Les nouveaux réalistes: Gabriella Volpi

La religione dell’ombrellone
di
Gabriella Volpi
“In principio Dio creò il cielo e la terra”. E il mare? Solo al quarto giorno.
Blu, la mia amica d’ombrellone, dice che non iniziare col blu mare, nella Genesi, è stato un errore.
Io, di religioni, non ne ho. E si vede. Sembro Calimero con gli infradito nuovi: piena di fiacche. Ho cinquant’anni e una vita passata a riempire l’anta del frigorifero con post-it motivazionali del tipo se puoi sognarlo puoi farlo, tu sei abbastanza o la felicità dipende da te.
Blu, invece, una religione ce l’ha. Lei è il mio “armadillo in rosa”. Se ho paura della schiuma delle onde, mi tranquillizza: è solo l’orgasmo del mare e, se c’è annegato uno come Di Caprio, una botta potrei dargliela pure io. Al mare.
Per sette giorni le aprirò l’ombrellone, il cuore e un diario di catechesi.
Lei è la papessa della religione dell’ombrellone, che affonda le radici nella sabbia e predica: né cielo, né terra. Sii mare. Il cielo sta sopra di te, la terra sotto, il mare ce l’hai dentro.
La sua fede ha la sacralità del quotidiano e la leggerezza dell’estate: accetta la vita come la spiaggia, pulita in superficie ma coi mozziconi di Marlboro sotto. È senza pretese, come una granita al limone che non si atteggia a cornetto Algida. L’ombrellone è una chiesa sconsacrata sotto cui rifugiarsi.
Sarà un’estate di leggerezza pensante, a chiederci chi siamo, da dove veniamo e perché, solo a me, il costume entri nelle chiappe.
Al canto delle sirene, mi legherò forte all’ombrellone e Blu chiederà: ma tu, un’Itaca, ce l’hai?
Non se la prenderà Dio se ce ne troveremo un’altra di religione, d’altronde se non avesse avuto un gran senso dell’umorismo, non avrebbe creato i fenicotteri rosa come salvagente.
Blu e io siamo amiche da quando le ho chiesto perché si chiama così. Io, di lei, dico che è timone; lei, di me, che sono àncora e che, senza aprire le vele, non sarò mai Luna Rossa.
Io vorrei confessarmi, lei convertirmi.
Mi ha insegnato a guardare il mare dalla riva, all’incontrario, come fanno i bambini a testa in giù tra le gambe allargate, con il rischio che l’acqua cada nel cielo.
Blu è profonda come il mare, neanche in superficie è mai superficiale.
Pure la crema che spalma diventa un rito propiziatorio, perché bruciarsi non è splendere.
Le credo. Esco dall’ombrellone, mi ustiono i piedi sulla sabbia, mi entra il sale negli occhi e mi centra un ombrellone volato via, ma mi convinco che i gabbiani abbiano un messaggio profondo anche per me… finché non me lo sganciano sulla spalla.
Giorno 1
Apro l’ombrellone.
La gente del posto, dice che il mare è la parte più umana di Dio. Blu non gli crede e non abbocca al Dio perfettino che riordina il caos. Il suo è un casinista iperattivo ma con buone idee.
Vorrei che le certezze di Blu mi mettessero a posto la vita: a lei non interessano le risposte, proprio come ai marinai nella tempesta non importa da dove viene l’onda ma solo come salvarsi dal naufragio.
Nelle mie insicurezze, cerco di stare a galla col salvagente, ma alla mia età me ne vergogno. Ed è un peccato. Il peccato originale.
Blu mi tranquillizza con un “Non temere” che ha trovato scritto in un diario di bordo brevettato, ma io ho paura lo stesso. Per farsi le domande giuste mi convince a stare a riva, il posto dell’introspezione, dove si uniscono i misteri liquidi e solidi.
Secondo la sua fede, il mare nasce prima del cielo e della terra, poi Dio si accorge che il primogenito ha ereditato parte della sua divinità e si prende paura. Lo declassa terzogenito, lo addomestica con le maree e gli fa credere che fratello cielo e sorella terra siano nati prima di lui. E, così, lo castiga.
Come inizio, sono confusa. Mi rinfresco in acqua e spero che il mare abbia perdonato il suo Dio permaloso. Nel dubbio, una preghiera non guasta: e liberaci dal mare.
Giorno 2
Stamattina, una piccola onda anomala mi ha fatto ridere.
A Blu, che è porosa ma mai inzuppata, le onde anomale non piacciono: le chiama euforie del mare, che travolgono, durano un attimo e si portano via il superfluo. Quel poco che resta è la serenità e basta quella per essere felici.
Col mio disturbo da accumulo, felice non lo sarò mai, ma so di un’onda anomala che ha salvato un intero popolo in fuga.
Blu ha un suo comandamento: Dio non ci ha creati per essere felici ma per sopravvivere e riprodurci. Accontentiamoci: ci lamentiamo della sete anche immersi nell’acqua. Non dovremmo puntare alla felicità ma alla contentezza, che è la gratitudine addirittura per gli aborti che il mare lascia sulla spiaggia.
Se salpassi con la barca, sarei felice. Adoro sentirmi urlare dal pontile: Abbi cura di te!
Blu insiste per un’imbarcazione a vela ma odio fare i nodi e pure le parolacce: cazza la randa, regola il patarazzo, batticulo all’ormeggio.
Lei m’insegna che, per essere felice, devo stare, non fare e che, per la spinta di Archimede, se sto annegando è inutile che mi sbracci, in mare come nella vita.
Le do retta. Sto immobile, come le paperette di plastica che si è perso un cargo nel ’92 e, ancora oggi, se la spassano negli oceani.
Giorno 3
Oggi ho informato Blu che lo scorso mese ho perso un’amica.
Lei si è rammaricata perché non ho usato il verbo morire. Dice che non è stata una mia distrazione se non è più tornata: le persone che muoiono non si perdono, si riciclano. Solo che, se le cerchi con la stessa faccia, mica le riconosci più. Eppure, da bambini, facevamo castelli di sabbia sapendo che non sarebbero durati per sempre. La sabbia, sì.
Blu è saggia: divide i morti di terra da quelli di mare. I primi stanno nei cimiteri, con un indirizzo a cui portare i fiori; i secondi si disperdono nelle onde, liberi di essere ovunque. E noi, per condividerne il ricordo, passeggiamo sulle spiagge.
Della mia morte, mi seccherebbe che il mondo non se ne accorga.
Blu, invece, è convinta che andarsene in silenzio sia un’uscita in grande stile. Dice che l’importante è farlo senza rimpianti, come un delfino che sogna l’oceano e poi finisce per apprezzare l’Acquario di Genova. Senza squali.
Mi convince che la morte non è stata un’idea di Dio, ma la trovata di un tipo, stufo di stare in vita, che ha voluto creare un’alternativa di classe. Gli altri, per non sembrare da meno, l’hanno imitato, come si fa con le mode che attecchiscono senza che si ricordi chi le abbia lanciate.
Io, al mare, scelgo di non morire di prurito per l’eritema solare, ma di essere ricordata come la prima mummia alla calendula nei secoli dei secoli. Amen.
Giorno 4
In spiaggia, stiamo lontane dagli stabilimenti balneari.
A Blu non piacciono. Dice che abitare sempre la stessa casa fa perdere le occasioni di capire qual è il nostro posto nel mondo e che cambiare non è fallire, ma ricominciare.
Vorrei la sua fiducia, invece so solo che il posto fisso è facile, di facili costumi come la rossa della prima fila che, pur di assicurarsi il fronte mare, si è venduta il segreto dell’imbattibile Re delle biglie. Certi tradimenti cambiano proprio la Storia. Infatti, dopo la soffiata, c’è chi giura di aver visto il Re cadere depresso sotto l’ombrellone della spiaggia libera.
Per Blu, è solo inciampato. L’ombra non sarà il suo posto per sempre, ma una strategia temporanea di sopravvivenza, perché il bello di chi inciampa è che può rialzarsi.
Quelli che fanno pause all’ombra nella spiaggia libera li capisco perché hanno un mare che è il mio male, quello di chi ha perso la meraviglia e non ha più niente da raccontare. Quello di chi, tra Scilla e Cariddi, non sa più dove approdare.
Blu mi fa segno di guardare il cielo e capire le mie proporzioni nel cosmo: io vedo la solita nuvola di Fantozzi che mi fa ombra ogni volta che mi stendo al sole.
Mi rassegno: almeno mi sfuma la cellulite meglio di un filtro Instagram.
Giorno 5
Blu mi ha raccontato una storia d’amore vera: una balena che ha cantato per trent’anni a una frequenza che nessun’altra femmina ha mai sentito. Trent’anni d’amore non corrisposto e una media di cinquanta chilometri al giorno alla ricerca dell’anima gemella. L’hanno chiamata, tristemente, la balena più solitaria del mondo.
Ma Blu dice che non abbiamo capito niente e che l’amore vero è lanciare un messaggio in bottiglia e non aspettarsi alcuna risposta. Io sono per l’amore corrisposto, tanto coraggio non ce l’ho.
Blu prende un pugno di sabbia e lascia liberi i granelli al vento. Oggi è pensierosa: mi spiega che la spiaggia ama perché accoglie senza trattenere, mentre l’ombrellone desidera solo, perché la invade senza rispetto.
Sulle spiagge, ogni giorno, si consumano femminicidi, si violano confini, si cancellano prove sulla sabbia e gli ombrelloni non sono altro che una comunità di omertosi.
Io non so cosa sia l’amore, ma so cos’è il fascino che provo per gli squali perché sono un animale che si eccita col rischio e finisce sempre che m’innamoro dei miei mostri.
Non potrei mai insegnare l’amore alle onde, Blu sì. Dice che nessuno ama come il polpo Dumbo, ermafrodito e con tre cuori, perché l’amore non è un genere, ma un’attitudine. E noi, che il polpo lo peschiamo e cuciniamo, saremmo i primati.
Giorno 6
Ci resta solo un giorno di mare e Blu è inquieta.
Mi ha letto la leggenda del pescatore di ostriche: il giovane sapeva che le stelle marine ne erano ghiotte e, se restavano incastrate nella rete, le spezzava in due prima di ributtarle in mare. Peccato che fossero proprio le stelle a rigenerarsi. Doppie. Una perla salomonica.
Blu la cita da ambientalista ispirata perché vede il mare come un tipo poco collaborativo con l’uomo. La terra, almeno, trattiene le orme; il mare, invece, cancella ogni traccia. Chi sta nel mare non si preoccupa se, fuori, esiste un altrove e fa bene, perché l’altrove non è mai un posto rassicurante.
Anche i marinai, senza il mare, non avrebbero mai inventato le barche e senza un’Arca ci saremmo estinti tutti sotto la pioggia. Secondo Blu, la Terra ha avuto il suo momento di gloria acquatica solo per 40 giorni e 40 notti. Poi si è fatta ospitale a chi cammina.
Dovremmo averne più rispetto, perché prima o poi perderemo il guinzaglio cosmico della Luna e, con le maree, se ne andrà anche la vita che si trascinano dietro, il mare si ammalerà e, come un pesce all’amo, soffrirà senza urlare. E noi, che misuriamo il dolore in decibel, ce ne fregheremo.
I pensieri di Blu virano al nero seppia. E lasceranno la scia.
Giorno 7
È domenica e i netturbini riposano. Si vede: la spazzatura sulla spiaggia è la stessa con cui vado in psicanalisi per avere indicazioni sulla raccolta differenziata dei traumi. Che, se sbaglio io, finisco per avere sulla coscienza il futuro del pianeta, se sbaglia il dottore, pago lo stesso. Sempre che mi faccia la fattura.
Oggi ho capito che ognuno di noi ha un lato in ombra e che non è vero che chi è senza ombre, non ha segreti: c’è chi, i fantasmi, li chiude negli armadi e chi li nasconde sotto l’ombrellone.
Blu ora sta bene, ma senza l’intervento di Pedro, il bagnino figo del lido, sarebbe annegata. Ha sfidato il mare con bandiera rossa: un azzardo. A furia di vivere di certezze, le fragilità mica le affronti.
Rimane sempre la mia papessa, solo più umana.
Povera Blu, per la prima volta l’ho vista in difficoltà. Io, invece, non ho fatto la cosa più coraggiosa, ma quella giusta: ho allertato il bagnino.
Era già cianotica. L’avevano chiamata Blu in onore del mare ma, da Blu a blu livido, c’era voluto un attimo. Impaurita, stava inerme tra le braccia tatuate di Pedro che le praticava i primi soccorsi e le soffiava in bocca aliti di vita.
L’ho tranquillizzata: l’ombrellone l’ho recuperato io. Non tanto per l’ombra, ma per la luce che provo a portarmi a casa quando lo chiudo, con la speranza che mi riaccenda la voglia di vivere.
Al mare, non posso starci tutta una vita. Così aspetterò Blu la prossima estate, con l’ombrellone nel bagagliaio e un’Itaca di sabbia nel cuore.
Sul frigorifero, un nuovo post-it: la frivolezza è sacra se sa tenerci a galla.
Comunque, insisto. Il sacrificio in mare doveva essere il mio.
E chi lo sa quando mi ricapita una respirazione bocca a bocca con Pedro?
