di Fabio Santopietro

Da bambino si affacciava al belvedere della chiesa dedicata al patrono san Bartolomeo incantato dal panorama.
A perdita d’occhio, l’inconcepibile ma dolce distesa dei colli; sulla cima di molti di quei colli i paesi; qua e là, lungo la costa dei colli al di sotto dei paesi le cascine sparse, una vasta distesa che si spalancava davanti ai suoi occhi con l’onnipotenza di una divinità, per spingersi fino ai piedi delle montagne, ben visibili nei giorni tersi. Guardando quella distesa, che nell’estrema lontananza lasciava intuire la sua sfericità, da bambino pensava sbalordito alle dimensioni della terra, e quella che in realtà non era altro che una minuscola porzione del pianeta gli sembrava rappresentarne non solo la totalità, ma addirittura qualcosa di ancora più vasto e immenso di quella totalità impossibile da abbracciare e che a lui non era dato di vedere altrimenti che con l’immaginazione.

Per accedere al tempio, qui a Guruvayur, gli uomini devono sfilarsi la maglia o la camicia, mostrarsi al Dio a torso nudo. Penso al duomo di Milano, dove il controllore di turno, davanti al portone di bronzo, verifica che tutte le spalle siano ben coperte. In entrambi i casi si tratta, dicono gli amministratori del culto, di una forma di rispetto dovuta all’unico Dio.
Il Kerala è uno strano paese. Qui ridondanti templi indù convivono con moschee islamiche e con esili chiese cattoliche dai colori pastello, in disaccordo con la rigogliosa vegetazione tropicale. Qui si trovano perfino rare sinagoghe. Qui le immagini di Shiva nelle sue diverse forme si alternano a quelle di un dolente Gesù Cristo, e non è raro trovarli l’uno accanto all’altro, Shiva e Gesù Cristo, a contendersi la sovrintendenza di una stanza d’albergo. Qui, di tanto in tanto, si vedono perfino sventolare bandiere rosse con falce e martello. Qui la modernità sembra avere spazzato via un po’ di miseria. Qui l’India sembra essere scesa a patti con il mondo.
In India dobbiamo mettere da parte il nostro linguaggio verbale e corporeo. Il nostro codice di segni qui non ha significato. Sono altri i gesti e altri i significati ad essi correlati. Basta pensare a quel dondolio della testa comune a tutti gli indiani, tanto a quelli del nord come a quelli del sud. Si direbbe che le teste degli indiani non siano ben avvitate sul collo, a vederle dondolare a quel modo, docilmente, da destra a sinistra e viceversa, con quel movimento ondulatorio e un po’ enigmatico, da bambole eternamente sorridenti, che è un segno d’assenso e un benvenuto e una dimostrazione di gratitudine e molte altre cose ancora. Un gesto dolce e impensabile per noi.
L’India mi dà il benvenuto con la sua moltitudine che afferra la gola. Fuori dall’aeroporto di Chennai si è accalcata una folla immensa, compressa sotto la pensilina al riparo dall’acquazzone. Sono quasi tutti immobili; impediti nei movimenti, attendono che spiova con una pazienza così naturale che – mi pare – potrebbe trattenerli lì per l’intera stagione monsonica. Sulla strada, sotto il diluvio, un ingorgo di taxi ammaccati, di autorisciò giallo neri che danno fiato ai clacson, cercano clienti. Mi insinuo in un varco che si è creato tra due corpi e qui, in una nicchia d’aria, occupo il mio posto di statua avventizia, esotica, in questa architettura vivente. Respiro per la prima volta l’aria dell’India; la sento anzi appiccicarsi alla faccia, una specie di ragnatela invisibile, che non capisco se è polvere o il volo inebetito di migliaia di microscopici insetti.
Falso inizio
Il concetto di riforma non è esente da ambiguità che sono forse accentuate dal monismo lessicale che c’è, in questo caso, nella lingua italiana. In altre lingue vi sono due diversi termini (in inglese reform e reformation, in francese réforme e réformation, in tedesco Reform e Reformation). Sono termini intercambiabili quando vengono utilizzati nel significato ampio e generale di “miglioramento”. Più in particolare, però, in inglese, reform designa il tentativo di correggere pratiche corrotte, eliminare abusi e promuovere cambiamenti in primo luogo sul piano politico e legislativo, mentre reformation viene preferito in ambito morale e religioso (e usato, soprattutto, per indicare la Riforma protestante). Con il termine “rivoluzione”, sorto in ambito religioso e diffusosi in ambito astronomico, “riforma” ha dunque in comune il significato originario, e paradossale se si pensa all’uso corrente, di ritorno al punto di partenza. Vi è però una differenza. Con la “rivoluzione” si torna al punto di partenza per vie “naturali” e prefissate – la creatura che torna al creatore, un corpo celeste che compie un’orbita per ritrovarsi là dov’era – mentre la “riforma” è artificiale e volontaria: viene cioè effettuata dai riformatori per cancellare i deragliamenti subìti dalle istituzioni civili ed ecclesiastiche.
L’anticomunismo è un fenomeno che ha certo un cuore antico. Ha tuttavia avuto tante anime. Ed è stato declinato, nel corso del tempo, in modi storicamente e concettualmente diversi. Non va d’altronde passato sotto silenzio il fatto che, allo stato attuale delle conoscenze, il termine comunismo è comparso per la prima volta nel 1569, in ambito religioso, e in lingua latina, come atto d’accusa, e quindi con significato negativo, contro la setta protestante dei fratelli moravi. Questi ultimi, a quel che sosteneva l’anonimo anabattista anticomunitario che per primo produsse, proprio contro di loro, il termine “comunisti”, pretendevano, mettendo in comune i beni, di trasformare la vita quotidiana in vita conventuale. Annullavano così, a suo dire, la necessaria distanza tra esistenza laicale ed esistenza monastica. Alle origini della sua accidentatissima vicenda semantica, il comunismo germinò dunque da un’evidente intenzionalità anticomunista. Si può così quasi dire che il sospettoso anticomunismo sia nato prima del paventato comunismo.
Il presentatore arrivò che stavano ancora montando il palcoscenico. Nella piazza deserta, il vento aveva rovesciato un cassonetto della spazzatura. I rifiuti più pesanti rotolavano. Il presentatore veniva a piedi dalla stazione con il trolley, offeso per non aver trovato nessuno dell’organizzazione ad aspettarlo. Eppure aveva comunicato l’ora esatta del suo arrivo. Avrebbe rinfacciato questa grave mancanza, di sicuro.
Sono allergico a Carver. Non tanto ai suoi libri (o ai libri del “prodotto Carver”, visto l´apporto consistente del suo editor), ma dei suoi figli illegittimi. Dello svarione che hanno preso tanti “giovani scrittori”. Carver è un prodotto semplice, non tanto nell’imitazione pedissequa, ma nelle sue infinite declinazioni, delle sue varianti parziali, delle parodie involontarie.
Io sono quello che ha il negozio di liquori in rue du Bac. Il mio non è certo un negozio dozzinale, che venda a un pubblico qualsiasi liquori di dubbia qualità. No. Il mio è un esercizio di classe. Lo si vede subito, entrando: la qualità dei legni che lo arredano, le scansie stagionate, lucidate, incerate con cura. Le tendine, a fare da quinte per la rappresentazione della vetrina allestita. Ho un mobilio sobrio e ben disposto, anch’esso di legno, scuro, con venature calde, bronzee.
