I poeti appartati: Anna Ayanoglou

Sacco Amniotico
Risuona e odora
e se osi parlare, se superi il fossato
il grande seno della lattaia
strizzato nell’abito a pois bianchi ti accoglie
– lei che indicando dice: non prendere questo tvorog,
è andato
la ragazzina e la madre al banco della carne
– frangia pazza, permanente melanzana,
che bestemmia suo malgrado e sottrae a caso –
il sorriso, meno i denti, del venditore di patate
quel che racchiudono di sfida o umanità
– al mercato di Vilnius, se ognuno ti rapisce
è perché ognuno indossa l’anima al di fuori.
Poche amniotique
Il sent et il résonne
et pourvu que tu oses parler, que tu passes le fossé
c’est le gros sein de la crémière
compressé sous la robe à pois blanc qui t’accueille
– celle qui dit en le pointant : ne prenez pas ce tvorog-là, il est passé
la gamine et sa mère à la viande
– frange folle, permanente betterave
qui jure sans pouvoir s’empêcher et soustrait au hasard –
le sourire, dents en moins, du vendeur de patates
ce qu’il y a dedans d’humanité ou de défi
– aux halles de Vilnius, si chacun te ravit
c’est que chacun porte son âme à l’extérieur.
*
Attraverso i retaggi
Una dimora in legno
una domenica a saggiare la città
Due piani ambra rossa
benessere furtivo
In fondo a un vicolo, il retro
tre torri spioventi si sporgono – e rifugio
e abbraccio
Oltre i rami, la veranda
con le finestre a mezzaluna
e la reminiscenza
– Ekaterina Sergeevna, prenderete freddo!
che scansa il presente
nel flusso del romanzo –
i cucchiai di stagno
il pesante pendolo dell’orologio
e i centrini bianchi
Oltre i tramezzi elaborati
una vita estranea alle necessità
del rendimento
nel retro del tempo
Par les héritages
Une demeure en bois
un dimanche à éprouver la ville
Deux étages ambre rouge
un bien-être furtif
Par une allée, l’arrière
les trois tours à pignon s’avançant – et refuge
et étreinte
Derrière les branches, la véranda
aux fenêtres en demi-lune
et la réminiscence
– Ekaterina Sergueïevna, vous allez prendre froid !
écartant le présent
dans le flot du roman –
les cuillers en laiton
le lourd balancier de l’horloge
et les napperons blancs
Derrière les cloisons ouvragées
une vie hors des nécessités
du rendement
à l’arrière du temps.
*
A occhi chiusi
Ti scioglierai nella sua stretta
meravigliata, pregando la morte
che l’ha sfiorato prima del vostro incontro
di abbandonartelo –
ne sposerai la terra e la memoria
che s’insinueranno da ogni lato –
ma ne sentirai prima solo il brivido
che aggiungeranno alla sua bellezza –
abbraccerai la sua follia
sorda agli allarmi
e credendoti immune al destino
lo stringerai più forte ancora
Les yeux fermés
Tu te fondras dans son étreinte
émerveillée, priant la mort
qui l’a tâté avant que tu ne le rencontres
de te l’abandonner –
tu épouseras sa terre et sa mémoire
qui de partout s’insinueront –
mais tu n’en sentiras d’abord que le frisson
qu’ils ajouteront à sa beauté –
tu embrasseras sa folie
sourde aux alarmes
et te croyant dure au destin
tu l’étreindras plus fort encore.
Diventare la straniera:
Anna Ayanoglou e il corpo come conoscenza
di
Luigi Toni
Non si attraversa uno spazio per spostarsi. Lo si attraversa per non lasciarsi dissolvere. In un tempo in cui le immagini precedono l’esperienza e spesso la sostituiscono, attraversare una città può diventare un gesto minimo di resistenza. Non si tratta di accumulare visioni, ma di sottrarre lo spazio al già visto, al già montato, alla memoria prefabbricata. Attraversare significa esporsi.
Nella poesia di Anna Ayanoglou – nata in Francia nel 1985 da madre francese e padre greco – tutto è movimento, tutto è esposto al divenire. Si attraversano spazio e tempo per cercare un varco, un confine da superare. Si cammina per intercettare il possibile, l’intensità del luogo non ancora provato, il non ancora sperimentato. La traversata non è semplice spostamento geografico: è tensione verso ciò che la traduttrice definisce inéprouvé, ciò che non ha ancora trovato forma, o come scrive l’autrice tenendo sempre “il mio passo”. Ci si mette in cammino per non lasciare che la vita si prosciughi. E in Ayanoglou la vita coincide sempre con la scrittura. Scrivere è restare in movimento. È non sedimentare.
Le fil des traversées (‘Il filo delle traversate’) — esordio pubblicato da Gallimard nel 2019 e tradotto ora, magnificamente, in italiano da Francesca Spinelli — nasce dalla partenza nel 2011 dalla Francia verso la Lituania e l’Estonia. Quella traiettoria geografica — tra Vilnius, Tartu, Parigi, Bruxelles — conduce verso nuove realtà urbane che diventano luogo di incontro e di ascolto. La città – una città “appresa” – diventa il luogo mai pienamente familiare che si attraversa come si attraversa una soglia: non per abitarla definitivamente, ma per sostare nell’intervallo.
L’esperienza di Ayanoglou tocca qualcosa di più profondo dello spostamento geografico. È una forma di Unheimlichkeit, di spaesamento: non l’eccezione, ma una condizione originaria dell’esistere. Sentirsi spaesati non significa semplicemente essere lontani da casa; significa non sentirsi mai del tutto a casa propria. L’esserci vive in questa oscillazione continua, sospeso tra un dentro e un fuori che non coincidono mai. Anche la quotidianità stessa porta con sé una crepa. È in quella fenditura che la poesia si insinua e il corpo si fa strumento di conoscenza. La raccolta si apre con un impatto corporeo:
Un colpo al cuore, uno allo stomaco
mi agguanta la paura – divertiti
Qui il corpo registra prima della coscienza. Uscire è un’urgenza, una necessità: quella di sottrarsi a una palude di “cuori secchi, / culi stretti e pance piene”. La scrittura nasce da questa urgenza di vedere, di divenire, allontanandosi da ogni forma di stasi, di impossibile “quiete”.
e voglio vedere, diventare
la straniera e intera darmi all’ignoto
non costruirò mai
dove mi sono assemblata
Diventare la straniera significa abbandonare l’illusione di costruire un’identità stabile, lasciare l’io assemblato in origine. Scogliere la forma compatta, costruita, per cercare l’ignoto, ciò che è altro da sé. Mettersi in uno stato di esposizione. Prendere una strada lasciandosi attraversare, seguendo un orizzonte che lasci “venire il familiare”. Vivere in uno spazio altro, zona inesplorata guidati da battiti “che precipita l’altrove” per farne un rifugio del possibile, una sorta di finis terrae “preservato da neon e slogan”.
Diventare straniera è diventare corpo che registra: sensazioni, luoghi, culture. Decifrare e assimilare, senza mai possedere del tutto. A partire dalla lingua, che inizialmente non ha presa in un luogo sconosciuto, è trasparente. Abitare lo spaesamento diventa condizione naturale della quotidianità. Sentirsi spaesato significa non sentirsi a casa, anche “trascinando vocali e sibili”, avvolti in un’intimità fragile. Sono traversate “senza paure” consapevoli dell’impossibilità del ritorno. Il punto di partenza resta immobile nel divenire mobile, mentre si attende il calare della notte e ci si stupisce che “tutto esista ancora insieme”.
La poesia è insieme voce, sguardo e paesaggio – in questa raccolta soprattutto paesaggio urbano. La città non è sfondo, ma campo del possibile: luogo in cui combinare sensazioni ed emozioni, cercando di decifrarle. Come in Benjamin, la città è lo spazio in cui ci si perde tra ritratti, incontri, volti, dettagli minimi, tutti colti “di passaggio, elevati da questo luogo che intimava loro sussurrando, la pace”. Ma lo stato resta quello dello smarrimento che non è dissoluzione, ma conoscenza del mondo visto attraverso un caleidoscopio.
L’angolo di parco si fa bosco di rovi
il viale, estuario
Lo sguardo trasforma, ma non domina perché la città oppone resistenza, non diventa “materna”, né luogo definitivo:
la città si tesse – mai
ti sarà materna
mai definitiva
Resta un nucleo di impenetrabilità. I luoghi sono irriducibili, solo apparentemente familiari. Non si entra mai del tutto. Si resta sospesi. È una sospensione che la stessa raccolta nomina: Impasse. Non un blocco definitivo, ma una soglia, un momento in cui l’attraversamento sembra arrestarsi e invece prepara un altro movimento. La lingua straniera amplifica questa esposizione, nella “felice trasparenza” che concede:
Nella felice trasparenza
che la lingua straniera ci concede
Ma quella trasparenza è fragile.
Sobbalzi nella lingua – l’ubriachezza
o forse la notte
Conoscere è sempre un sobbalzo. L’amore stesso diventa territorio provvisorio.
lui da solo è per me il paese
Ma la gioia non resta vapore.
La mia gioia, vapore, si è condensata
in biglie di ghiaccio
L’esperienza si solidifica, si raffredda a contatto con la storia, con le architetture segnate dal passato — quella “bianca schiena staliniana” che incombe come memoria non rimossa. Nella poesia di Ayanoglou il movimento non è solo tematico, ma strutturale. La sua opera si sviluppa come una sorta di matrioska: ogni libro contiene il seme del successivo. Dopo Le fil des traversées sono arrivati Sensations du combat e Appartenir. La scrittura cresce per germinazione interna, come organismo autonomo.
Non a caso la sua poesia oltrepassa continuamente i propri confini formali. Si muove verso il romanzo, verso l’autofiction, verso una forma di autobiografia disseminata. Non è poesia dell’istante isolato, ma della traiettoria. Si colloca sempre sul limitare, sulla soglia, negli interstizi. È una scrittura che abita il dentro-fuori, eccezionale punto di osservazione del reale. Essere sul confine significa non appartenere del tutto. Ma significa anche vedere meglio. Percorrere margini, delimitarli, farne luogo di conoscenza. In un testo successivo l’autrice scrive:
Attenta, però
a non inseguire una sterile quiete
– sei nata per essere attraversata
La consapevolezza è quella di un’impossibile quiete. Non c’è approdo definitivo, solo una ricerca continua e costante dell’osservazione — o meglio, dell’essere attraversata. Il filo delle traversate non promette integrazione, né consolazione, ma una pratica: attraversare spazio e tempo per cercare un varco, attraversare la lingua per cercare il possibile, attraversare sé stessi per non irrigidirsi nella forma.
Diventare la straniera significa allora assumere lo spaesamento come condizione e come scelta. Esporsi con il proprio corpo, con la propria voce, in uno spazio che non garantisce appartenenza. Restare nella soglia per interrogare il mondo.
