Appunti per una tassonomia della stupidità

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di Riccardo Scattolini

Dulce est desipere in loco
Orazio (Odi, IV, 12, 28)

Premessa

La stupidità si manifesta in un numero pressoché infinito di forme. Può essere individuale o collettiva, innocua o pericolosa, permanente o transitoria, assoluta o relativa. Per questo motivo, il tentativo di proporne una tassonomia è eccessivamente ambizioso e dunque, almeno in una certa misura, stupido. Ancora più stupido potrebbe apparire lo scrivere un breve trattato che non porterà né fama né successo al suo autore e che sarà forse letto da un numero esiguo di persone.

Va tuttavia ricordato che il tema della stupidità ha affascinato molte e illustri menti. Gustave Flaubert ne fu quasi ossessionato, al punto da accumulare un’immensa collezione di stupidaggini, luoghi comuni e banalità, nel progetto di costruire una sorta di enciclopedia della bêtise. Non riuscì tuttavia a dare forma sistematica ai propri appunti, né a concludere Bouvard et Pécuchet, il romanzo da lui concepito come una sorta di epopea della stupidità culturale.

Come ricorda Giancarlo Livraghi (Livraghi, 2008), nella presentazione dell’edizione italiana del Dictionnaire, curata da Rodolfo Wilcock, si legge:

«Durante tutta la vita di Flaubert l’immagine della Stupidità, sotto la possente spinta dei tempi, si era continuamente dilatata dinnanzi ai suoi occhi: non più soltanto attributo inestirpabile della specie umana, ma Potenza Cosmica, l’etere che avvolgeva qualsiasi parola fosse pronunciata, le chiacchiere della comare e le relazioni dell’accademico, gli appelli del politico e le sentenze del farmacista, le similitudini dei lirici e i protocolli degli scienziati».

Conscio dell’impossibilità di scrivere un trattato esauriente sulla stupidità, e delle inevitabili conseguenze che un simile tentativo potrebbe avere sull’autostima di chi vi si cimenta, mi accingo comunque alla sfida

Sull’incerta definizione di stupidità

Quando si parla di stupidità, la prima tentazione è quella di cercarne una definizione generale, valida in ogni circostanza.

La letteratura è ricchissima di aforismi sul tema. Per esempio:

Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, è la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo (Frank Zappa).

Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima.
(attribuito ad Albert Einstein).

All’intelligenza Dio ha posto limiti, alla stupidità no (attribuito a Konrad Adenauer).

Per quanto argute, affermazioni di questo genere aiutano poco nella definizione della stupidità. Ne sottolineano l’universalità, l’onnipresenza o la pericolosità, ma non forniscono criteri che consentano di riconoscerla o classificarla.

Un tentativo assai più strutturato è quello di Carlo M. Cipolla (Cipolla, 1988), che formula le celebri cinque leggi fondamentali della stupidità umana:

  • Prima Legge Fondamentale: sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  • Seconda Legge Fondamentale: la probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.
  • Terza, o aurea, Legge Fondamentale: una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé, o addirittura subendo una perdita.
  • Quarta Legge Fondamentale: le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare, dimenticano che, in qualsiasi momento, luogo e circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi può rivelarsi un costosissimo errore.
  • Quinta Legge Fondamentale: la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Corollario: lo stupido è più pericoloso del bandito.

È interessante osservare come questa conclusione presenti una significativa analogia con quanto scrive Dietrich Bonhoeffer nel suo saggio Della stupidità (Bonhoeffer, 2015):

«In questo, lo stupido, a differenza del malvagio, è completamente in pace con sé stesso; anzi, diventa perfino pericoloso nella misura in cui, appena provocato, passa all’attacco. Perciò va usata maggior prudenza verso lo stupido che verso il malvagio. Non tenteremo mai più di convincere lo stupido con argomenti motivati; è assurdo e pericoloso.»

La terza legge di Cipolla riveste particolare interesse perché propone un criterio operativo per individuare lo stupido. Secondo l’autore, le persone possono essere divise in quattro gruppi:

  • Intelligenti: procurano un vantaggio a sé stessi e agli altri.
  • Sprovveduti: danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri.
  • Stupidi: danneggiano gli altri senza ricavarne vantaggio, o addirittura danneggiando anche sé stessi.
  • Banditi: danneggiano gli altri traendone un vantaggio personale.

Il criterio è chiaro e di grande efficacia. Tuttavia, appare limitato se si vuole costruire una tassonomia più generale della stupidità. Il modello di Cipolla classifica infatti soprattutto gli esiti di un comportamento: il vantaggio e il danno prodotti per sé e per gli altri. Dice invece poco sui processi mentali che hanno generato quel comportamento.

Due individui possono provocare lo stesso danno senza ricavarne alcun beneficio, ma farlo per ragioni molto diverse: ignoranza, superficialità, fanatismo, impulsività, incapacità di valutare le conseguenze o semplice errore di giudizio. Dal punto di vista di Cipolla ricadrebbero nello stesso quadrante; dal punto di vista di una tassonomia della stupidità, potrebbe invece essere utile distinguerli.

Un altro contributo importante è quello di Robert Musil (Musil, 2015), nel Discorso sulla stupidità, tratto dalla conferenza tenuta a Vienna l’11 marzo 1937. Musil, non sempre di cristallina chiarezza — forse per mettere alla prova l’intelligenza del lettore — associa una forma di stupidità alla mancanza di esprit de finesse, alla rozzezza e all’insensibilità delle facoltà più sottili del giudizio.

A mio avviso, questa impostazione rischia talvolta di apparire eccessivamente aristocratica. Più interessante è invece l’associazione proposta da Musil fra stupidità e vanità, che può essere interpretata come uno dei possibili sintomi della stupidità stessa, così come il suo riconoscimento della natura multiforme dell’intelligenza e del suo contrario.

Stupidità e intelligenza, in questa prospettiva, non possono essere considerate valori assoluti. Dipendono almeno in parte dalla capacità dell’individuo di affrontare determinati ambienti e situazioni. Una persona può mostrare straordinarie capacità in un ambito e una sorprendente ottusità in un altro.

Musil parla tuttavia anche di una stupidità più radicale e stabile, che si manifesta come durezza di comprendonio, povertà di idee e incapacità di usare adeguatamente quelle disponibili.

La rassegna precedente è necessariamente incompleta e trascura autori fondamentali, da Erasmo da Rotterdam a Sant’Agostino. Per ragioni di spazio, ci limiteremo tuttavia agli autori citati, utilizzandoli non come autorità definitive, ma come punti di partenza per la tassonomia qui proposta.

La stupidità individuale

Una prima distinzione necessaria è quella tra stupidità individuale e stupidità collettiva.

Nel seguito ci si occuperà prevalentemente della prima, limitandosi soltanto ad alcuni cenni sulla seconda. La stupidità collettiva meriterebbe infatti un’analisi autonoma, anche per il ruolo che sembra assumere nell’interpretazione di molti fenomeni sociali e politici contemporanei.

Per iniziare a costruire una possibile tassonomia, possono essere formulate alcune ipotesi di lavoro.

  • È opportuno distinguere tra stato di stupidità e comportamento stupido. Essere abitualmente stupidi e comportarsi stupidamente in una determinata circostanza non sono la stessa cosa.
  • La stupidità non sembra essere una proprietà binaria, per cui si è semplicemente stupidi oppure non lo si è. È più utile pensare a un grado di stupidità, distribuito lungo un continuo.
  • Tale grado non è direttamente misurabile. Può essere inferito soltanto in modo empirico, osservando la frequenza dei comportamenti stupidi, la varietà delle situazioni in cui essi compaiono e la gravità delle loro conseguenze.
  • La stupidità non coincide con una carenza delle sole capacità logico-matematiche, né quindi con ciò che viene misurato, almeno in parte, dai test del quoziente intellettivo. Possono contribuire anche deficit di giudizio, incapacità relazionali, carenze nella comprensione sociale, scarsa capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni o insufficiente consapevolezza dei propri limiti.
  • Di conseguenza, un individuo può mostrare spiccate capacità matematiche, logiche o professionali e, nello stesso tempo, comportarsi in modo sorprendentemente stupido in altri ambiti.
  • Il comportamento stupido può derivare sia da caratteristiche relativamente stabili dell’individuo, sia da condizioni contingenti: passioni, rabbia, paura, pigrizia, sfinimento, conformismo, vigliaccheria o semplice disattenzione.

Dal punto di vista degli effetti, cause molto diverse possono quindi produrre risultati analoghi. Tuttavia, distinguere fra componenti relativamente stabili e componenti situazionali è importante: queste ultime possono talvolta essere rimosse modificando le circostanze o aumentando la consapevolezza dell’individuo, mentre le prime appaiono più resistenti alla correzione.

A queste dimensioni se ne può aggiungere un’altra: la consapevolezza della propria insufficienza.

Non sapere qualcosa non implica necessariamente stupidità. Più significativo può essere il non sapere di non sapere, oppure il non modificare il proprio giudizio quando emergono elementi che dovrebbero indurre a farlo. In questo senso, una componente importante della stupidità potrebbe consistere non tanto nella mancanza di capacità, quanto nella difficoltà di riconoscere i propri errori e i propri limiti.

A partire da queste ipotesi, possiamo caratterizzare alcuni casi tipici.

Lo stupido del villaggio

È la tipologia più immediatamente aderente al sentire comune.

Lo stupido del villaggio è considerato intellettualmente poco dotato, ingenuo, facilmente raggirabile e incapace di svolgere con competenza attività che richiedano un minimo di perizia o capacità di giudizio.

Nei termini precedentemente introdotti, si tratta di un individuo caratterizzato da un grado relativamente elevato e stabile di stupidità, che tende a manifestarsi con frequenza e in ambiti diversi.

È una figura antica e ricorrente nella letteratura e nel teatro. Un esempio celebre è Margite, protagonista dell’omonimo poema comico della letteratura greca antica attribuito tradizionalmente a Omero, del quale Aristotele ricorda che molte cose sapeva, ma tutte male:

«Molte arti conosceva; però, l’una peggio dell’altra. Non aratore, né zappatore lo fecero i Numi, né d’alcun’arte esperto: ché dove provava, sbagliava (Margite, frammento 3 A-B).

Lo stupido del villaggio, almeno nella sua rappresentazione tradizionale, è tuttavia spesso innocuo. La sua stupidità è visibile, riconoscibile e quindi, entro certi limiti, prevedibile.

Come osserva argutamente Noel Clarasó i Serrat:

Nessuno stupido si lamenta di esserlo; non gli deve andare poi tanto male.

Lo stupido arrogante

Non sempre chi è caratterizzato da un elevato grado di stupidità è facilmente riconoscibile come tale.

Lo stupido arrogante riesce a occultare almeno in parte le proprie insufficienze grazie all’ambizione, alla vanità, alla sicurezza ostentata e talvolta all’aggressività. Può compensare i propri errori attribuendone sistematicamente la responsabilità agli altri e trasformando la sicurezza di sé in un surrogato della competenza.

A questo proposito viene spesso attribuita a Bertrand Russell l’osservazione secondo cui:

«La causa principale dei problemi è che al mondo gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.»

Il problema non consiste però soltanto nella sicurezza. La sicurezza può essere perfettamente giustificata. Ciò che caratterizza lo stupido arrogante è piuttosto la sproporzione tra sicurezza e competenza, accompagnata dalla scarsa disponibilità a sottoporre le proprie convinzioni a verifica.

Il successo di questo tipo umano può dipendere anche dal contesto. Determinazione, aggressività, capacità di imporsi e abilità retorica possono essere scambiate per competenza, soprattutto da chi non dispone degli strumenti necessari per valutarla.

Ciò non significa tuttavia che chi raggiunge posizioni elevate sia necessariamente intelligente in senso generale. Il successo implica di norma il possesso di almeno alcune capacità specifiche — organizzative, relazionali, politiche, tecniche o strategiche — ma tali capacità possono coesistere con gravi insufficienze in altri domini.

La stupidità, se è davvero multidimensionale, non è incompatibile con il talento.

Lo stupido vuoto

A differenza dello stupido arrogante, fortemente concentrato sulla propria persona, lo stupido vuoto è caratterizzato da una debole consapevolezza di sé e da una relazione incerta con la realtà.

È portato a rifugiarsi in sistemi di interpretazione semplici, rassicuranti o totalizzanti, soprattutto quando la complessità del reale richiede uno sforzo di analisi che egli non è disposto o non è in grado di sostenere.

Come efficacemente sintetizzato in una conversazione da Francesca S. (comunicazione privata), si manifesta così una sorta di «fuga dalla realtà effettuale e fiducia nel nulla, perché è più facile confrontarsi con il nulla che con la logica».

Lo stupido vuoto può essere difficile da riconoscere se osservato attraverso singoli comportamenti isolati. La sua caratteristica principale non è infatti necessariamente il commettere errori macroscopici, ma la disponibilità ad accogliere passivamente spiegazioni, convinzioni e identità offerte dall’esterno.

Per questa ragione può diventare socialmente rilevante. Individui di questo tipo possono aderire con facilità a credenze scarsamente fondate, purché esse offrano appartenenza, semplificazione e rassicurazione.

Il punto importante, tuttavia, è evitare una definizione circolare: non è stupido chi aderisce a idee che noi riteniamo sbagliate. La stupidità dovrebbe essere cercata piuttosto nel modo in cui quelle idee vengono accolte e mantenute: assenza di verifica, impermeabilità agli argomenti contrari, delega sistematica del giudizio, rifiuto della complessità e dipendenza dall’approvazione del gruppo.

L’aggregazione di individui caratterizzati da questi atteggiamenti può costituire uno dei passaggi dalla stupidità individuale alla stupidità collettiva.

Lo stupido occasionale

È probabilmente la categoria più vasta, perché comprende, prima o poi, ciascuno di noi.

Tutti possono comportarsi stupidamente. La rabbia, l’innamoramento, la paura, la stanchezza, la fretta, la vanità, la pressione del gruppo o un eccesso di sicurezza possono temporaneamente compromettere il giudizio anche di persone normalmente ragionevoli.

È importante quindi non confondere il singolo comportamento stupido con un elevato grado di stupidità personale.

L’errore occasionale non soltanto è inevitabile, ma può costituire una preziosa occasione di correzione. Ciò che conta è la capacità di riconoscerlo.

Da questo punto di vista, potrebbe esserci una differenza decisiva fra l’intelligente e lo stupido: non tanto il fatto che il primo non commetta stupidaggini, quanto il fatto che sia più disposto a riconoscerle, comprenderne le cause e modificare il proprio comportamento.

L’autocritica non elimina la stupidità occasionale, ma può impedirle di diventare permanente.

Verso una tassonomia

Le categorie appena descritte non sono perfettamente omogenee.

Lo stupido del villaggio è definito soprattutto sulla base di capacità cognitive e pratiche; lo stupido arrogante attraverso il rapporto fra competenza, sicurezza e autoconsapevolezza; lo stupido vuoto mediante il rapporto con la realtà e con il gruppo; lo stupido occasionale, infine, non rappresenta propriamente un tipo umano, ma uno stato transitorio.

Più che categorie reciprocamente esclusive, queste figure possono quindi essere considerate configurazioni tipiche all’interno di uno spazio definito da alcune dimensioni fondamentali:

  • grado, cioè intensità della stupidità;
  • stabilità, distinguendo le forme permanenti da quelle transitorie;
  • dominio, poiché una persona può essere competente in un ambito e stupida in un altro;
  • consapevolezza, vale a dire capacità di riconoscere i propri limiti e correggere gli errori;
  • conseguenze, cioè il danno che il comportamento produce per sé e per gli altri;
  • dipendenza dal contesto, distinguendo ciò che appartiene prevalentemente all’individuo da ciò che viene favorito o prodotto dalla situazione sociale.

In questa prospettiva, una tassonomia della stupidità non dovrebbe limitarsi a classificare gli individui, ma descrivere le condizioni nelle quali il comportamento stupido emerge, persiste e si amplifica.

Possibili sviluppi dell’analisi

Una tassonomia sufficientemente articolata della stupidità individuale potrebbe fornire gli strumenti per affrontare il problema ancora più complesso della stupidità collettiva.

A questo proposito si ricorda la celebre osservazione di Leo Longanesi:

«Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica.»

La stupidità collettiva non sembra tuttavia riducibile alla semplice somma delle stupidità individuali.

Un gruppo può produrre comportamenti stupidi anche quando è composto da individui che, presi singolarmente, non lo sono affatto. Il conformismo, la deferenza verso l’autorità, il desiderio di appartenenza, la polarizzazione e la rinuncia al giudizio individuale possono trasformare profondamente il comportamento delle persone.

Da questo punto di vista, il contributo di Bonhoeffer appare particolarmente significativo e, ancora oggi, sorprendentemente attuale:

«In questi casi non si ha tanto l’impressione che la stupidità sia un difetto innato, ma che in determinate condizioni gli uomini siano “resi” stupidi o, in altri termini, si lascino istupidire. Constatiamo inoltre che le persone chiuse e solitarie denunciano meno questo difetto che le persone o i gruppi sociali inclini o condannati alla socievolezza. Sembra dunque che la stupidità sia forse meno un problema psicologico che sociologico. Essa è una forma particolare dell’effetto provocato sugli uomini dalle condizioni storiche, un fenomeno psicologico che riflette determinate situazioni esterne.»

E ancora:

«A un’osservazione più attenta, si vede che ogni forte manifestazione di potenza esteriore, sia di carattere politico che di carattere religioso, investe di stupidità una gran parte degli uomini. Sì, sembra proprio che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno ha bisogno della stupidità degli altri.»

Questa prospettiva introduce un problema fondamentale: la stupidità non è soltanto una caratteristica dell’individuo, ma può essere prodotta, rafforzata e organizzata socialmente.

La relazione fra stupidità individuale e collettiva è probabilmente circolare. Gli individui favoriscono la formazione di gruppi stupidi; i gruppi, a loro volta, possono rendere stupidi individui altrimenti capaci di giudizio autonomo.

Un approfondimento di questo meccanismo richiederebbe tuttavia un’analisi specifica, che esula dagli obiettivi di questi appunti.

Resta infine una cautela metodologica.

Chiunque tenti di costruire una tassonomia della stupidità corre il rischio di commettere una particolare forma di stupidità: credere che, una volta costruite categorie sufficientemente eleganti, la realtà sia tenuta a rispettarle.

Forse una tassonomia della stupidità sufficientemente completa dovrebbe quindi includere, accanto allo stupido del villaggio, allo stupido arrogante, allo stupido vuoto e allo stupido occasionale, anche una quinta figura: lo stupido tassonomista, convinto di essere riuscito finalmente a classificare tutti gli altri.

Con il fondato sospetto che, almeno in questo caso, l’autore possa parlare per esperienza diretta.

Ringraziamenti

Si ringraziano Francesca S. e Paolo V. per le piacevoli discussioni e per i suggerimenti sull’argomento.

Bibliografia

Bonhoeffer, D. (2015). Della stupidità, in Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere. San Paolo Edizioni.

Cipolla, C. M. (1988). Allegro ma non troppo. Bologna: Il Mulino.

Livraghi, G. (2008). Il potere della stupidità. Monti & Ambrosini.

Musil, R. (2015). Discorso sulla stupidità. Diogene Edizioni.

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Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Il materiale deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I tempi di lettura sono lunghi. Pubblico i testi che mi piacciono avvisando in anticipo l'autore, ma in caso di mancata pubblicazione non posso rispondere, mi dispiace.
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