Il ritratto

Foto di B Pixels

di Meltea Keller

“Fai il bravo.”

Viveva da cinquant’anni con questa voce in testa.

Ultimamente si era amplificata: tornava la notte nel silenzio, gli impediva di voltarsi verso il sorriso solare di sua moglie assopita facendolo dormire nelle posizioni più assurde e lasciandolo, il giorno dopo, tutto indolenzito.

Con il tempo impari ad accontentarti di chi ti piace meno ma con cui puoi sentirti sicuro.

Oscar era un professore al secondo matrimonio. Scriveva per hobby, ma lo pubblicavano le grandi case. Piaceva il suo sguardo ironico sul mondo, le sue scene quotidiane, i suoi personaggi umani nelle loro virtù e debolezze. Nelle loro piccole scelte, nelle loro piccole vite. Ascoltava molto gli altri. E il mercato gli diceva “bravo” perché era intelligente, ma non dava fastidio.

Non dare fastidio era una delle sue regole principali.

Con il tempo impari che, se parti con il cambiare il mondo, devi ridimensionare le tue aspettative.

C’erano cose che scriveva perché fossero apprezzate, condivise. C’erano cose nel suo computer che era appropriato leggere.

Altre no.

Le persone che mi circondano sono privilegiate. Sguazzano nel privilegio come tante anatre abituate all’acqua pulita in un mondo inquinato. È facile essere felici, così.

E io?

Abitava in una zona gentrificata. L’idea non gli piaceva, ma quando usciva per andare in facoltà si trovava davanti tante piccole botteghe carine che lo ristoravano. Era nel posto giusto.

Aveva conosciuto sua moglie a una mostra d’arte. Lei era critica di fotografia. L’aveva notata subito per i capelli biondi, lo sguardo solare, la camicia sobria e la gonna di jeans con la cerniera sul davanti che le risaltava i fianchi magri senza farla sembrare volgare. In cuor suo, sperò dal principio che fosse come appariva.

E lo era.

Cresciuta in città da famiglia ricca, aveva studiato all’estero nelle università dove occorrono soldi veri. Non si definiva femminista e non sentiva il bisogno di farlo, il cambiamento climatico non le interessava e nella sua parte della città i fascisti violenti non entravano. Eppure era colta. Durante le prime uscite, avevano passato ore a parlare di Pollock e di Keith Haring. Era divertente, lo faceva ridere. Aveva un sorriso dolce. Quei fianchi, aveva desiderato di spogliarli dalla prima volta.

Una persona che non si vergogna di bere alle cinque del pomeriggio. Una persona che non ha rispetto per le gerarchie intellettuali perché sa quanto valgono. Sa quanto vale, lei. È fiera – del suo corpo morbido e lievemente sovrappeso, delle sue idee che non nasconde senza gridare. Come fa? Davvero non ha nulla a che fare con me.

Adesso che erano sposati con un bambino piccolo, sua moglie non aveva praticamente segreti per lui. Faceva lunghi viaggi all’estero, per lavoro – ma andava bene, non avrebbe avuto tentazioni. La leggeva come un libro aperto. Era il suo punto di forza.

Lei invece sapeva di non dover toccare mai il suo computer.

L’aveva aperto una volta, credeva di non fare niente di male. Il suo era nella stanza accanto.

Oscar l’aveva fulminata con lo sguardo. E aveva fatto una cosa che le risultò stranissima, non da lui: per un attimo era diventato assertivo. Dava ordini.

“Lascia stare il mio computer. Non voglio che tu lo apra.”

“Ok.”

E mai più l’aveva fatto.

“Fai il bravo.”

Ci riusciva, durante il giorno. Ogni tanto – specie fra i giovani in facoltà – si distraeva. Gli occhi gli si facevano pieni di dolore, ma nessuno lo notava. E allora si prendeva il quarto d’ora accademico per buttare giù quei pensieri e liberarsene una volta per tutte.

Perché a me? Perché non riesco a smettere di pensarla? Non la presenterei a mia madre, non sarebbe un buon riferimento per mio figlio. E allora perché ho l’impressione che con lei ci siano parti di me che scappano?

E ancora:

Dice quel che pensa, lo difende. Mi sfida. È come essere mente contro mente. È difficile tenere testa alle sue idee perché sono le mie e non lo sa nessuno. Devo stare attento. Devo stare cauto. Mi è sfuggito uno sguardo.

Adesso che gli sfuggivano sguardi, doveva rimediare:

La ignoro. Che devo fare? Ho paura che mi trasformi. Mi guardava anche lei. Non come il professore, non come lo scrittore, il marito di un’altra, l’uomo con una posizione. Di tutto questo non le importa niente. E se mi scopre?

Perché stava andando a quell’appuntamento? Per esporsi? Per dirla tutta? Per farsi mettere alla berlina? Per farsi inghiottire dal senso di colpa di non aver fatto le cose nella maniera giusta?

Ogni volta che caccia quei suoi occhi verdi dentro ai miei ho voglia di spingerla al muro e amarla davanti a tutti. Che si veda. Che goda. Lo sento al solo pensiero.

Ma chi diventerei? Un bruto? Uno che non si sa contenere? Che penserebbe lei stessa? Se ne approfitterebbe. Di me, nudo, esposto al freddo. Che penserebbe mia moglie? Che farei al suo sorriso?

Ma poi scriveva:

Puoi prenderti in giro fin che vuoi ma la verità è che provi qualcosa per lei. Nero su bianco. Qualcosa di tanto forte che non hai mai provato con nessuna. Lei è te se non avessi fatto il bravo. E se ti porta con sé crolla tutto.

Lo aspettava al tavolino di un piccolo bistrot, la birra chiara in mano, lo sguardo perso a osservare la gente che passava. Lui ebbe il solito brivido che provava nel vederla – lo ignorò. Lei gli sorrise, in maniera pudica, perché pudica lo era.

“Ho voluto vederti”, disse con la voce che un po’ tremava, “perché vorrei che sapessi che ti ho visto. Ho visto come mi guardi. Come mi parli. Come mi ignori. So che provi qualcosa per me. È corrisposto. So che le mattine in cui hai gli occhi tristi è perché piangi da solo. So anche che confessare, da parte mia, non ti farà cadere ai miei piedi. Puoi fare quello che vuoi della tua vita. Ma se ti senti in gabbia, io ci sono.”

Perse conoscenza per una frazione di secondo, senza darlo a vedere. Per un secondo annegò nei suoi occhi. Voleva baciarla. Voleva poggiare la fronte sulla sua e dirgli quanto fosse pericolosa e quanto avrebbe voluto accettare.

Le disse invece:

“Quello che dici è interessante. Scusa, non ho molto tempo oggi: ci penso su poi mi faccio risentire, va bene?”

E la lasciò lì. A bersi la sua birra.

Meglio così, meglio così, meglio così, meglio così, meglio così.

Tornò nel suo studio, accese il computer. Scrisse un’intera pagina di “meglio così” senza versare lacrime. Se l’avesse fatto – e non voleva – le mura del suo studio l’avrebbero protetto. Erano spesse, antiche, forti. Filtravano i rumori. Erano come le mura di un convento o di un vecchio carcere. Non si sentivano né le preghiere né le torture. Lì era dove doveva stare.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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