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Fine dell’arte

di Leonello Ruberto

“Art is dying in this world, and so is listening, as the world becomes more full of toys and special effects.”

Keith Jarrett (dalle note di copertina dell’album Jasmine di Keith Jarrett e Charlie Haden pubblicato dalla ECM nel 2010)

 

È comunque una fortuna essere nati su questo mondo. Aver avuto la possibilità di fruire in qualche modo della creatività prodotta dal genere umano.

Non importa che sia stato a distanza, a distanza di anni, attraverso registrazioni d’archivio, che sia un libro di carta, un disco inciso o un nastro magnetico.

Importa di più che sia stato in maniera virtuale. Per come abbiamo cominciato a intendere il virtuale da un’epoca storica in poi.

All’inizio era solo riversamento in digitale. Dall’analogico al digitale, e che potessimo sentire il “gusto” diverso o meno, poco cambiava nella sostanza, se non per chi si interessava della questione.

Comunque era una copia. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Ma il virtuale che conosciamo noi non è solo una copia digitale, non lo è più e forse non lo è mai stata, fin dall’inizio.

Questo l’inutile, ormai, rammarico. Avremmo potuto affrontarlo diversamente, sapendo, immaginando, riflettendo.

Che non voleva dire negare l’evoluzione, fare gli oscurantisti in un moderno revival medievale, se mai c’è stato un medioevo come intendiamo di solito il Medioevo.

Il nostro digitale si è rivelato la sostanza stessa. E il ventunesimo secolo si è rivelato per la rivoluzione che contiene. Non ce ne siamo accorti se non dopo qualche decennio.

Ma è bastato qualche decennio per rendere il processo irreversibile.

Ero giovanissimo quando incontrai la musica jazz e cominciai a provare nostalgia per quel mondo che non c’era più. Nostalgia per qualcosa che non avevo mai vissuto.

Ma ero anche grato di poter ascoltare quella musica: se non esisteva il contesto in cui era stata creata, comunque la tecnica otto-novecentesca della registrazione mi permetteva di ascoltarla.

Viaggiando nel tempo, come per tutta l’arte. Quando mi rammaricavo comunque con qualcuno che il jazz di fatto non esistesse più, non come era stato, e mi chiedevo chi e perché ci avesse messo fine, l’interlocutore di turno finiva per definirmi: purista.

Per me non era quello il punto. Capivo benissimo che l’arte può essere creata sempre e che anche in quel momento c’erano grandi artisti capaci di farlo.

E che buon jazz era stato creato anche dopo di Coltrane. Ma non c’era più un mondo in cui in un club di New York Lester Young potesse salire sul palchetto a duettare con la sua amica Lady Day, Billie Holiday.

Quando Miles Davis, giustamente dal suo punto di vista, perché voleva rimanere protagonista in musica come sempre era stato, era passato all’elettrico, qualcosa si era interrotto.

Forse non c’entrava Miles, lui ne aveva semplicemente preso atto. Ma io oggi vedevo solo il risultato.

Non negavo il valore, la godibilità della musica con qualsiasi tecnica, acustica, elettrica o elettronica, sia fatta. Non ero un purista. Ma apparivo tale.

Era come in politica: apparivo in un certo schieramento, anche se non ero e non volevo essere schierato. Ma solo un cittadino libero di farsi un’idea.

Sentivo l’impotenza di ogni cittadino come me, di chi rifletteva su certe cose invece di accettarle, viverle e basta.

Il mondo della musica jazz, anche se testimonianze continuavano a esistere, era sparito anni prima che io nascessi. Ma c’era un mondo di arte che vedevo sparire davanti a me.

Perché il digitale non era più una copia dell’analogico. Ma nemmeno uno strumento di creazione, come era stato il primo digitale, il proto-digitale, l’uso di una nuova tecnologia.

Qui era la creazione stessa. Ma non essendo più umana, per chi si creava?

Sempre per la fruizione degli umani.

Quindi anche la mia. Me ne stavo intontito a vedere i risultati inquietanti generati dalle intelligenze artificiali.

Sempre più precisi, eppure sempre con qualcosa di strano, che non sapevo spiegare se non apparendo come uno di quelli che non vogliono le novità, che tanto è stato così anche quando nacque il mio amato jazz e dissero che era la fine della musica.

Ma io intendevo e sentivo qualcosa di diverso. Io che non ero nessuno e di questa sensazione, o lungimiranza, non sapevo che farmene. Se non soffrirci.

Io sapevo scrivere e sapevo disegnare, ma oggi, come tutti, riesco a farlo solo con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.

Anche sul lavoro è stato lo stesso, nello studio di architettura non ricordo più a che punto smisi di fare fotoinserimenti e render e li lasciai fare all’AI.

È vero, non ho mai amato i render, per questo ho ceduto. Ricordo ancora i primi anni di università, quando il CAD era solo un’opzione, una scelta consentita che comunque doveva dare lo stesso risultato del disegno a mano.

Le stampe su lucidi, i modelli di cartoncino e poliplat, la colla UHU. Il trucco di stampare a casa i disegni fatti in CAD, con la canon e le sue grosse cartucce che riempivo con la siringa, a caricamento posteriore, un foglio alla volta, su A3 da incollare e poi lucidare a mano col rapidograph.

E poi l’arrivo di photoshop, e i nuovi trucchi che accecavano professori che per la prima volta nella storia avevano capacità tecniche inferiori ai loro allievi: non erano più maestri del disegno da cui apprendere, bensì persone quasi vecchie da stupire con banali effetti speciali.

Quanto mi è mancato il disegno a fil di ferro, in bianco e nero, anche se fatto al computer. Vedendo colleghi dalle poche capacità progettuali fare il balzo in avanti grazie alle loro tavole colorate stampate su costosa carta di alta qualità.

Provai anche, una volta diventato lavoratore, a proporlo allo studio: un ritorno al disegno dell’architettura, piante e volumi in bianco e nero che parlassero di composizione.

Mi fu chiesto un render con delle persone – era troppo vuoto e inquietante con solo l’edificio –, più luminoso, come quelli che i clienti sono abituati a vedere.

Non cercai di spiegare l’inquietudine profonda che mi davano quelle immagini iperrealistiche simulanti una realtà sempre e per sempre irreale.

Fantasticai di inviare curriculum e portfolio a un celebre architetto che sul sito web proponeva ancora disegni. Il sito fu rinnovato e ora c’erano solo pochi render e tante foto. Rimasi ovviamente dov’ero.

Atroci furono poi le prime richieste del processo inverso: convertire modelli virtuali in immagini di disegni a mano – mentre diversi conoscenti trasformavano le loro foto di famiglia in dipinti di Van Gogh.

Comunque oggi so che non saprei fare più quello che facevo da ragazzo.

Così nessuno sa più suonare un sassofono o dipingere a olio su tela.

Ma il peggio è che nessuno sa più comporre musica, progettare un edificio, creare un dipinto o girare un film.

È vero, come diceva chi mi chiamava purista, l’arte viene fatta ancora.

Esistono i libri, i film, i disegni. Ma vengono generati – o co-generati, poco cambia, il senso è che passano da lì – da intelligenze artificiali.

Che combinano quantità di dati sterminate, tanto da creare risultati che paiono originali, perché nessun umano è in grado di riconoscere tutte le fonti.

Eppure un umano qualsiasi come me se ne accorge, percepisce qualcosa, qualcosa di noto, imitazione meccanica e non umana ispirazione, forse è questa la sensazione inquietante di cui parlavo.

Alla maggior parte dei miei simili non frega niente come non fregava niente di quella vecchia musica jazz morta.

E nel dirlo mi sento un insignificante che appare saccente. Che si crede speciale senza esserlo.

La sola realtà è che, anche se non sono solo – nel mondo ci saranno altri che sentono ciò che sento io –, comunque mi sento solo.

E impotente: ma questo lo sono. Come lo siamo tutti, che ci importi o meno.

E so che l’intelligenza artificiale che mi sta guidando nella scrittura di queste parole sta memorizzando.

Ciò che in un mondo umano sarebbe nulla in confronto a tutti gli abitanti del mondo.

Ma che per un’AI è un dato in più da combinare e gestire con tutti gli altri, senza alcun limite.

Il limite che per me c’è e che il mio piano base mi pone ora: se voglio proseguire nella scrittura e nella riflessione devo passare alla versione premium.

Mi è stato comunicato in tempo reale il preavviso di licenziamento dallo studio di architettura. Alla fine è successo davvero ciò di cui blateravano i catastrofisti: non servo più. Perché il lavoro è ed è sempre stato questo: servire. L’evoluzione in qualcosa di diverso, qualsiasi sia il livello di sviluppo tecnologico e sociale, si è dimostrata inattuabile.

Non mi potrò permettere l’upgrade, visti i prezzi raggiunti, arrivati al punto in cui nessuno ricorda più quali erano all’inizio i costi di un servizio accessorio poi diventato primario.

Non mi rimangono che pochi caratteri a disposizione.

(N.d.r.: foto di Daniele Muriano)

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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