Il romanzo più lungo del mondo
di Gianluca Herold

Lo cominciò all’età di sei anni, il primo giorno di scuola o quasi, quando gli insegnarono la prima lettera dell’alfabeto. Lo aveva in testa da un po’, ma fino a quel momento gli erano mancati gli strumenti tecnici. Scrisse una A maiuscola in cima al quaderno, una a minuscola subito dopo e andò avanti così, con tante piccole a una dopo l’altra, per tutta la vita.
A undici anni, dopo che la sua squadra perse il campionato all’ultima giornata, in una sola notte riempì oltre sessanta pagine. A ventisette, durante il parto che diede alla luce i gemelli, si tenne lucido pungendosi con una spilla da balia nascosta nella tasca dei jeans, mentre nella testa anticipava le parole che avrebbe usato per raccontarlo. E a quarantaquattro, quando capì che non avrebbe mai trovato il coraggio, fece battere a macchina e rilegare insieme al resto la lunga lettera in cui spiegava alla ex moglie e ai figli perché intendeva farla finita.
Non passò molto tempo e i commissari del Guinness andarono a casa sua, fecero le dovute misurazioni e improvvisarono una cerimonia nel salotto. «Non è previsto un assegno» gli disse il commissario capo a telecamere spente, togliendosi una stella filante dai capelli, «ma sponsorizzazioni, contratti pubblicitari e apparizioni televisive possono rendere molto bene. Alcuni riescono a smettere di lavorare per un po’.» Lui sbatté le palpebre una volta, una seconda, e disse: «Ma non è finito. Manca il finale».
Solo quando capì che era giunto il suo momento, ormai vecchio e imbolsito, rilesse le ultime pagine. Le trovò impressionanti. E con gli occhi lucidi si disse che era pronto a portare a termine il lavoro. Accanto al letto fu ritrovato il romanzo più lungo del mondo, che iniziava con Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa e proseguiva così per pagine e pagine, decine di migliaia di pagine, raccolte in quarantuno volumi rilegati in marocchino impresso a caratteri d’oro, e finiva con iuto.
Un agente lo portò in giro per qualche tempo per provare a venderlo, poi si arrese.
