Primo capitolo del romanzo Chianafera (NN Edizioni, 2026)

di Orazio Labbate

La fuga necessaria

Non conosco il moto. I miei muscoli sviluppano, da ormai decenni, la forza paziente della lenta pioggia. Non posso ancora incamminarmi, infuocato, sull’unico sentiero di arenaria, giallo sciatto e lordo, fuori di qui. È annerito dalla pioggia, compatto come spaghetti incollati da più sputazzate di bambini. Collosi e nodosi, piccolini, gli scaracchi.
Vedo, dassùtta, alcuni lampi, pochi altri subito dopo, gemelli insicuri, dentro le nuvole sconvolte, senza la madre a sistemarli. Nessuno può sapere della natura scombussolata di Dio.
I lampi sono cuori di polvere e di agavi abbrustolite, dentro la materia screpolata delle nuvole. Esse sono disposte come tumultuosi cancelli rossi nei campi del cielo, al di là della linea barcollante del mare fasullo che è l’atmosfera. Poi i lampi, nella mia stanza, penetrano e diventano ceneri sottratte al rogo dell’aria. Finiscono per aggirarsi nei miei occhi. Mi fanno vedere l’inflessibile paranoia della mia penombra. Oltre l’unica finestrella c’è l’immenso patrimonio del buio della campagna attorno a Riesi. Intravedo l’impassibilità paralitica degli uccelli notturni che rimangono mucciàti e impigliati, con la propria lingua, nei rami di carrubi scheggiati dalla rottura temporale di altri fulmini. Dio affretta i tempi e li affretterà, Signore dei tempi e delle occasioni, Messia per il quale il tempo preme e aggiunge una dimensione di urgenza anche agli uccelli e alla notte. L’ordine del tempo ne è rovesciato e mi interrogo per mezzo di presagi, i critici e i vastàsi dell’anima: ora che uscirò da qui, come entrerò nel disordine dell’oscurità degli uccelli? Finirò innanzi a un’antropomorfa bestia siciliana, ripiena di enigmi e di lingue accartocciate, pronta a interrompere il camminamento?
Qui, nella stanza, di ora, di prima?, ho trascorso un presente detemporalizzato, una catastrofe che si è ripetuta col male supèrchiu. Oltremisura è accaduto tutto nello stesso
tempo, come se tutte le cose fossero sigillate nell’ossario antico del mio santo.
Ho accettato lo strano sacramento della dimenticanza, catalogato il mio inconscio come fosse l’animale imbalsamato di un museo a cui è ancora, sempre, negato di accedere all’esistenza. Ho acquistato, infine, un’intelligenza tacita nei ragionamenti. La capacità silenziosa di apprezzare le metamorfosi perverse e sdìsuneste di volontà estranee alla mia. Sono parole impiccate o appese di sogni. Le ho viste e sentite pronunciare nel cuore fitùsu dei muri. Le udirò ancora nella bocca mortificata di bellezza, impastata di tranelli, quella di chi forse è solito affogarsi di rebus per mestiere? Perché chi fa parte di altri mondi più complessi– una nevrotica sfinge, una disarticolata bestia seduta di paese? – ci confonde attraverso le sue irresolutezze, sempre a partire dalle nostre. E noi gliele risolviamo, per poi scivolare, sicuru, negli altri livelli della nostra psiche, fino a uccidere il prodigio finale affinché ci liberi dagli annebbiamenti della nostra ragione mortificata.
Un giorno, una faccia di merlo, congestionata d’ira, faceva la conta simbolica sulle pareti. Con le vene lilla, simili a quelle sotto la lingua, componeva poi un màgnu pannello provvisto di una cassetta composta di cifre mobili e io giocavo, prudente, col suo meccanismo rotan­te. Sono penetrato nella malinconia dell’uccello quando sbagliavo la combinazione e non vedevo nessuna fenditura nel muro appena spariva nell’indescrivibile solitudine del capannone tenebroso che è il corridoio notturno del nosocomio.
È stata una vera indecenza la sfacciata fulmineità della scomparsa delle figure le quali, rettilesche, scivolose come sporgenze labiali, sono sprofondate nella sozzura delirante
della mia ragione.
Sono ancora affaticato dai discorsi di tutti quei reperimenti prodigiosi, dal loro silenzio mai assoluto, dall’inguaribile delirio mondano accaduto tra le pance reiette della mia psiche. Eppure, c’è lo stesso tenace lavorio mentale nelle costellazioni – impìstate da Dio per i più –, che solo dopo eoni vomitano, cerebrali e faticose, appena un loro elemento incongruo è rigettato sulla terra per farsi reale.
Che sia una stella, che sia una piccola peripezia notturna cancellata dall’improvviso illuminismo di Dio lungo il firmamento, non si mostra alcuna contenuta tenerezza nei
confronti della deflagrazione di una tristezza stomachevole nell’invisibile.
Capto proprio adesso degli smottamenti interiori, ma non per ulteriori metafisiche disumane da osservare, bensì a causa del mero benevolo statuto dell’ansia. Il mio spirito
non è più la rappresentazione geometrica di un enigma. È imbevuto dell’ordine fatidico di una mappa sconosciuta che mostra, però, il paese presso cui recarmi e quello da cui sto scappando irrisolto.
Getto una guardata.
La pioggia disorienta gli uomini con le sue forzose tempeste di robustezza eretica. Riesi, distante, sembra accudita dagli alberi circolari, a mo’ di una morta fresca di assassinio nel cofano splendente di un’auto. La pianura dentro cui è incassata, composta di spighe ritirate
e di rocce sbiadite (quelle sottoposte a vecchi incendi), ora riluce – di picca –, di grappoli di lampioni ingobbiti attorno alla robusta chiesa della Madonna della Catena.
È svuotata di reliquie, non si intravedono i fedeli. Ispessendo gli occhi, frettolose e fumose stelle ornano i tetti di una colonna di case incomplete, in cemento, come fossero sbilenche antenne. Ci vivono, sicuru, dentro, giacché le luminarie della festa patronale mariana non sono ancora state espulse, mentre fumi di zolfo fuoriescono dalle stesse fratturate dalla pioggia. Le miniere Trubia, unna sono, mi chiedo. Non ricordo. Non le vedo in piazza Garibaldi, in centro. Non le ho mai viste? Nessuna cattedrale metallica di zolfatara serpeggia nella notte a confondere il firmamento con chissà quale cometa stràmma prima
che essa capitomboli nella sua scomparsa per disgrazia atmosferica. Che siano state masticate a bocca aperta, le torri, vastase, delle miniere, dall’arsura di questa terra saturnina anche se fradicia? I paesani sono stati immersi nei sotterranei e i loro scheletri, in qualche misura integri, hanno fondato, venuti fuori precari di mente, il nosocomio, il loro?
L’aria è vuota e gelatinosa. L’orrore e le paure incontrollabili della vita sono onnipresenti nei posti in cui risultano ubique. La redenzione che aspetto con avidità, al di là della strada, è prossima. Pirchì?
Siamo mostri psichici che bramano con avidità la fuga, altresì, nella pericolosità eccentrica degli incubi. Le nostre conversazioni segrete, ogni profonda irritazione dolorosa, le malinconie incoscienti vengono fuori nelle ore notturne con un’agitazione confusa di parole. Ci sfondiamo l’anima e io conosco, da molto tempo, l’inframondo di questo divoramento.
Scavo preghiere nel costato svuotato di Dio e ho ascoltato i canti del tintinnio delle costole fra di esse e non c’è stata carne santa che ha potuto frenare la melodia a me piacevole. L’ho gustata dal burrone di vertigine della mia stanza, quella d’ora o quella dopo?, mentre pervertito dall’anima rompevo per poco i sigilli scandalosi della tensione psicologica. Ho bevuto acqua con pillole sotto i deboli lumi della luna della camera, d’ora o dopo, ho sentito l’oscillazione catastrofica dello scirocco, la tragica interruzione del sole prima di stutàrsi dentro di me, l’accorciamento dei tempi di Dio per lasciare spazio al sole della malattia invece. Il tempo è stato ricolmo di queste sacche illuminanti, di una sconvolgente letteratura delle macerie.
Quale sarà la tessitura del tempo nuovo, della sua sacca? So che questa fuga qualificherà la serietà del mio tempo successivo. L’ho ripetuto più volte nauseandomi, come se stessi andando in giostra dentro un ristretto loculo ospedaliero. Si è adagiato, il mio pensiero, nella paralisi fatale delle mie interiora animiche, è stato illuminato da una sorta di penosa luce d’emergenza come quella che usiamo allo stremo, rannicchiati, l’unica disponibile, per leggere i libri astrusi dai doppi sensi.
Ho tentato di raffigurarmi i posti di coloro che mi hanno abbandonato, ho allontanato in me i problemi della messa in immagine del divino. Sono rimasto defraudato del mio nome, da non conoscerlo.
Una bara, la mia Butera, l’unica, ritratta in una geometria imprevista che non vedo ancora bene, nel mio cuore doppio, che sto lasciando? Scacciato, da chi?
È un corpo in miniatura, un corpuscolo, il paesino dove sono nato. Sarà il doppio del mio corpo vivente, d’ora in avanti? Il rivestimento definitivo del mio vuoto, la cui proprietà essenziale è stata l’assenza.
Rinascono così gli uomini assurdi, indossando una bara, che è la città o meno, come se si vestisse, attorno all’involucro osseo del nostro corpo, un qualcosa di simile a una bandiera conquistata.


Orazio Labbate (1985) è nato e cresciuto a Butera, in Sicilia. Autore di romanzi e saggi, nel 2018 ha vinto il Premio Rocco Federico per la narrativa. Dal suo romanzo Lo Scuru è stato tratto il film omonimo. Dirige la collana “Interzona” di Polidoro e scrive come critico letterario per La Lettura.

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