State a casa a fare i compiti #2

28 ottobre 2003
Pubblicato da

di Federica Fracassi e Jacopo Guerriero

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Ecco qui la seconda e ultima parte della nostra intervista a Daniele Luttazzi

Molti comici sostengono che i politici rubano loro il mestiere. Quali sono i perché della satira, oggi?

Si può ancora fare satira oggi, su tutti.

Quello cui accennate voi è un argomento molto milanese, è una cosa che ho sentito dire già da Paolo Rossi, da Ovadia.
Bossi fa il comico, Berlusconi ci toglie il mestiere…”.
No.
Questi personaggi utilizzano la barzelletta – cioè il luogo comune – per distrarre, generalizzare. Il comico fa esattamente il contrario. La satira è un punto di vista unita a un po’ di memoria. Il punto di vista ce lo metti tu (quindi è ovvio che devi avere anche una formazione, una tua moralità). La memoria, invece, significa ricordare nomi, cognomi e fatti, cui fai seguire un tuo commento. Questo, oggi, in TV non viene accettato. Quando facevo Satyricon, Dario Fo è venuto ospite e ha spiegato in modo illuminante la differenza tra sfottò e satira. In TV, oggi, viene accettato solo lo sfottò: la parodia bonaria, la caricatura, l’imitazione.
Fiorello che imita La Russa è sfottò, non è satira. Non a caso Saccà, ex direttore della RAI, più volte ha ripetuto: “Fiorello è il più grande autore satirico che l’Italia abbia in questo momento”. E’ un tentativo di turlupinare tutti quanti, ovviamente. Fiorello è un bravissimo intrattenitore, forse il più versatile in assoluto, oggi. Ma quella che fa non è satira.
Idem “il cavaliere mascarato” di Striscia la notizia. E’ sfottò, non è satira.
Lo sfottò è reazionario. Non cambia le carte in tavola, anzi, rende simpatica la persona presa di mira. La Russa, oggi, è quel personaggio simpatico, con la voce cavernosa, il doppiatore dei Simpson di cui Fiorello fa l’imitazione. Nessuno ricorda più il La Russa picchiatore fascista. Nessuno ricorda gli atti fascisti e reazionari di questo governo in televisione.
Che Ricci dica: “Io faccio satira” è una cosa sciocca. Fa finta di non sapere, miliardario e saputo com’è, di essere una foglia di fico di Berlusconi, così dopo il Cavaliere può dire: “I nemici peggiori io ce li ho in casa”. Quando ne parliamo insieme Ricci mi dice: “Siamo diversi, tu fai una satira di riporto, di commento, mentre io faccio l’inchiesta, sono più giornalistico”.
Allora io rispondo che aspetto il giorno in cui farà una battuta feroce sul conflitto d’interessi di Berlusconi. Non accadrà mai…
La verità è un’altra ed è antica: il soldo corrompe. Fino alla mia intervista a Marco Travaglio uno poteva ancora lavorare a Mediaset e far finta di non sapere. Berlusconi, fino al ’99, diceva tranquillamente che di All Iberian non sapeva nulla. Oggi, invece, le sentenze ci sono, si sa benissimo tutto quanto e per le persone intelligenti come Ricci è del tutto evidente perché Berlusconi sta al governo.
Se tu, oggi, continui a lavorare a Mediaset, da comico, vuol dire una cosa sola: vuol dire che sei complice. L’appello che si impone a questi autori, che si dicono di sinistra e che continuano a lavorare lì è cruciale: smettete di fare le foglie di fico!
Striscia la notizia, Le Iene, la Gialappa’s stessa…tutti autori di sinistra che in realtà guadagnano miliardi lucrando con una rete di Berlusconi.
E’ troppo comodo.

E’ per questa tua intransigenza che vieni considerato il più cattivo di tutti? Biagi e Santoro prima o poi li rivediamo in onda… su di te siamo scettici!

Io lo sono anche al loro riguardo. Finchè non li rivedo in video non ci credo.
Il vero problema è che io ho dimostrato che in TV è possibile fare programmi d’ascolto anche con persone non ricattabili. Io non sono per nulla ricattabile.
Non appena venne fuori la famosa intervista a Travaglio, Il Giornale di Paolo Berlusconi (ricordiamo chi è il personaggio: uno che, nella vicenda di Cerro Maggiore, ha patteggiato per cento miliardi pur di non finire in galera) pubblicò la mia dichiarazione dei redditi. Cercavano la magagna, ovvio.
Ma io sono libero, non ho mai fatto cose in nero, ho sempre pagato le tasse, possono tranquillamente cercare. Perché so benissimo che se sei ricattabile certe cose non puoi farle, non sei libero fino in fondo. Invece io lo sono.
Quando viene una persona ospite in un mio programma io non mi sento condizionato. Non sono lì perché mi ci ha messo un partito politico.
Non è vero ad esempio, come si è detto più volte, che Satyricon era stato organizzato apposta prima delle elezioni. Il programma di satira di “quella famosa campagna elettorale” era l’Ottavo Nano. Io ero l’outsider. Io ero andato da Freccero già un anno prima, con il programma già scritto (tredici puntate), tutto fatto tranne i monologhi sull’attualità. A lui l’idea era piaciuta e quindi, già da allora, mi aveva detto: “Un programma già scritto? E’ la prima volta che mi capita in quarant’anni. Ok, si fa”.
Io ho invitato nel mio programma, per mesi, non solo Berlusconi, ma anche D’Alema. Io avrei fatto domande libere anche a lui. Ma naturalmente nessuno dei due è venuto.
Loro vanno da Vespa, da Costanzo. Gente che è effettiva al sistema, un sistema che si chiude a riccio quando sente il pericolo, il corpo estraneo.
Un tipo di programma come Satyricon creava un doppio imbarazzo: da una parte era un programma televisivo libero, senza filtri se non l’intelligenza del pubblico, e la gente se ne rendeva conto con un effetto straniante. (C’era gente che mi telefonava e mi diceva: “Grazie Daniele, per venti minuti ho creduto di vivere in un paese senza censure”).
Dall’altra i lavoratori del settore si sentivano spiazzati. Io facevo quel genere di domande che loro si sognano di poter fare, ma sanno benissimo di non essere in grado di farle…e infatti non le fanno.
A quel punto cosa è successo? Che il sistema mi ha preso e mi ha rimosso. Molto semplicemente, mi hanno impedito l’accesso.
Io, da sempre, anche dopo il proclama bulgaro di Berlusconi, ho continuato ad insistere per poter tornare a lavorare in RAI, per avere una mia striscia di dieci minuti dopo il telegiornale. Prima di parlare ho voluto toccare con mano, realmente, com’è la situazione della censura in Italia.
Sapete che risposta mi danno oggi quando io offro un mio programma? “Non ci interessa”.
A loro non interessa un progetto serio, che potrebbe realmente dare fastidio a Striscia la Notizia. Dieci minuti, tutti di battute sull’attualità… diventerebbe una droga…
Niente. Non interessa. E’ che gli è comodo avere lì Striscia.
Recentemente ho sentito Ruffini di Rai 3 e lui mi dice che faranno satira con la Guzzanti. Anche Berlusconi ha dichiarato all’epoca: “Mi piace sentire la Guzzanti, non mi piace sentire Luttazzi”. A Sabina questo dà molto fastidio ovviamente, perché in realtà Berlusconi la sta strumentalizzando e non c’è niente di peggio per un comico satirico. In realtà Sabina e Corrado sono i migliori a fare lo sfottò e nel loro caso il rischio è davvero forte, perché giocano sui tic personali, sui cavilli psicologici del personaggio, ne rendono la megalomania, anche se non ricordano gli atti.
Ma gli atti vanno ricordati.

Con questo spettacolo con cui sei in tournée, Sesso con Luttazzi, puoi reagire?

Al potere il teatro non interessa. E’ come i libri. E’ irrilevante. Da un certo punto di vista, anche se è triste, il ragionamento non è sbagliato. Con Satyrycon facevo sette milioni e mezzo di spettatori, con uno spettacolo teatrale, per arrivare a queste cifre, quanto tempo impiegherei?
E non è finita qui: loro controllano i mezzi di comunicazione e in questo modo, se non viene data notizia del tuo spettacolo, a teatro tu non esisti.
In quanti si chiedono perché, oggi, con il mio spettacolo che apparentemente non fa satira politica, vengo al Franco Parenti mentre prima ero sempre allo Smeraldo? Chi lo sa, davvero, cosa sta succedendo in questa città?
Però non vorrei sembrare troppo triste. Al contrario, per me, questi sono tempi entusiasmanti, mi danno motivazioni di continuo. Perché mi dico: “Porca miseria da me non passano!”. E poi incontro te, Federica, e te, Jacopo, e mi dico: “Neanche da voi passano”. E andiamo avanti così, stiamo a vedere cosa succede…

Quanto conta il tuo corpo in scena? Il più delle volte sembra sottratto. Ci hai fatto venire in mente il bunraku, questa forma arcaica di teatro giapponese, dove un’ enorme marionetta viene manovrata da almeno tre uomini. L’uomo che manovra il bacino e il volto della marionetta è il più bravo, è talmente bravo che non si vede più il suo corpo, si guarda solo la marionetta.

E’ così.
Io vivo una mitologia personale del comico: il comico deve semplicemente dire sì alla comicità e deve essere un tramite perché la comicità si manifesti. Anche per questo do grande rilievo alla tecnica: se venite a vedere il mio spettacolo domani, troverete gli stessi gesti calibrati di oggi. Esattamente.
La maggior parte dei comici che tu vedi, invece… Loro utilizzano la comicità per uno scopo personale, per diventare famosi. E’ la differenza più grossa di questo mondo: per me la comicità è una vocazione.
Prima parlavamo di Milani. Un altro dei grandi ed insospettabili teorici della comicità, con cui è possibile fare questi discorsi da iniziati, è Raul Cremona. Un altro ancora è Francesco Salvi. Con Raul non mancano le divergenze, ma c’è sempre grande stima. Lui ha una straordinaria tecnica da entertainement americano. Me lo ricordo quando faceva Domenica In con Frizzi. Lui, da comico, riusciva a pensare in anticipo tutte le variazioni possibili che sarebbero accadute in scena. Il presentatore era completamente inadeguato, lo considerava un impiastro che dava fastidio, la sua grande generosità di comico non veniva riconosciuta. Frizzi avrebbe dovuto semplicemente affidarsi a Raul e lui avrebbe portato a termine il tutto molto più brillantemente che senza l’intervento di una spalla.
Tornando, però, con maggior rigore alla domanda che mi facevate va detto che sì, certo, avete ragione, il mio corpo è spossessato, in scena non sono più io. Per me è evidente. E’ che alla base c’è un ritiro della volontà in nome di un qualcosa di più grande, la comicità appunto.

Le parole invece quanto contano? Come incontri i gusti del tuo pubblico? Certe volte sembri mirare ad uno shock.

Le parole contano molto. Perché la comicità è una ringhiera sull’abisso. La gente ride perché tu, per un attimo, le mostri questo abisso, ma poi anche devi riportare a casa il pubblico e insieme si può ridere per lo scampato pericolo. Questo tipo di operazione è ovvio che lo puoi fare dopo mezz’ora che parli con gli spettatori, prima no.
Qualche volta nei bis mi piace lasciare lo spettatore nell’abisso, trasformo tutta l’energia calda in fredda, congelo i miei spettatori. Ci deve essere, di personale, una certa perversione e una conoscenza della tecnica.
Per me la parola è fondamentale, dunque, anche in questo spettacolo.
La scelta è precisa: qui la parola scientifica (pene, vagina, clitoride, tessuto intramuscolare spugnoso) mantiene altissimo il livello della discussione, perchè non voglio che il pubblico venga portato a pensare che la materia crassa significhi banalizzazione dell’argomento.
Bisogna guardare ai grandi. Prendiamo le lettere di Mozart alla cugina: sono piene di riferimenti alla merda, al piscio, alla vagina, al sesso… Poi senti la sua musica e, come nel film, dici: “Quest’uomo è Dio”. La verità è che non c’è contraddizione: non può esistere nessuna altitudine d’ispirazione se non sei una persona sensibile e, se sei una persona sensibile, il corpo si impone con la sua evidenza.
Io faccio l’ottovolante tra altissimo e bassissimo, tra infinitamente grande e infinitamente piccolo, tento di svolgere una funzione di educazione, mi viene da dire, svergino l’immaginario delle persone in modo consapevole.

In questo spettacolo tu compi un’elevazione del sangue mestruale…

Giusto! Alludevo proprio a questo. E’ una cosa che la gente vede, apprezza, di cui ride, ma non si rende conto di che potere d’eversione ha quel gesto. Lì convergono tutte le mie ricerche sulla religione.
Noi sappiamo che nella Bibbia viene narrata come vincente una religione di tipo patriarcale–ebraico rispetto a una religione di tipo matriarcale, propria invece dei Cananei. Nella religione patriarcale è il serpente ad essere il simbolo del male, nella religione matriarcale, invece, il serpente significa fertilità, vita. La Bibbia celebra la vittoria della religione patriarcale su quella matriarcale.
Il sangue mestruale per me significa religione della madre. Nella messa si eleva il sangue del Figlio, qui io, invece, alzo il sangue della Madre. Io creo uno stravolgimento antropologico della religione, che tu vivi sotto forma di parodia ma che poi, quando torni a messa, senti davvero come tale.

Veniamo alle domande migliori. Cosa si prova a essere un sex symbol?

(ride) Vergogna… vergogna.

(A questo punto Federica ha l’ardire di porre una domanda da cui Jacopo, prontamente, si dissocia)
Anch’io sono poligama. Mi sposi?

(ride di nuovo) Bisogna organizzarsi…

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7 Responses to State a casa a fare i compiti #2

  1. franz krauspenhaar il 29 ottobre 2003 alle 10:36

    Bella intervista, complimenti!
    Franz

  2. Tiziano Scarpa il 29 ottobre 2003 alle 12:17

    Anche a me ha colpito moltissimo. Grazie

  3. Jacopo Guerriero il 29 ottobre 2003 alle 19:04

    Grazie per i grazie, davvero. Credo che Daniele sia un uomo coraggioso e intelligente, in questo momento c’è bisogno di persone come lui..

  4. Raul Montanari il 30 ottobre 2003 alle 00:48

    Luttazzi mi piace moltissimo.
    Trovo interessanti due cose nell’intervista: la distinzione fra satira e sfottò, e la catalogazione di Corrado Guzzanti sotto l’etichetta dello sfottò.
    La distinzione secondo me meriterebbe di essere parametrata: proviamo a citare due, tre elementi che distinguono in modo sicuro la satira dallo sfottò?
    Se guardiamo la compagnia del Bagaglino è evidentissimo che non stiamo guardando satira, e basta il fatto che i politici benevolmente presi in giro stanno seduti in teatro, in prima fila; ma se si dovesse entrare dentro il meccanismo di quel tipo di comunicazione, come definiremmo le linee generali del suo funzionamento? La dicotomia satira-sfottò ha a che fare con l’antitesi comicità-ironia?
    Questo per introdurre il secondo punto.
    A me non piace che i fratelli Guzzanti vengano citati insieme, perché trovo Sabina Guzzanti debolissima (per non parlare della terza sorella). Trovo Corrado di un’energia incredibile, ai limiti della follia, del deragliamento, mentre Sabina non mi ha mai fatto né ridere né riflettere.
    Eppure Luzzatti ha ragione a dire che nella satira di Corrado Guzzanti c’è un difetto di “fatti”; in un certo senso Sabina, nelle sue caratterizzazioni, è più ancorata a questi “fatti”. Si traveste da Berlusconi e fa riferimento esplicito alle sue promesse elettorali, per esempio, mentre il piduista di Guzzanti, o il suo mafioso, per non parlare del personaggio della saga “Fascisti su Marte”, parte da un intento satirico ma lo travolge con la comicità.
    Guzzanti è plautino, è incontenibile, a volte è perfino crasso. Perché a me, e non solo a me, piace centomila volte più di sua sorella?
    Non può darsi che la comicità vera, anche la comicità politicamente incisiva, consista proprio in questo, nel tradire deliberatamente un referente/contenuto e tuffarsi nel mare delle associazioni libere?
    Non può essere che Corrado faccia comicità e Sabina faccia ironia?
    Forse anche Luttazzi fa ironia, cioè è fortemente ancorato al punto da cui parte; ma Luttazzi lo trovo forte e Sabina debole.
    E’ un semplice problema di bravuta, di qualità? O c’è la possibilità di trovare elementi di giudizio e di distinzione più preicisi, più nominabili, di utilizzo immediato?
    Credo che queste questioni possano essere interessanti per introdurre dei distinguo all’interno della condanna un pochino generica del “comico” che è stata fatta in NI quest’estate: naturalmente era una condanna che si appuntava soprattutto verso il comico come categoria dell’entertainment, e come tale ampiamente giustificata; però forse potrebbe ora essere articolata meglio.

  5. Gabriella Fuschini il 30 ottobre 2003 alle 01:50

    Leggendo l’intervista e poi i commenti, mi è venuto in mente lo spettacolo della Guzzanti il mese scorso durante il fesival de l’unità o di rinasita, non ricordo. In quell’occasione Sabina fece un attacco a quelli di Striscia facendo appunto la distinzione tra sfottò e satira e sottolineando molto bene quale fosse l’importanza di stare ai fatti. Riportava esattamente l’argomentazione qui fatta da Luttazzi. Ricordo di aver provato un sottile fastidio quando,dopo aver aver messo l’accento sullo sfottò del “cavaliere mascarato”, aveva iniziato la sua parodia di Berlusconi: non mi convinceva, c’era qualcosa di stridente nella sua “satira”…forse sta proprio qui la sua debolezza. Luttazzi ti lascia l’amaro in bocca, come dice lui ti “congela”, allo spettacolo della Guzzanti mi sono sentita parte della messinscena, una strana sensazione di far parte di una folla ammaestrata, che rideva con il consenso del potere…

  6. Fuster il 30 ottobre 2003 alle 21:15

    Io credo che Luttazzi sia molto bravo. A tratti però è un po’narciso. Io faccio, io disfo, gli altri fanno sfottò io faccio satira…un po’altezzoso il tipo. Quella di Luttazzi è certamente una comicità intelligente, ma se è vero che è più mordace della comicità di un Guzzanti è altrettanto vero che mi fa ridere molto meno…e ridere è cosa buona. Quando si fa la satira è sicuramente importante non perdere mai di vista il proprio obbiettivo, cioè quello di denunciare i soprusi dei potenti, però è altrettanto vero (almeno secondo me) che essa è sempre e comunque un’espressione creativa e che l’attore satirico se è bravo sa dar vita a dei mondi, dei personaggi, delle storie, quando fa satira. Per esempio è vero che Corrado Guzzanti a volte crea delle caricature di certi politici che finiscono per starti simpatiche, ma sono appunto le caricature a essere simpatiche non i politici. Assistere a delle rappresentazoni abnormi e grottesche dei politici, se fatte bene, sul momento ti fanno ridere e te li fanno quasi sembrare simpatici, ma poi passata la grassa risata che ci sta tutta, la riflessione su quello che c’è dietro quella grossa carnevalata viene fuori se non sei completamente anestetizzato dal potere, anche se questo purtroppo accade a molti e non certo per colpa degli sfottò. E poi la differenza tra Guzzanti e Fiorello si vede eccome. Fiorello è solo un grosso intrattenitore da festaccia paesana, mentre Guzzanti è un’artista e su questo non ci piove.
    Convengo, peraltro, assolutamente con Luttazzi sul fatto che Striscia sia un programma estremamente funzionale alle logiche comunicative Berlusconiane perché oltre al terribile spargimento di tette e culi (vedi veline) di cui si rende protagonista, in esso è dominante la ricerca dell’audience. Ci sono poca creatività vera, poco rischio e inventiva nelle battute e nelle soluzioni comiche, tanto che il suo difetto principale (scusate se sono ripetitivo) è che non fa per niente ridere. Sui comici che lavorano a mediaset non so che dire. Sarebbe bello se piantassero tutti berlusconi, ma primo questo non lo danneggerebbe granché (se ne troverebbe altri magari peggiori ma che gli garantiscono uguale audience) e poi onestamente non me la sento di chiederglielo..non mi piacciono i facili moralismi e la realtà è molto più complessa di qualsiasi utopia, anche se di utopie non smetterò mai di vivere. Un saluto a Jacopo e una domanda: «Perché ti dissoci? Non è ora di fare un pensierino agli sponsali? (sono bastardo dentro eh? Scherzo…e lo sai perché mi conosci bene. Ciao).

  7. Jacopo il 30 ottobre 2003 alle 23:44

    Credo abbia ragione Raul quando dice che Luttazzi è un ironico, o meglio, io direi, è schlegelianamente ironico, nel senso che passa da un piano all’altro rigettando volutamente ogni spirito sistematico -ma con una dose di perversione e lucidità del tutto inedite- .
    Può anche essere visto come un “freddo”, ma mi sembra che questo aspetto venga in lui calibrato dalle prese di posizione comunque lucide ed estreme che, personalmente, amo molto.
    Luttazzi ha il coraggio di essere velleitario ma pure integralista, come oggi lo sono in pochi. L’ancoraggio al dato reale è però costitutivo della satira,il salto dei piani (ruotazione senza l’asse ma con un pensiero solido) deve partire da lì.. Corrado Guzzanti (come dicono sia Raul che Fuster) è più efficace in termini comici proprio perchè è più “espressionista”, ovvero i legami con il dato di partenza sono per lui più leggeri. Tecnicamente (ma certo la distinzione non è in questo caso fondamentale)Corrado fa più sfottò che satira, questo mi sembra chiaro.
    Quanto alla questione che sempre Raul introduceva provo una definizione per via negativa: forse un primo metro di giudizio per il comico (che però a priori rifiuta i metri)potrebbe essere proprio la capacità di eversione rispetto allo schema dell’entartainement.Il suo grado atrabiliare, ipponatteo..
    Chiudo con un p.s. tutto per Fuster. Gli sponsali al loro tempo..c’è tempo…un gran tempo (aha, come direbbe Edgar)