Da “Gli elementi dell’orma”
di Roberta Ioli
I.
Immobile per ore tra le spine e il sasso di pietraia
Arsenio del deserto non ricorda le parole.
C’erano serpi e rovi che tagliavano la pelle
scarabei imbottiti di luce
tenaglie di scorpioni tra le rocce.
Nascosto nella chiesa dietro le colonne
così magro da diventare invisibile
qualcuno lo vede piangere fino a perdere le ciglia.
II.
Scrive lettere dal buio di una grotta
Arsenio accucciato sulla terra
lettere che devono restare
col loro corpo di animali indifferenti
una volpe nel giallo dei cespugli
il cerchio largo del falco
i topi che corrono di notte, tutti vicini a dio,
ancora tiepidi d’infanzia e già pronti a consumarsi
nella caccia e nella curva della morte
così precisi da trascendere l’istante
in cui li guarda.
*
Piano di scorrimento, chiamano così la strategia per sopravvivere al diluvio
raschiando la superficie delle cose perché l’acqua ci scorra sopra
con l’efficienza fredda degli specchi
e mentre scivola via l’eccesso
col suo rombo di sciagura
restiamo nell’imbuto, nel riavvolgimento
del nastro che significa: uguale sempre
ma a partire dalla fine.
*
Hanno annunciato una tregua.
Finalmente i cedri del Libano riposeranno (così ci siamo detti).
Poi, di notte, le bombe hanno colpito Berùt, la porta d’oriente, la sorgente.
L’ultimo imperatore viveva in un palazzo di foglie d’oro e arazzi. Catturato a Cajamarca, fu rinchiuso nella stanza del riscatto. Rifiutava di mangiare, stava in silenzio per ore. Un giorno gli promisero di liberare la sua terra se avesse consegnato tutto l’oro. Così fece, obbediente: stipò in una stanza torri di pepite e pietre turchine, splendenti di fibre minerali.
Gli versarono oro fuso in gola, smettesse di cantare l’usignolo delle sacre montagne. Altri credono – forse con più ragione – che gli strinsero la testa nel chiodo della garrota, come si faceva con i ladri o gli assassini. La sua gente non poteva sopportarlo e si buttava dalla rupe.
*
Per tre anni anche Dürer sceglie
il giudizio dell’acqua sulle pietre di Venezia
e si chiede nello scalpore del marmo
quale linea separi il mattino
dall’inquietudine dell’insonnia.
Dove era il dissidio tra l’inchiostro
e la sua forma trova un punto di intenzione
una legge di materia che conosce
il passaggio degli stati: così
l’incisione di corone e spine diventa sosta,
ascesa – il suo profilo sopra la matrice.
*
Si scopre a poco a poco l’agapanto
nel blu di una campana occlusa
o in una bocca di leone africano –
a volte fiorisce in una plumbea fontana,
una palma iridescente
con un filamento d’albume al centro.
Forse gli ricordava la prima casa
la madre come una statua alla finestra
e lui in giardino, nel lampo scheggiato di un gioco.
Invece era la casa vicina al fosso di fiume
la casa di muffe e poco fuoco nel camino
tarassaco e viole agli angoli del cortile
dove il pietrisco si spacca per germinare
in umida pazienza
in vita non chiamata.
*
Spesso li seppellivano insieme al cavallo
con finimenti di bronzo e lucerne per aprire il varco –
nascosti all’ingresso della grotta
spiavano in silenzio i riti di passaggio
non potevano scortarli nella città di sotto.
Anche le donne lasciavano il corredo della sposa
o della vergine bambina: un anello, una fibula d’osso,
i profumi in un vaso
ora scoppiano gli incendi
il bosco brucia con le sue case di miseria e quiete.
Ribelle alle parole dette qui
il fuoco fa una strada tutta sua
come un serpente che sguscia senza vista
tra il niente del principio e ciò che resta.
*
Forse anche da morti
avranno fame e sete
qualcuno ci camminerà davanti senza impronta
ne concluderemo che quella nuova pelle non ha peso.
Qualcuno racconterà la storia con sillabe lente
le parole spezzate andranno ricomposte
come un disco suonato secondo un ritmo incomprensibile.
Qualcuno porterà con sé una pagina,
un frammento di specchio, il verso di un uccello.
All’improvviso l’inerzia degli oggetti
diventa una potenza numinosa
e il nostro giro attorno al loro senso
un passo che si inverte
una domanda.
*
Gli elementi dell’orma
raccontano l’età e il sesso, la distribuzione del peso
sull’anca o sul ginocchio, il piede piatto
e la curva della schiena.
Dicono l’esitazione prima della fuga
la sosta per decifrare il verso
che si nasconde tra le fronde o il disordine
dei passi prima di acquietarsi,
orma di lupa, di cane
braccato, orma di cinghiale
che ha perso i figli, orma di soldato
che prega nel cespuglio, a piedi scalzi,
libero dal peso del fucile
orma incauta che ripassa su sé stessa
che avanza e indietreggia senza posa
procede all’indietro per guardare il futuro
si fa piccola nel buio e poi scompare
metallizzata dal carro militare
sollevata nella mezz’aria dei prigioni,
dei cattivi, dei senza casa.
*
Immagine: Massimo Pulini, Fluente, 2025.
