La storia della pedagogia

di Angelo Calvisi

[Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto dal Neopentamerone di Angelo Calvisi, declic edizioni 2025]

Giace sul letto colossale il padre rantolante, precipitato da scaletta in alluminio mentre a cavalcioni del parapetto di sicurezza riordinava una mensola del box, sgangheratosi la colonna vertebrale in due punti, fratture irrimediabili come nel film L’incompreso che gettano nello sconforto i famigliari e trasformano ogni gesto dentro casa in un sospiro, qui, quando regolata da ferrea turnazione si avvia la processione delle visite condominiali, li chiamano amici ma sono semplici conoscenti che vengono a salutare il moribondo, li chiamano amici perché abitiamo in un comprensorio dove ci vogliamo tutti bene, dice sua moglie Wanda che poi è la mia matrigna, dove è come esser tutti parenti, conferma lacrimando, tirando su col naso, e comunque anche noi, la Wanda, io, le mie due sorelle, ci atteniamo alle tempistiche indicate e seguiamo i diktat del cerusico di non farlo affaticare, di non farlo emozionare, e io adesso dovrei esser colto da umana pietà e di punto in bianco dimenticare per sempre la prosopopea e le urla, gli schiaffi che mio padre mi ammollava fin dall’asilo e che ammollava anche alla mamma, che almeno lei se l’è data a gambe, scappata col maestro di tennis quando io avevo anni quattro, e c’è chi poi l’ha vista a far la bella vita a Gran Canaria, il fratello di mio padre giura invece che ha aperto un rifugio alpino in quel di Canazei, quanto a me non so più neppure che faccia abbia, scomparse tutte le foto dai cassetti, mio padre ha fatto piazza pulita, il padre mio azzimato come un principe rinascimentale ma rustico nei sentimenti come un facocero, mai un insegnamento sulla modalità di cesura della barba, per esempio, mai una lezione di scuola guida, mai presentatosi alle scombinate recite delle elementari dove inspiegabilmente mi assegnavano sempre la parte principale e soprattutto mai mai mai una defezione sul divieto di bere vino o qualsivoglia blando alcolico, guai al mondo il bastardo bacchettone, e forse è per questo che per reazione sono diventato alcolista una volta compiuti undici anni, dopo aver occupato il mio banco alle scuole medie che si trovano in questo stesso comprensorio, sempre tutti parenti, sempre vicini io e mio padre, vicini i nostri corpi ma una distanza tra me e lui al quadrato, è stato un padre alla seconda, un secondo padre, giocavo con le parole raccontando la mia disgraziata storia famigliare a qualche compagnuccia che poi la spifferava a tutta la classe, e magari davvero fosse stato un secondo padre, di quelli che si leggono nelle interviste ai campioni dello sport che rammemorano i buoni allenatori dei loro esordi, mio padre no, sberle educative, và e sarebbe stato ancora niente se due minuti fa non mi avesse sputato in faccia il suo estremo lascito, al mio turno di visita, la sua unica carezza sulla mia sguarnita guancia di quattordicenne, l’insostenibile fardello sussurrato sul cuscino fatidico, il comandamento di prendermi cura della Wanda e delle mie frastornate sorelle.

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davide orecchio
davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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