Memoria contemporanea

di Luca Vettori

All’interno del libro Il futuro alle spalle, l’antropologo inglese Tim Ingold analizza il modo in cui diverse culture e differenti generazioni hanno sviluppato, nel corso dei secoli, una consapevolezza dello scorrere del tempo e una specifica percezione del futuro.

Osserva ad esempio come i Ciukci, indigeni dell’estremo nord-est della Siberia, distinguano nella propria lingua la parola “vita – unatgirgin” dalla parola “esistenza – va’irgin“. Da una parte, scrive Ingold, “unatgirgin” si riferisce agli esseri e alle cose che incontriamo intorno a noi, che vivono ed esistono nel loro particolare percorso, andando avanti nel tempo nel loro fluire. D’altra parte, “va’irgin” specifica come questa esistenza sia solo una specie di attorcigliamento, un avvolgersi di un eterno movimento creativo.

In questa visione, la natura percettiva degli esseri viventi sembra essere quella di girare su sé stessa, in una ricorsività, in uno scavo – come scriveva René Char nei suoi formidabili Feuillets d’Hypnos: “Sprofonda nellignoto che scava. Costringiti a roteare.

Intervistato da Daniela Passeri a settembre 2024, in risposta alla domanda su come l’arte contemporanea possa aiutarci a immaginare un mondo migliore, Ingold risponde che “l’arte può avere un ruolo importante.” Ma specifica subito che contemporaneo significa letteralmente «condivisione del tempo». “Penso che questa condivisione non debba essere solo cronologica, non debba parlare solo all’oggi, ma possa attraversare il tempo per darci l’opportunità di dialogare idealmente con gli artisti che sono vissuti in epoche diverse. Come fanno, per esempio, gli aborigeni australiani che durante le cerimonie dipingono i loro corpi come facevano i loro antenati e così diventano in qualche modo contemporanei dei loro antenati. L’arte contemporanea il più delle volte esprime quella perdita di amore per il mondo di cui abbiamo parlato prima e dà sfogo a paura, frustrazione. È come un urlo, che dura il tempo di un attimo. Invece penso che abbiamo bisogno di arte che parli ma non solo al presente, ma a tutte le epoche, che sia universale.”

Mascha Schilinski, per il film Sound of Falling – Il suono di una caduta – vincitore del Premio della Giuria al 78° Festival di Cannes (ex aequo con Sirât), ha spiegato che il progetto prende vita dal suo interesse per il modo in cui la memoria e la percezione si intrecciano, evidenziando le fratture e le trasformazioni che avvengono nel corpo e nella mente.

In un susseguirsi di fluttuazioni narrative, come in parabole mescolate le une nelle altre, la regista tedesca nasconde abilmente delle soglie, dei portali che permettono a chi guarda di scivolare nella grana onirica di immagini senza tempo, intervallate abilmente anche con materiali d’archivio come dagherrotipi e Super 8 e arricchite da una magistrale sonificazione.

A restare fisso come un perno – pur nelle sue metamorfosi materiali – è un luogo. Una fattoria nell’Altmark fra Berlino e Amburgo, dove si alternano in differenti periodi storici, tra gli anni che precedono la Prima Guerra fino al tempo presente, le protagoniste femminili.

Sono i loro corpi a fremere, a tremare dentro al suono della caduta: corpi di donne che spalancano il tempo, che abitano i medesimi spazi, sguardi che indugiano sugli stessi corridoi, ammutoliscono alle stesse finestre o lungo le stesse sponde di fiume, volti che sprofondano nel medesimo silenzioso suono – ovattato, fugace, acquatico come un sogno. Sebbene separate dal tempo, le loro vite iniziano a risuonare segretamente l’una nell’altra, scomposte e ricomposte, intrecciate e innervate come le fibre di una corda.

“Trovo che a volte il mio corpo restituisca dei ricordi come se potessi osservare dall’esterno un’esperienza che nel presente avevo vissuto in modo completamente diverso” rivela Mascha Schilinski. “Volevo far raccontare il film da soggettività molto precise ma anche dare ai personaggi l’opportunità di guardarsi indietro da un altro punto di vista”. Alma, Erika, Angelika e Lenka, di differenti generazioni, sono le protagoniste del film che viene raccontato e attraversato dalle loro voci e per mezzo dei loro sguardi, con l’alternato ritmo di un lento quotidiano che scorre insieme a rituali contadini, bisbigli nel grano estivo, addii. Vengono introdotti “qua e là indizi che potrebbero far pensare che i personaggi siano in qualche modo connessi tra loro, attraverso le decadi” commenta Giulia D’Agnolo Vallan su il manifesto, “ma che quegli indizi siano false piste o no, e che si tratti della stessa famiglia o meno non è importante nell’intricato/delicato sistema di sovrapposizioni che fanno collassare tempo, memoria e storie dei personaggi in una sorta di unicum. Una sincronia corale di meraviglia, desiderio, dolore, e anelito che danzano tra di loro.”

Dove risiedono i nostri ricordi? Nelle cavità cerebrali elettriche della mente, come dentro un archivio segreto e nascosto? O lungo le vie arteriose del nostro corpo?

In questo senso, negli studi svolti in ambito sportivo si parla di “memoria muscolare” come di quella capacità del corpo di recuperare rapidamente tono, forza e massa, persi durante un periodo di inattività proprio grazie agli adattamenti neurologici e cellulari pregressi. In ambito paralimpico e non solo si parla del fenomeno dell’”arto fantasma”, quando il soggetto prova dolore in una parte del corpo amputata, accusandone sensazioni moleste, talora addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente.

A ricordare sono dunque il corpo e le nervature che ci attraversano?

O a ricordare sono i ricordi stessi, come apparizioni che ci raggiungono, che ci attraversano, simili a fantasmi o ad angeli verso cui ci voltiamo?

La memoria si nasconde, si camuffa, talvolta gioca persino con noi.

Alcuni luoghi che abbiamo abitato, forse, si sono trasformati in crocevia di transiti, stanze di soglia che ospitano residui di scie, luoghi che noi abbiamo attivato con il nostro passaggio e la nostra danza.

A tentar di rispondere a questi interrogativi nel loro intero, sulla memoria dei luoghi, della storia, della letteratura, del teatro, si svolge il lavoro macroscopico – al microscopio – della compagnia teatrale Archivio Zeta.

Alternando la metodicità rituale di chi affonda nei documenti e nei testi – negli archivi viventi – con l’invito all’orizzontalità di un’esplorazione, il loro teatro espande i confini della scena: trasforma la confessione della voce in ponte, diviene eterotopia. La memoria, nei loro spettacoli, ha luogo.

Oltre alle stagioni (dal 2003) presso il Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa, ribattezzato dalla compagnia Teatro di Marte, uno dei loro ultimi lavori, Gran Teatro Anatomico, liberamente ispirato a tre racconti contenuti nella raccolta I Vagabondi di Olga Tokarczuk, è stato allestito negli ambienti dell’antico convento olivetano di San Michele in Bosco, sede dell’istituto ortopedico Rizzoli a Bologna.

Gli ambienti dell’istituto Rizzoli, come la biblioteca seicentesca, i chiostri, la sala del disegno anatomico e il refettorio, dove si articolano le scene di Gran Teatro Anatomico, permettono con i loro straordinari oggetti simbolici, quali gli antichi trattati medici, l’enorme mappamondo o gli atlanti di anatomia, il riverbero dei temi trattati.

Sono tre storie distinte e lontane nel tempo, che condividono al loro centro la riflessione sul corpo e la sua memoria, sui corpi amputati, osservati come vagabondi che si muovono in epoche diverse, che s’intersecano in diverse trame insieme ai loro frammenti “che, come reliquie, sono la traccia di vite vissute ancora in grado di irradiare significato per i vivi”, commenta Alessandra Sarchi in un articolo su Doppiozero.

In una scena tra le più sublimi, nelle circolarità del chiostro ormai buio, il pubblico gira in circolo osservando al centro del chiostro Enrica Sangiovanni che s’appresta ad aprire una crepa nel tempo, nel teatro, e la vertigine della sincronicità di cui parla Sarchi si palesa: “siamo a fine Cinquecento, siamo nel Settecento, siamo nell’Ottocento ma anche nel presente.”

Il filosofo Gilles Deleuze dà un nome a questa ciclicità ricorsiva che abbiamo fin qui evocato – visiva, gestuale, sonora – e che potremmo prendere a prestito: la chiama ripetizione “della differenza pura”.

“Queste ripetizioni”, commenta Jane Bennett nel suo L’incanto della vita moderna, “somigliano più a una spirale che a un ciclo.” Nella rotazione a spirale “le cose si ripetono ma con una svolta. E questa svolta – deviazione – rende possibili nuove formazioni (tutte originariamente mutanti ma alcune delle quali troveranno una nicchia produttiva all’interno di una rete più ampia).”

In questo senso, i diversi intervalli, i diversi strati, nel loro ripetersi e nel loro incontrarsi subiscono una mutazione, “come in una perenne fase di micro-metamorfosi.”

Il modus operandi di Archivio Zeta – Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni, così come la filosofia interna al film Sound of Falling di Mascha Schilinski, sembrano applicare in opera le intuizioni “ripetute e rotanti” di Deleuze e Bennett, al pari delle analisi di Tim Ingold di un “futuro alle spalle”, da cui siamo partiti e a cui ora torniamo – di nuovo in un cerchio – per tirare le fila.

“Dove i terreni sono impilati, la memoria si presenta come un archivio. Le memorie più vecchie giacciono sotto e vi si può accedere solo rimuovendo le più recenti. E se invece supponessimo che il terreno non si impila ma si rivolta? Sotto e sopra possono assumere significati diversi. Nel ciclo di rotazione, sotto significa salire e sopra scendere: tutto non è né sotto – nel passato, né sopra – nel futuro, ma è in svolgimento”, in un processo vitale di dissotterramento, di morfismi, di bagliori.

Il terreno che si rivolta, i corpi che si palesano nelle nervature scomparse, le stanze che producono eco segrete, i ricordi che si mescolano come suoni di sogno, i monumenti che si trasformano in scenografie di senso esortano a praticare questa relazione sincronica, per salti, – in avanti, indietro – con l’arte: multipla, sorgiva, mai identica, contemporanea.

Crediti immagine: Da Homographs, edito da Shibboleth, dizionario visivo dove le parole selezionate hanno almeno due referenti diversi e sono disposte su una doppia pagina per sottolineare la ristrettezza del linguaggio rispetto all’ampiezza del mondo. Nella foto Mold è sia stampo, che muffa.”

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