AzioneAtzeni – Discanto Venticinquesimo: Emanuele Pittoni
Testo e voce: Emanuele Pittoni
Sonorizzazione: Marco Caredda
Azione Atzeni – Discanto XXV: Emanuele Pittoni
Discanto venticinquesimo*
La scarpa di quell’uomo è alta, fino al collo del piede. La suola, schiaccia una formica. Poi, un’altra formica. Le formiche escono da una crepa fra due pietroni squadrati – e si sistemano sotto il piede. Le schiaccia, una dopo l’altra, con regolarità da metronomo. L’uomo, in piedi, dietro la grata del porto, guarda il mare. E conta: il tempo, alle formiche: uno, due, tre, quattro, fino a venti: altra formica, schiacciata. Uno. Venti. Schiacciata.
dal ‘Primo racconto con colonna sonora’, di Sergio Atzeni, in Racconti con colonna sonora
Frumigas
di
Emanuele Pittoni
La scarpa di quell’uomo è alta, fino al collo del piede. La suola schiaccia una formica. Poi un’altra formica. Le formiche escono da una crepa fra due pietroni squadrati e si sistemano sotto il piede. Le schiaccia una dopo l’altra, con regolarità da metronomo. L’uomo in piedi dietro la grata del porto, guarda il mare. E conta il tempo alle formiche: uno, due, tre, quattro, fino a venti e altra formica schiacciata. Uno. Venti formica schiacciata. Massacra le formiche e guarda il mare.
Uno. Venti. Crack.
Zimbra (chiameremo così una delle tante formiche che si aggirano sotto la scarpa dell’uomo che riprende a contare a venti osservando una nave che va via) ha percepito come la testa e l’addome della compagna accanto si spiaccicava e poi più nulla. D’istinto sfrega le antenne su quell’ammasso informe…nessun segnale…solo morte…tutto finito.
Intorno un brulichio di compagne dalla testa rossa atterrite, confuse, si muovono disordinatamente emettendo feromoni con messaggi chiari: PANICO! PERICOLO! SCAPPA!
Zimbra afferra il messaggio e parte. Le sue zampe si muovono frenetiche sull’asfalto malandato del porto che puzza di catrame, gasolio bruciato e salsedine rancida. Si allontana sempre di più dalla colonia e poco dopo perde la scia del suo formicaio, non c’è più contatto, smarrisce la pista. Annusa e riannusa muovendosi a scatti ma nulla, si è persa.
Zigzagando a tratti rallenta e poi riprende veloce. Zimbra percepisce una luce, un enorme lampione, deve essere il sole, si orienta e procede spedita.
Intorno il porto come sempre lo stesso. Il mare è calmo. Il rumore dello sciabordio dell’acqua sugli scafi dei pescherecci colorati si mischia al suono confuso della città di fronte che si prepara a festeggiare Sant’Efisio Màrtiri Gloriosu de Casteddu Protetori Poderosu.
Una panchina sotto il lampione che attira la piccola formica è la casa di un uomo africano. Si chiama Gunal. È alto, robusto, con un ammasso di capelli informe che ricade in ciocche aggrovigliate e nodose intorno alla testa. Gunal ripete una cantilena nella sua lingua e continua a piegare e ripiegare una coperta. Tutto intorno bottiglie in frantumi, brick di vino scadente, resti di ossa di pollo, tranci di pizza, patatine fritte e pane indurito. Accanto alla panchina una pila enorme di decine e decine di cartoni di pizza e due trolley aperti traboccanti di scarpe, giornali, lenzuola e vecchi capotti. I vestiti scoloriti, logori, sono sparsi e appesi su una siepe rinsecchita.
L’uomo impreca, getta a terra la coperta e va a pisciare sul tronco della palma più vicina.
Sopra l’albero una nidiata di parrocchetti osserva la scena gracchiando senza ritegno.
Gli uccelli lo guardano mentre beve fino a stordirsi, poi perdono interesse perché quell’uomo lo conoscono bene.
Gunal barcollando riprende la coperta, la strattona con violenza, l’abbraccia, la stringe forte ed infine l’adagia delicatamente sulla panchina di ferro e si siede.
Poi canta e uno dopo l’altro prende i cartoni di pizza e inizia a tagliarli a strisce.
Cadono quei pezzi di carta accanto alla palma e quasi travolgono Zimbra che li evita senza farsi schiacciare. La formica si muove veloce, adesso scala una scarpa. Sale l’insetto, sale sempre più su, lungo i pantaloni unti e incrostati di Gunal fino a sparire dentro una tasca.
L’uomo ha finito di tagliare i cartoni, batte le mani contento, prende la coperta e l’adagia su tutta quella carta ammucchiata.
Fruga nelle tasche, quasi schiaccia la formica che perde una zampa, tira fuori il coltello e taglia di netto una ciocca di capelli e dopo averla accesa con un fiammifero la lancia sulla pira. Prima il fumo e poi subito le lingue di fuoco.
Si alza un pochino di vento, soffia e aiuta le fiamme, che crescono prima a poco a poco e poi sempre di più avvolgendo in un attimo il cespuglio secco con tutti i vestiti. Il tessuto acrilico prende subito, rallegrando le fiamme che alte il giusto si impadroniscono dei rami secchi afflosciati della palma.
I pappagalli senza perdere tempo volano via e vanno ad appollaiarsi sull’albero di una barca ormeggiata poco più in là per godersi lo spettacolo.
Gunal è soddisfatto, osserva il fuoco, allunga le mani per scaldarsi e poi come se nulla fosse si mette un cappotto, si sdraia sulla panchina e prende subito sonno.
Una macchina che passa di lì accende i lampeggianti, si ferma con una brusca frenata. Scendono due carabinieri che corrono verso l’uomo che ormai russa di brutto, lo scuotono per svegliarlo, ma nulla. L’incendio ha preso forza e inizia a lavorarsi il tronco della palma.
I due militari sollevano con forza Gunal, che finalmente si sveglia e inizia a gridare.
“Lasciatemi stare! Voglio dormire, sono stanco!”
Un’altra pattuglia e un’altra ancora intervengono subito! Una palma infuocata, aiutata dal vento, cade sul parabrezza dell’auto dei militari, e diversi tizzoni ardenti entrano nell’abitacolo, attraverso l’apertura lasciata da un finestrino aperto. In un attimo il fumo si trasforma nel fuoco che inizia a squagliare sedile, volante e tutto il posto di guida.
I carabinieri circondano Gunal che inizia a piangere e a urlare. Corre intorno agli agenti, non si fa afferrare facilmente, è veloce. Due carabinieri visibilmente sorpresi, non appena vedono la loro macchina in fiamme corrono verso il mezzo. Da una pantera appena arrivata, un poliziotto rapidamente tira fuori dal cofano un estintore e va verso la gazzella. Spacca il vetro e rivolge l’estintore verso l’abitacolo, schiaccia la valvola, ma nulla! Nulla di nulla! Non c’è pressione, non esce la schiuma, l’estintore è guasto, non funziona.
Gunal urla e si arrabbia “Le fiamme lasciatele andare, lasciatemi in pace, lasciatemi stare!”
L’incendio ormai in strada ha creato un ingorgo, un tappo di clacson che non permette l’arrivo dell’autobotte dei pompieri che più in fondo prova a farsi largo a sirene spiegate.
L’auto dei militari è avvolta dal fuoco, scoppiano le gomme con tonfi sordi e inquietanti e molti automobilisti in coda, spaventati, scappano a piedi.
Si alza il vento che adesso soffia più forte, si è propagato sulle altre palme che decorano quella parte del porto.
Nel mentre un’altra autobotte, passando dal porto in contromano, dopo aver urtato decine di suv parcheggiati a cazzo, riesce a raggiungere il punto più vicino all’incendio. I pompieri srotolano le manichette e rivolgono i getti a tutta pressione verso il rogo.
In mezzo a tutto quel fumo acre, tossico e pesante Gunal prova a scappare, circondato da una decina di poliziotti e carabinieri incazzati. Ma lui è una palla impazzita che non si fa mica prendere.
Il cerchio si stringe sempre di più intorno all’uomo che morde e abbaia.
Un poliziotto tira fuori il taser e lo punta verso Gunal.
“Adesso fermati o sparo!”
Ma lui non si ferma, vuole andarsene, vuole tornare a casa, non gli piace questo posto, non ci voleva neppure venire, non vuole più stare da solo, deve bruciare tutto, perché così lui si addormenta e rincomincia tutto da capo.
“Adesso conto fino a tre! Se non ti fermi, ti sparo”.
Però non conta l’agente scelto, preme subito il grilletto, tanto che gliene fotte. Ma nulla, non parte nulla! Non spara! Ritenta, una due tre volte. Niente!
Il poliziotto rivolge l’arma verso di sé per capire come mai non funziona. La porta troppo vicino, gli da due colpetti e inavvertitamente preme il grilletto. Questa volta eccome se funziona!
I dardi elettrificati sfrecciano! Dritti schizzano via! Si conficcano sul collo dell’appuntato dei carabinieri che il poliziotto ha proprio accanto a lui. Il militare viene sbalzato a terra, trema tutto, gli occhi quasi schizzano fuori dalle orbite. Tutti gli uomini in divisa percepiscono lo stesso segnale. PANICO. PERICOLO! CHEMINCHIASTASUCCEDENDO.
Corrono verso il carabiniere che si dibatte in preda a vere e proprie convulsioni.
Solo più tardi, a bocce ferme, in commissariato, si capì che il taser era difettoso e tra l’altro aveva mandato una scarica elettrica tarata per abbattere un orso bruno del Parco degli Abruzzi.
Il vento ora è il Maestrale che soffia forte. Le fiamme sono indiavolate e sfidano i pompieri.
La coltre di fumo nero denso investe gli uomini in divisa che mentre soccorrono il militare tossiscono, lacrimano e si sentono male.
Gunal è libero! Ne approfitta, inizia a correre, correre più veloce che può verso il mare. E sono flash di una vita che scorre al contrario. Via le scarpe, il cappotto, lascia cadere a terra la maglietta e i pantaloni e arrivato al limite della banchina un salto.
In quel volo Gunal torna a casa perché sa chi è, da dove viene. Quel corpo nudo, non appena sfiora il pelo dell’acqua non produce schizzi, spruzzi o schiuma. Quell’anima leggera, sguiscia sottile, si fonde con l’acqua e scivola via.
Di lì più in fondo, nel molo, un pescatore troppo vecchio per salire su una barca e andare in giro a pescare osserva Gunal che gli passa davanti nuotando veloce.
“Dove stai andando, torni a casa?” domanda il vecchio.
“Sì, me ne vado, è troppo, non ce la faccio più, ridivento pesce!”
Dopo poche bracciate, Gunal si fermò e salutò con una mano che sembrava una squama poi si immerse per sparire per sempre.
Zimbra percepisce che può uscire, ma non è facile tra le pieghe di quella tasca del pantalone. Tenta tutte le vie ma nulla, finché con le antenne trova un passaggio: la tasca in quel punto è bucata.
Si avvia verso l’apertura e finalmente sbuca fuori. È libera!
Si muove qua e là a scatti assaggiando il terreno accidentato … poi avverte qualcosa … ma! … vuoi vedere! … sì … l’inconfondibile odore di piscio di cane che … forse il suo formicaio è vicino!
Corre la formica in avanti e dopo mezzo metro tutta a dritta, riacchiappa la pista, la sua pista, quella di casa! Senza manco guardare la imbocca veloce e poco dopo è davanti alla crepa fra due pietroni squadrati.
Uno. Venti. Crack
* Azione Atzeni- mode d’emploi
di
Gigliola Sulis e Francesco Forlani
‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, ‘Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012
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