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AzioneAtzeni – Discanto Ventiquattresimo: Mauro Tetti

Azione Atzeni – Discanto XXIV: Mauro Tetti

  mi piace guizzare sotto il pelo dell’acqua e uscire ogni tanto a respirare e guardare il sole che scintilla sulle ondine di maestrale o abbaglia sulle onde di levante che ti succhiano in basso
mi piace giocare con le onde allungarmi perché mi portino in alto e mi buttino in un gorgo
scivolargli sotto combattendo il risucchio
passargli in mezzo spaccandole a volte sono dure come schiaffi
e quando il mare è come ieri piatto (il maestrale è andato via il levante arriverà più tardi) mi piace ascoltare nell’acqua il rumore del mio respiro che esce e entra ogni tre bracciate
mi piace sentire i piedi che si allargano come mani per spingermi e il movimento a rana delle gambe

da Bellas Mariposas, di Sergio Atzeni

Stella di mare
di
Mauro Tetti





Buongiorno pesciolini – buongiorno pesciolini,
buongiorno pesci rossi, pesci verdi e dorati,
ditemi una cosa: in quella vostra stanza di cristallo
gelida come le pupille dei morti, sigillata e solitaria
come il fondo delle notti in città,
udite forse il suono di un flauto che
dalla terra delle fate di terrore e solitudine
avanza verso la fiducia murata dei dormitori
e la nenia degli orologi a pendolo,
verso i grani di vetro della luce?

Forugh Farrokhzad, Io parlo dai confini della notte.





Cosa c’è dietro la superficie?

Dovevo nascere donna. Per correre sulla spiaggia di notte come queste signore che le vedo tutta l’estate e hanno gambe lunghissime abbronzate e reggono gli aperitivi ubriache e si avvicinano alla riva per guardare la luna argentata sulle ondine e piangono per la nostalgia di qualcosa, o per la bellezza o per la distanza.

O chissà perché piangono.
Io non piango, io non chiudo gli occhi, perché anche se dovevo nascere donna alla fine sono nata pesce e i pesci non hanno le lacrime e le palpebre e tutto l’apparato per piangere. Anche se non posso saltare correre volare comunque sono contenta così, vivo con mamma e i miei quarantatré fratellini. Lei è una manta e i miei fratelli sono i gamberetti che nuotano sotto le sue ali, fuori golfo dove l’acqua è più fredda. Viviamo al quarantasette C, in un buco di roccia della scogliera condominiale lungo i moli di levante, e anche se non ci stiamo tutti lì dentro ci piace lo stesso, a turno.
Babbo era uno scorfano sempre arrabbiato non faceva niente non ha mai lavorato, se ne stava sul fondo a fare il poeta diceva mamma, lui è il poeta di casa. Ma non si fa vedere da settimane o mesi o anni, non lo so da quanto, perché sott’acqua il tempo è tutto diverso, ci sono giorni che durano un battito di pinna e altri giorni che non sono ancora finiti.
E quindi babbo è sparito da un po’. Ma meglio, dice mamma, se lo sarà mangiato signora la murena vicina di scoglio che ogni tanto si porta via qualcheduno. Se tocchi i bambini ti pungo, lo vedi, lo vedi, le ha detto mamma una volta, e noi tutti a ridere e ridere perché la murena è sempre stata zurpa limpia che in lingua subacquea vuol dire che non ci vede un accidente di niente.

E cosa c’è dietro la superficie?
C’è il cielo, dico a Luna l’amica mia.

Lei ha due baffi attorcigliati da triglia e anche se la sua stirpe non è nota per brillare, lei invece ogni cosa che dice mi sembra intelligentissima e mi fa stare bene. Secondo lei basta dire “tana libera tutti” per avere pace e la liberazione e io ogni volta, anche se è una cosa stupida, quando mi sento soffocare dico “tana libera tutti” e rido e sto meglio. Non fermerà le fiocine dei pescatori ma chissà, meglio dirlo che non dirlo.
Io lo so cosa c’è oltre la superficie perché sono campionessa di apnea e ho fatto il corso di bagnina di terra e quando posso salto fuori dall’acqua e mi sdraio sulla roccia per guardare le architetture degli uomini, e mi fanno paura ma anche nostalgia allo stesso tempo, della vita che non ho: di bambina che sale e scende tutte quelle scale che corre su quei ponti levatoi che cade e si sbuccia le ginocchia e si rialza per correre dietro a un babbo meno scorfano del mio.
Cate

Cate
Oh!
Ti va? Mi chiede Luna quando passa nella nostra tana al quarantasette C, e lo vedo nelle sue pupille sbrilluccicanti da triglia che vuole fare cose pazze. C’è una lenza qui vicino, dice unendo i baffi a mo’ di preghiera.
Scordatelo.
Dice ci appendiamo per salire verso il cielo e cambiare vita e allora penso che non è così intelligente come sembrava. Ami palamiti e lame di coltello, lenze colorate e reti e polvere da sparo, sono tutte invenzioni degli uomini e solo gli uomini hanno inventato arnesi così spaventosi. Ci dicevano un tempo di allontanarci dalle cose umane, che a noi creature è dato il soffio puzzolente dei delfini, il movimento sinuoso delle pinne, le vibrazioni del carapace, il pianto delle balene.

Eppure col tempo ch’è passato, fatto di maree e tifoni e bonacce che non si possono credere, tutto si è trasformato – non per me che sono sempre la stessa, sono un pesce sognato dal mare – ma non c’è più una goccia di saggezza lungo la nostra scogliera. Il decadimento che dico è cominciato con l’arrivo dei polpi sempre eleganti in giacca e cravatta – anche se io lo vedevo che sotto le maniche spuntavano i tentacoli – ed erano tutto un: «Dottore, buongiorno! Salve architetto! Buongiorno a lei direttore. Ingegnere…», nuotavano avanti e indietro per tutto il golfo reggendo valigette ventiquattrore e continuando: «Professore, dottore! Architetto caro, a casa tutto bene? Ah, ingegnere, come la trovo bene». Io e Luna ci guardavamo sempre più alluate che è una parola inventata da noi in lingua subacquea e si dice quando perdi l’uso della lingua, ci guardavamo come per dire qualcosa: “e questi cosa vogliono?” Ma non dicevamo niente.
«Dottore ci fa entrare?» Chiedevano i polpi. E quello scorfano di babbo «certo prego», ogni volta così, che nessuno l’aveva mai chiamato dottore e chissà cosa si pensava. Una volta dentro, i polpi aprivano le valigette e tiravano fuori inchiostro e contratti da firmare, «una firmetta qui» dicevano, e vi facciamo arrivare la merce, «avrete le plastiche migliori del Mediterraneo, tappi di bottiglia dal raffinato design portuale, stanghette di ferro per le antenne più lunghe, cocci di vetro come parabole satellitari, lussuosi divani in gomma da masticare». E tutti i pesci della scogliera sorridevano incantati, incominciavano a parlare come loro e a indossare abiti di marca. Tutti tranne mio fratello maggiore gamberone, che non è certo uno studioso, nuota in retro marcia tutto il giorno coi suoi amici gamberoni e si è tatuato la scritta MARINA PICCOLA gigante sulla schiena carapace, per dire. Però l’aveva capito persino lui che a dare retta a questi prima o poi finiva male.

Cosa c’è dietro la superficie?
Cate andiamo a vedere, dice Luna.
Ci basta sapere cosa c’è prima della superficie, che abbiamo visto la scogliera trasformarsi piano piano silenziosamente in una discarica, le nostre tane rocciose sono piene di antenne e parabole e barattoli e cordini che sembra di vivere alla Nasa. E all’inizio tra vicini pesciolini anche noi cercavamo di parlare erudito «Dottore tutto bene?» Dicevamo. «Sì ingegnere, sì direttore». Invece adesso ci odiamo tutti. Ci facciamo tenerezza da soli, piangiamo di nascosto, anche se ci mancano gli strumenti primari per farlo.

Ma cosa importa quando sei campionessa di apnea. Luna mi spinge via da questi moli e ce ne andiamo a ponente lontano, nuotiamo e nuotiamo fino a perdere le forze: piroette guizzi capriole Luna tu sei una campionessa di atletica subacquea, dico, e lei ride e ride, prima o poi si esibirà negli acquari più lussuosi del mondo. Andiamo a nasconderci dentro la posidonia e aspettiamo che il sole scende per lasciare il Mediterraneo e andare verso l’oceano, e tutto è buio, sentiamo una musica latino americana che viene dalla playa e andiamo verso quelle rive. Se mi affaccio oltre la superficie dell’acqua vedo luci di ogni colore e lenze fosforescenti e lì giù, sulla sabbia, un’ondata di signore e signori col bicchiere in mano che ballano e ballano scalzi tutta la notte e hanno gli occhi felici.
Luna, dico, mi sembra che sono così sola quando guardo fuori.
Non sei sola ci sono io. Cosa vedi? Chiede lei guardandomi dal basso.
Niente Luna.
Come niente, dimmi cosa vedi.
Non c’è niente.

In quei momenti mi sento un contrasto di emozioni e vorrei non avere le branchie e uscire tranquilla dall’acqua e fuggire in un posto tutto mio per sentire il solletico che fa l’aria quando entra nei polmoni. E se mi sento sola penso che un giorno qualcheduno racconterà di questo mare verde e della nostra scogliera e di tutte le cianfrusaglie che ci hanno venduto e di una grande manta nera e di quarantatré gamberetti e di me e Luna campionesse di apnea e atletica subacquea; ma quello che racconteranno l’avrò già detto io. Così tutti, a quel punto, si accorgeranno della nostra poesia invisibile.

Cate, me lo dici cosa vedi?
Mi viene da dire una bugia.
Cosa c’è dietro la superficie?
Una stella.

 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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