile. Un’altra formula memetica di recente invenzione afferma che “designer is not a personality” (designer non è una personalità), contribuendo alla sensazione strisciante che la professione, così come il consumo, sia un mezzo insufficiente per costruire un’identità solida e stabile.
Guardando più specificamente al graphic design, uno starter pack estremamente denso e complesso è quello costruito nei suoi tre anni di vita del canale Tumblr Critical Graphic Design.[19] Visitandolo ci si trova a scrollare attraverso una pletora di inside joke indecifrabili (alcuni già in qualche modo superati, dato che il blog non è più attivo dal 2015), tra l’ossessione per i designer-intellettuali d’avanguardia provenienti in particolare da Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti (come ad esempio Experimental Jetset, Zak Kyes e Michael Bierut), la parodia della “criticalità” come atteggiamento da esibire, qualche screenshot modificato dell’interfaccia di Photoshop, e inesistenti libri di teoria potenzialmente iperstizionali.[20] Appare qui evidente il meccanismo di autocanonizzazione tipico delle nicchie, così come la fissazione per le scuole di design Ivy League come Yale (fissazione espressa però mostrando le foto dei muletti meccanici dell’azienda omonima), un ironico abbandono al design amatoriale, una sensibilità per la precarietà e le avversità del mercato del lavoro, qualche sfogo sull’ipocrisia del design politico, un’acuta consapevolezza del consumismo e della professione come due ambiti che si intersecano («Everything is stuff,» tutto è fatto di cose, un libro di Metahaven così come un paio di sneakers Nike o una maschera di Guy Fawkes). Infine, qualche venatura di disillusione: «le rose sono rosse, le viole sono blu, vi prego, vi prego non studiate graphic design.»
Il critico di design Francisco Laranjo ha lamentato la mancanza di coerenza del blog, ma ciò che conferiva a Critical Graphic Design il suo carattere distintivo era proprio la sua schizofrenica polivocalità.[21] La critica non è automaticamente più coerente del discorso che intende mettere in discussione. Inoltre, ciò che il gruppo anonimo dietro al blog suggeriva, ormai quasi un decennio fa, è che accanto agli elementi visibili riferiti allo stile di vita e agli oggetti professionali che definiscono la personalità del designer, esiste uno starter pack nascosto,[22] composto da fattori silenziosi e a volte persino inconsci: procedure burocratiche da incubo, problemi finanziari, famiglie ricche, pregiudizi di genere, clienti di merda, stage non retribuiti, dinamiche di micro o macro-celebrità, finanziamenti generosi o assenti, reti di amici, pettegolezzi e così via. Questi fattori minacciano e al contempo sorreggono il progetto di fare progetti: il progetto di vita professionale di diventare un designer colto, un professionista culturale e – il che è cruciale – di rimanerlo.
Un meme più recente avrebbe facilmente trovato posto su Critical Graphic Design. Il soggetto: una ex compagna di scuola si vanta dei propri successi: «Mio marito ha ottenuto una promozione, sono incinta e abbiamo appena comprato la nostra prima casa.» A differenza dell’amica del liceo ormai realizzata, la protagonista del meme è impegnata a unire punti vettoriali in Adobe Illustrator, un’attività rognosa che disgraziatamente non è stata ancora automatizzata. Questa immaginetta a bassa risoluzione è talmente carica di significato: innanzitutto, essa veicola un’idea tradizionale di successo nella vita (manca solo il SUV). Esprime inoltre un vivido senso di disorientamento e insicurezza. Il meme tocca anche il tema della banalizzazione delle competenze e della monotonia della professione del designer, fatta per gran parte di compiti ripetitivi.
Infine, il meme sembra suggerire che lo scambio avvenga tra due donne. E questo non è un caso. Per le donne è strutturalmente più difficile arrivare al vertice come designer raggiungendo una posizione sia autoriale che autorevole.[23] Le donne hanno più probabilità di restare incagliate nelle mansioni modeste e ripetitive del lavoro. E dopotutto, una tattica per proteggersi dal caos della vita è quella di ridurre il proprio progetto, renderlo tanto piccolo quanto la distanza tra due punti vettoriali zoomati. Il progetto di design “piccino,” con le sue curve di Bézier più o meno controllabili, può fungere da rifugio rispetto al progetto di vita, che spesso appare caotico e privo di senso – l’esatto opposto dell’immagine familiare tipica dei baby boomer, dipinta dall’ormai realizzata protagonista del meme.
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È stato il critico culturale Tommaso Labranca a individuare i due opposti inferni artificiali a cui tendono gli operatori dell’arte e del design. Da una parte, l’orrore asettico del white cube; dall’altra, «l’incubo del caos che si vive nelle abitazioni sempre provvisorie e traballanti del sottobosco artistico.»[24] Nel 2018, Airbnb ha lanciato una serie di conferenze di design intitolate When Chaos Is Your Creative Director.[25] La scelta del tema è sensata per un’azienda che lavora con persone che trasformano le proprie stanze e appartamenti, spesso minimi ed Escheriani, in ambienti piacevolmente generici per turisti e visitatori in viaggio d’affari.[26] Il team di Airbnb spiega: «[…] mentre la nebbia del caos lascia alcuni di noi raggelati, ci sono rari talenti che riescono a vederci abbastanza chiaro da attivarsi e creare.» Questa è la speranza: essere tra i pochi fortunati che non solo costruiscono l’ordine, ma lo proteggono dal caos dilagante.
«Perché il caos è inevitabile. Perché viviamo in un mondo di tumulti politici, crisi sanitarie e tecnologie etiche discutibili (sic), e il design svolge un ruolo fondamentale nell’affrontare queste sfide globali.» Persino un colosso come AirBnb non può evitare di ammettere l’inevitabilità del caos, questa materia informe che è allo stesso tempo grande in modo sublime e banalmente piccola, dotata di un’indifferenza capace di resistere ai più disparati sforzi organizzativi. Il caos precede il design e agisce al suo interno: è la manifestazione del Reale oltre l’illusione progettuale di un ordine stabile e duraturo. A fronte di questo disordine, si può apprezzare l’immagine del design quale attività improvvisata e quasi assurda offerta da Enzo Mari, leggendario designer cresciuto tra le macerie della Seconda Guerra Mondiale, il quale fu inizialmente un utopista del progetto, dunque un realista disilluso e infine una sorta di Grande Odiatore del mondo del design:
Ognuno di noi progetta, ogni giorno, quando è obbligato a prendere le proprie decisioni, anche quelle apparentemente banali. Per esempio, dovendo cucinare e scovando nel frigo solo un vasetto di yogurt e due cipolle.[27]
Si può guardare al design tenendo conto dell’ampiezza del suo raggio d’azione, ovvero dell’ordine che impone. Ma il design è anche, a un livello più semplice e fondamentale, yogurt e cipolle – ciò che ci rimane, il pasticcio in cui ci trovia
[1] Cornelius Castoriadis. “La crisi della società moderna.” In Raffaele Alberto Ventura (a cura di). Contro l’economia. Roma: Luiss University Press, 2022, p. 71.
[2] Albert Caraco. Breviario del caos. Milano: Adelphi, 1998, p. 93.
[3] Norman Potter. What Is a Designer? Things, Places, Messages. London: Hyphen Press, 2006, p. 19.
[4] La scrittrice Mary Shelley lo aveva già osservato nel 1831: «L’invenzione, bisogna ammetterlo con umiltà, non consiste nel creare dal vuoto, ma dal caos». La citazione proviene dalla prefazione al suo romanzo Frankenstein o il moderno Prometeo. La trama sembra suggerire che tracce di caos abitino l’ordine, o persino che l’ordine non sia altro che caos rattoppato provvisoriamente, come il corpo-cadavere del mostro. Cfr. Maria Popova, “‘Frankenstein’ Author Mary Shelley on Creativity,” The Marginalian (blog), 25 giugno 2018.
https://www.themarginalian.org/2018/06/25/mary-shelley-creativity-franksenstein-1831/.
[5] La tendenza generale è verso l’estensione del confine: «E così siamo stati costretti a espandere i confini dei sistemi con cui abbiamo a che fare, tentando di internalizzarne le esternalità.» Horst W. J. Rittel e Melvin M. Webber. “Dilemmas in a General Theory of Planning.” Policy Sciences 4, no. 2 (1 giugno 1973): 155–69, p. 159.
[6] Geert Lovink. “Precarious by design.” In Silvio Lorusso. Entreprecariat: Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro. Brescia: Krisis, 2018, pp. 10-2.
[7] Un wicked problem, spesso tradotto in italiano come “problema intrattabile,” è un problema che non può essere risolto in modo univoco e definitivo perché la sua formulazione è incompleta, mutevole o persino contraddittoria. Il termine è stato coniato dai teorici del design Rittel e Webber, op. cit.
[8] Non sorprende che molti articoli e saggi di design siano introdotti da un tributo alla complessità.
[9] James Bridle. Nuova era oscura. Roma: Nero, 2019, p. 153.
[10] Jeremy Till. Architecture Depends. Cambridge, MA: MIT Press, 2013, p. XII.
[11] Giancarlo De Carlo. La piramide rovesciata: architettura oltre il ’68. Macerata: Quodlibet, 2018, pp. 113-4.
[12] Citato da Tomás Maldonado. La speranza progettuale: Ambiente e società. Torino: Einaudi, 1997, p. 112.
[13] Theodor W. Adorno. Minima moralia: meditazioni della vita offesa. Einaudi, 1954.
[14] Bateson citata da Penelope Green. “Mary Catherine Bateson Dies at 81; Anthropologist on Lives of Women.” The New York Times, 14 gennaio 2021. https://www.nytimes.com/2021/01/14/books/mary-catherine-bateson-dead.html.
[15] Rittel e Webber, op. cit., p. 159.
[16] Vedi https://knowyourmeme.com/memes/starter-packs.
[17] Questo punto è approfondito nel quinto capitolo.
[18] Mieke Gerritzen e Geert Lovink. Made in China, Designed in California, Criticised in Europe: Design Manifesto. Amsterdam: BIS Publishers, 2020. In origine, il sottotitolo del libro doveva essere “Amsterdam Design Manifesto,” una scelta azzeccata che colloca il caos progettuale specifico descritto dagli autori. Avendo vissuto nei Paesi Bassi per diversi anni, ne comprendo il punto di vista. Per questo motivo i loro libri appariranno spesso nelle pagine seguenti. Tuttavia, mentre Gerritzen e Lovink si concentrano principalmente sullo stato contemporaneo del design, io mi concentro sullo stato dei designer, che sono i primi a essere riprogettati dalla loro disciplina.
[19] https://criticalgraphicdesign.tumblr.com.
[20] “Iperstizione” è un termine coniato dallo scrittore e filosofo Nick Land. Un portmanteau delle parole “iper” e “superstizione”, suggerisce che le idee possono essere sospinte e rafforzate nell’arena culturale, agendo come profezie memetiche che si autoavverano. Vedi Delphi Carstens. “Hyperstition.” 0rphan Drift Archive (blog), 2010. https://www.orphandriftarchive.com/articles/hyperstition/.
[21] Francisco Laranjo. “Critical Graphic Design: Critical of What?” Design Observer, 16 aprile 2014. http://designobserver.com/feature/critical-graphic-design-critical-of-what/38416.
[22] Lo starter pack nascosto si riferisce alla nozione di “curriculum nascosto” teorizzata, tra gli altri, da John Dewey, Ivan Illich e Paulo Freire. Vedi https://en.wikipedia.org/wiki/Hidden_curriculum.
[23] Ruben Pater riporta che, sebbene la maggior parte degli studenti di graphic design siano donne, i designer che gestiscono studi sono prevalentemente uomini. Caps Lock: How Capitalism Took Hold of Graphic Design, and How to Escape from It. Amsterdam: Valiz, 2021, p. 294.
[24] Tommaso Labranca. Vraghinaroda: Sopravvivendo a hipster situazionisti, santexuperine scalze e mistificatori deleuziani. Milano: 20090, 2019, p. 84.
[25] https://airbnb.design/designed-chaos/ e https://airbnb.design/seasontwo/.
[26] Il giornalista Kyle Chayka ha definito lo stile di Airbnb airspace. Vedi “How Silicon Valley Helps Spread the Same Sterile Aesthetic Across the World.” The Verge, 3 agosto, 2016. https://www.theverge.com/2016/8/3/12325104/airbnb-aesthetic-global-minimalism-startup-gentrification.
[27] Enzo Mari. 25 modi per piantare un chiodo: Sessant’anni di idee e progetti per difendere un sogno. Milano: Mondadori, 2011, p. 5.
