AzioneAtzeni – Discanto Ventiduesimo: Riccardo De Gennaro
Azione Atzeni – Discanto ventiduesimo: Riccardo De Gennaro*
Un’esplosione di piccoli coccodrilli
di
Riccardo De Gennaro
Qualcuno propose la formazione di gruppi di controstudio. L’idea divertì. dal racconto ‘Campane e cani bagnati’ di Sergio Atzeni, in Sì…otto!
Gli mostrai per correttezza il tesserino bordeaux. “Noi, qui, non vogliamo giornalisti”, mi disse questo studente esile e con un velo di barba, che con estremo zelo pretendeva di piantonare l’ingresso della scuola. Mi guardai intorno per cercare appoggio. Ero indeciso se appellarmi pomposamente al diritto di cronaca o se esortarlo a farmi fare, punto e basta, il mio lavoro. Gli dissi che ero lì per sostenere e dare voce alla loro causa. “Lo sai che cosa vuol dire che i giornalisti, qui, non li vogliamo? Te lo spiego meglio: vuol dire che non ci fidiamo di voi. Siete buoni soltanto a falsificare le cose e ad attribuirci parole che non abbiamo detto. Venite qui con la vostra bella idea preconfezionata, il titolo già pronto in pagina, l’ansia della firmetta. Ora, non farmi perdere altro tempo, non sei il primo a presentarti qui, puoi tornartene anche tu dove sei venuto”. Anche se avevo già dato l’esame per l’iscrizione all’albo non ero molto più grande di lui. Cinque o sei anni, forse. Che cosa potevo dirgli? Che sapevo perfettamente che cos’è l’occupazione di un liceo perché ci ero passato anch’io? Avrei potuto scrivere il pezzo senza nemmeno entrare. Il fatto è che non avevo nessuna intenzione di darmi per vinto e fare dietrofront. Mi andai a sedere sul muretto di fronte per studiare una strategia e tirai fuori la penna e il taccuino degli appunti. Il mare odorava di zolfo e di pesci putrefatti.
Vidi che un gruppo di ragazzi e ragazze si stavano avvicinando alla scuola. Ascoltarli non era vietato, sicuramente la piccola guardia rossa, che continuava a tenermi d’occhio, non avrebbe potuto impedirmelo. Soltanto quando furono vicini mi resi conto che erano ragazzini delle medie inferiori: “Abbiamo saputo dell’occupazione dalla radio e siamo venuti a portare loro la nostra solidarietà. Stanno dando un grande esempio. Quando si vede una cosa del genere a Cagliari? Nessun altro lo ha fatto in Sardegna”. Non vedevano l’ora di frequentare il liceo per poterli imitare, ma credo che non sapessero nemmeno la ragione della protesta. In verità non la conoscevo neanch’io, quando avevo parlato di sostegno alla causa l’avevo detto perché pensavo potesse fare effetto. Insomma, saranno state le solite cose, le aule fatiscenti, l’autoritarismo del preside, la mancanza di spazi democratici, la noia dei metodi didattici, i programmi antiquati. Non era assurdo che mi tenessero fuori quando ero giovane anch’io e mi sentivo dalla loro parte? Secondo loro fare il giornalista per un giornale borghese (il ragazzotto dal petto in fuori non mi aveva nemmeno chiesto se l’Unione sarda o la Nuova Sardegna) era un segno indiscutibile di malafede. Mi alzai di scatto e tornai all’assalto. Volevo dire a quello che i giornalisti non sono tutti uguali e che Gunale non solo non aveva mai preso una smentita, ma aveva il massimo rispetto della deontologia professionale. La guardia rossa non si fece impressionare, mi disse che, se la cosa poteva consolarmi, l’occupazione riguardava soltanto gli studenti del Siotto e non avevano accesso alla scuola neppure i fidanzati e le fidanzate: “È una cosa nostra, lo capisci o non lo capisci? Ora ti ripeto di andartene, non mi costringere a chiamare un paio di compagni del servizio d’ordine molto più muscolosi e incazzati di me”.
Mentre mi allontanavo vidi arrivare una ragazza di una bellezza impressionante, questa è la ragazza più bella che esiste, pensai. Avanzava lentamente con una canna accesa tra le dita, attraverso la canotta bianca spuntavano due capezzoli duri come chiodi e aveva i peli sotto le ascelle. I capelli erano neri, tagliati a caschetto, con una frangetta-killer. Non riuscivo a capire se doveva entrare nella scuola o se fosse diretta altrove. Dimenticai il servizio per il quale ero uscito dalla redazione e le andai incontro come per impedirle di procedere. Al diavolo l’occupazione! Lei non mi evitò. Si fermò e, con una voce maliziosa, mi disse: “Scommetto che cercavi me”. Pensai a un mio collega della nera che per il sorriso di una ragazza, soltanto per un sorriso, avrebbe venduto la casa mettendo in strada la madre vedova e paralitica. Chi non si è innamorato durante un’occupazione? Quanti si sono ritrovati in un sacco a pelo con una sconosciuta? Non potevo dirle che era la ragazza più bella che esiste, a noi sembrano cose che suscitano entusiasmo nell’altro sesso e invece vengono lette come assolute banalità. Cercai qualcosa di più originale. Lo so che non si devono scoprire subito le carte, ma il suo fascino era talmente irresistibile che le carte erano scoperte prima ancora di aprire bocca. Dissi la cosa più stupida che mi venne in mente, la verità: “Mi vietano di entrare”. Sembravo un bambino piagnucoloso, lei un po’ fatta. Abbassai gli occhi e mi persi lungo le strisce di cuoio dei suoi sandali intrecciati fino sotto al ginocchio. “Perché mai?”, disse. “Perché sono un giornalista”, risposi. “Quindi hai bisogno di farti un tiro”, esclamò, offrendomi lo spinello. Uno, due, tre, quattro… otto tiri! Poi mi prese per mano e disse: “Vieni”. E mi condusse a un’entrata laterale, che portava alla palestra. Nessuno di guardia qui. Mi misi a ridere per la facilità del blitz.
L’odore dolciastro del linoleum non si sposava benissimo con quello della canna. Dalle aule del piano superiore venivano grida e fischi, ma non riuscivo a distinguere le parole. Anna era il suo nome, ma tu chiamami Gaia, disse. Si avvicinò a una pertica e vi si arrampicò come un gatto. Sotto la gonnellina da tennis non indossava gli slip. È rimasta in cima per qualche minuto e io non riuscivo a staccare gli occhi dal suo sedere. Quando è scesa mi ha dato un bacio sulla guancia. No, la bocca no! Le ho chiesto se studiava anche lei al Siotto. Ha risposto: “Sarebbe più esatto dire che non studio al Siotto”. Ci siamo seduti sulla cavallina. “Ho deciso di vivere nell’agio, non come questi quattro balossi. Non sono forse sufficientemente carina e a modo, io?”. Le ho chiesto se apparteneva a una ricca famiglia cagliaritana. La sua risposta mi lasciò a bocca aperta: “No, mi voglio mantenere prostituendomi. Ma non pensare alle battone dei vicoletti, io farò l’amante di chi potrà permetterselo. Chiederò cifre pazzesche, milioni di lire, e mi farò rimborsare le spese della parrucchiera, dell’estetista, del massaggiatore. Mi farò comprare un attico dall’amante più ricco e avrò uno schiavo che sarà felice di venire a prendere la biancheria da lavare e riportarmela, pulire il bagno, la cucina, i pavimenti, senza che io gli rivolga la parola. Voglio anche un autista sempre a disposizione con una Bentley tirata a lucido”. Nel frattempo qualcuno aveva concluso il suo intervento e l’assemblea aveva risposto con un “viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse-Tung!”. Gaia mi parve una dea, non avevo più voglia di scrivere l’articolo sull’occupazione. Ciò nonostante le chiesi chi fosse il leader della rivolta. “È quello che sbava di più quando passo tra i banchi per andare alla lavagna”. Poi, svogliatamente, mi spiegò che grosso modo c’erano due gruppi, i “cinesi” e gli anarchici, oltre ad altri gruppettini più o meno simili tra loro che non sapeva etichettare.
“Ma davvero mi ci vedi con questi poveracci? Io sto dalla parte di chi fa i soldi, quelli del Lido. Dove credi che vada a pescare i miei clienti?”. Ebbi uno scatto: “Si portano a letto una minorenne?”. Non era minorenne: “Sembro giovanissima, ma ho vent’anni, quegli stronzi sono riusciti a bocciarmi una volta. O forse due. Anche se non studio sono più intelligente di loro, mi hanno voluto punire per questo”. Pensai che, al contrario, io finora ho passato un’enorme quantità di tempo a studiare, leggere libri, aggiornarmi, ma non sono intelligente, anzi sono proprio tonto, come mi ha detto un’amica. Vedendomi soprappensiero, si è alzata e si è messa a ballare a piedi nudi una musica che era soltanto nella sua testa e sovrastava gli slogan che giungevano dal soffitto. Ballava e rollava, ballava e rollava e mi passava la canna. Non ho mai fumato tanto, al punto che all’improvviso ho veduto come un’esplosione di piccoli coccodrilli. Ero fatto anch’io. Di lei. Mi sono disteso sulla pedana per i salti, mentre i “cinesi”, gli anarchici, i marxisti-leninisti, i trotzkisti eccetera scioglievano l’assemblea. Adesso le “guardie rosse” ci avrebbero scoperti e saremmo stati scacciati, al collo due grandi cartelli con la scritta “traditori del popolo”. Insieme, il giornalista e la puttana. Il pensiero che il mio destino fosse legato a quello di Gaia dipinse sul mio volto un’espressione di beatitudine.

* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
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