Tre palline e nessuna ragione (appunti dal terzo piano sull’inutilità necessaria)
L’inquilino del terzo piano

Dal terzo piano ho deciso di imparare a tenere in aria tre palline. Non diventerò un giocoliere, mi basterà essere un inquilino capace di fare qualcosa di perfettamente inutile per qualche minuto. Tolgo subito ogni sospetto: non serve a nulla.
Perché ormai, appena fai qualcosa, c’è sempre qualcuno pronto a chiederti perché lo fai. E non è neppure una domanda: è una richiesta di rendicontazione. Bisogna dimostrare che da qualche parte, magari molto lontano, quel gesto produrrà un risultato.
Qui, da questo piccolo terrazzo dove poche piante combattono la loro quotidiana battaglia per restare vive, vedo soprattutto persone impegnate a dare uno scopo a qualsiasi cosa.
Non basta più leggere. La lettura deve diventare crescita personale, consapevolezza, trasformazione. Ogni libro deve smuovere qualcosa nel corpaccione sprofondato nella poltrona, non può lasciarti come una mucca in un prato, con la stessa identica faccia che avevi prima. E soprattutto non basta leggere da soli: ci sono altri che leggono per mestiere e poi spiegano come leggere, cosa leggere e perché leggerlo, possibilmente in un video su YouTube nel quale l’elenco degli aggettivi potrebbe essere spostato sotto qualsiasi libro senza modificare troppo il risultato.
Oppure bisogna leggere insieme. Che è ancora meglio. Si prende Dostoevskij, si prendono Le notti bianche, si prende Baricco e si organizza una lettura collettiva, perché evidentemente anche quel povero disgraziato del lettore rimasto solo con un libro in mano rappresenta ormai un’occasione sprecata. Ci vuole un evento. Una voce. Una platea. Qualcuno che legga e qualcun altro che ascolti insieme ad altri che stanno ascoltando. Anche leggere un libro da soli, evidentemente, era diventato troppo poco.
Non basta correre. Bisogna preparare una maratona, avere un programma, un tempo da battere, una pettorina numerata e finalmente un traguardo.
Non basta meditare. Bisogna diventare produttivi. Oppure chiudere gli occhi davanti a una musica celestiale e visualizzare una casa più grande, un conto corrente più grosso e una versione di noi stessi che finalmente ha capito come funziona l’universo. Persino stare fermi è diventato un investimento.
Non basta cucinare un piatto di pasta, bisogna aprire un profilo Instagram. Non basta avere un hobby, bisogna chiedersi se può diventare un secondo reddito.
E così, da questo terrazzo sul quale arrivano anche le briciole lasciate cadere dall’anziana signora del sesto piano, vedo persone aprire podcast, diventare consulenti, divulgatori, coach, esperti. Tutti hanno qualcosa da insegnare. Quasi tutti, prima o poi, promettono di migliorare la vita degli altri.
Il giocoliere no. Il giocoliere promette soltanto che tre palline staranno in aria senza toccare terra.
Per questo ha tutto il mio rispetto. Studia, prova, sbaglia, raccoglie una pallina, poi un’altra, ricomincia, impreca contro il pavimento, guarda rabbuiato un bicchiere che non avrebbe dovuto lasciare sul tavolo e continua per settimane, mesi, forse anni. Alla fine impara una cosa difficile. Tutto qui. Non c’è nessuna garanzia che diventerà una persona migliore.
È di un’onestà quasi commovente. Ogni tanto ci penso con un Negroni in mano e mi vengono quasi le lacrime agli occhi, ma potrebbe essere il Negroni.
Naturalmente stanno cercando di rovinare anche questo. Basta cercare un po’ e si scopre che imparare a far girare tre palline migliorerebbe la concentrazione, la coordinazione, la plasticità cerebrale, ridurrebbe lo stress e chissà cos’altro. Anche il giocoliere deve presentare i documenti. Non basta dire che è bello vedere tre oggetti colorati salire e scendere.
Eppure ci sono altre cose perfettamente inutili alle quali nessuno chiede di giustificarsi e che occupano una parte considerevole del nostro campo visivo e del nostro udito.
Tre opinionisti, per esempio. Oppure tre politici. Tre editorialisti. Tre attori. In televisione spesso sono molti di più e ci sono parecchie poltrone da far stare dentro l’inquadratura. Parlano, si interrompono, ripartono, tornano la sera successiva. Alcuni frequentano gli studi televisivi da così tanto tempo che probabilmente sono compresi nell’inventario insieme ai monitor, ai faretti, alle piante ornamentali e ai bicchieri di plastica rimasti in un cassetto da qualche festa di compleanno.
Gli attori meritano un discorso a parte. Possono aver appena finito un film brutto, ma brutto veramente, uno di quei film durante i quali viene voglia di controllare quanto manca non perché si abbia fretta, ma per sapere quanto ancora si dovrà soffrire. Eppure, seduti sulla poltrona dello studio, riescono quasi sempre a raccontarlo come un’esperienza necessaria. Il personaggio li ha attraversati, il regista ha chiesto loro di mettersi in gioco, sul set si è creata una famiglia, quella storia andava raccontata. Mai uno che dica: è venuto una merda. Sarebbe un momento altissimo della televisione italiana. Durerebbe forse sette secondi e non saprebbero dove mettere la pubblicità.
Anche loro devono restare in aria. Carmelo Bene parlava dell’«identità scoreggiona del teatrino occidentale». Dal terzo piano non saprei aggiungere molto, se non di aprire ogni tanto le finestre.
La differenza è che le palline seguono una traiettoria e possiedono una caratteristica che molti opinionisti hanno perduto: quando una cade se ne accorgono tutti. Anche l’inquilino del piano di sotto e il cane, che almeno ha una ragione seria per occuparsene: vuole prenderla e giocarci.
In televisione no. Tra luci, cerone, tavoli, collegamenti e gerontocrazia mediatica, uno può cadere da anni e continuare tranquillamente a essere invitato la sera successiva.
Per questo voglio imparare a far girare tre palline, non per la plasticità cerebrale. Non per allenare la concentrazione. Non per diventare più produttivo, coordinato, presente a me stesso. E soprattutto non per aprire, fra sei mesi, un podcast sulla giocoleria consapevole.
Vorrei soltanto riuscire a tenerle in aria.
Credo che una parte della libertà domestica cominci proprio qui, quando smettiamo di presentare una giustificazione per ogni gesto. Abbiamo riempito anche il tempo che avanzava. Quello che una volta cadeva dal mazzo della stanchezza adesso deve diventare qualcosa: una competenza, un progetto, un miglioramento, possibilmente una voce da aggiungere alla biografia.
Io vorrei lasciarlo cadere. Poi raccoglierlo dal pavimento. E ricominciare con tre palline.
