di Andrea Inglese
Di fronte ai commenti che l’attacco di Israele al Libano ha suscitato nei nostri canali d’informazione l’impressione è quella di concorrere al rafforzamento di un dogma culturale che è tanto ottuso quanto nocivo. Un simile dogma culturale è già emerso negli ultimi anni a proposito della politica del governo statunitense. Ogni critica risoluta alle opzioni di politica estera o interna del governo statunitense avanzate in un dibattito pubblico in Italia, e spesso anche in altri paesi europei, è immediatamente definito da qualcuno come una manifestazione di “antiamericanismo”, ossia come una forma di pregiudizio idiosincratico e ingiustificabile. Ciò accade o rischia di accadere anche oggi, quando qualcuno critica risolutamente la politica estera israeliana.
Un saggio di come si costruisce e rafforza tale dogma ce lo fornisce Magdi Allam sul Corriere della sera del 19 luglio. La catena argomentativa è in fondo semplice: chi critica Israele, anche prudentemente, legittima l’azione terroristica di Hezbollah a cui Israele risponde. Chi legittima Hezbollah, di conseguenza, legittima la volontà di cancellare il diritto ad esistere dello stato israeliano. Ciò significa, quindi, che una critica nei confronti del governo israeliano è sempre una critica al diritto di Israele di esistere. È quindi chiaro, in quest’ottica, come ogni risoluta critica alla politica israeliana cada sotto il sospetto di antisemitismo. E sappiamo anche come tale accusa sia ben più infamante di quella di “semplice” antiamericanismo.
Il presupposto di fondo di questa costruzione dogmatica è poi solo uno: ogni altra risposta che non sia di pura e schiacciante potenza militare nei confronti dei propri nemici, siano essi i militanti palestinesi di Hamas o quelli libanesi di Hezbollah, non può che manifestare un atteggiamento di debolezza, e la debolezza non può che condurre ad un nuovo e terribile sterminio. Non sono un analista politico, ma non credo alla bontà di quest’ipotesi. Questa ipotesi non può reggere nel corso tempo. Innanzitutto, usare come unica arma politica il terrore contro il terrore, come Israele sta facendo in Libano, non può portare alla pace. Ma come i molti governi israeliani nel corso di ormai sessant’anni hanno dimostrato nei confronti della questione palestinese, non è la pace il vero obiettivo, ma quel grado accettabile di “sicurezza” che una potenza occupante può garantirsi nei confronti di un paese occupato.
Ciò che comunque non si può ignorare, essendo sotto gli occhi di tutti, è che l’azione terroristica per scopi politici è legittimata tanto da Hezbollah quanto da Israele. Ma non è su questo punto che mi voglio soffermare, bensì sull’idea che sembra indiscussa nelle classi dirigenti israeliane. Queste ultime pensano che se il loro stato non sarà in grado di “pestare molto più duro dell’aggressore”, allora esso dovrà soccombere. Ma nei confronti delle reazioni di Israele alle aggressioni terroristiche si percepisce una costitutiva ambiguità: da un lato, il carattere simmetrico, ma sempre di potenza distruttrice ben maggiore, della reazione militare israeliana, che non risparmia bambini, donne e anziani innocenti, è giustificato in nome della “sicurezza”; dall’altro, emerge, spesso persino dichiarata, la pura e cieca volontà di rappresaglia: “per ognuno dei nostri che muore almeno dieci dei vostri”. La rappresaglia, però, come la storia insegna, non ha mai garantito duratura sicurezza nelle file degli eserciti o delle organizzazioni che la praticavano. Chi la esercita, invece, sprofonda inevitabilmente nella barbarie, mentre in chi la subisce non fa che alimentare l’odio e il sogno di una sanguinaria rivalsa.
L’azione terroristica esercitata da organizzazioni come Hezbollah non ha minimamente la pretesa di distruggere lo stato israeliano, di vincerlo, di cancellare Israele dalla carta del Medio Oriente. Essa vuole minare, in una contesa idealmente infinita, ogni pretesa israeliana di aver vinto stabilmente una guerra, di aver garantito militarmente la sicurezza nei confronti dei suoi cittadini. Da parte israeliana, l’azione terroristica è vista come l’unica soluzione per garantire la sicurezza dei propri soldati o dei propri cittadini dalle minacce dei suoi nemici politici. Ma l’obiettivo di Israele non dovrebbe essere la realizzazione di un’eterna contesa con le organizzazioni terroristiche che la minacciano. Accettare l’eterna contesa significa infatti rinunciare proprio a quella “sicurezza” che rappresenta il motivo principale di una politica di rappresaglia militare. (A meno che i vertici dello stato israeliano ragionino in un’ottica di politica esclusivamente bellica, dove è del tutto legittimo aspettarsi un costante, seppure ridotto al minimo, sacrificio di vite umane da parte dei propri cittadini.)
Non riesco a credere che la salvezza dello stato di Israele sia affidata alle stragi di civili in Libano né ad un’ennesima occupazione territoriale. Le guerre che Israele doveva vincere per assicurarsi di fatto la propria esistenza di stato sovrano in Medio Oriente sono già state vinte. Ora non rimane ad Israele che l’opzione di un’eterna contesa con organizzazioni terroristiche che mai avranno la potenza militare di uno stato sovrano, e mai quindi potranno subire una definitiva sconfitta e firmare una pace duratura, oppure la possibilità di ridiscutere criticamente e non dogmaticamente quegli assunti di politica estera che paiono fino ad ora indiscutibili. Il primo passo per aprire nuove possibilità reali, soluzioni politiche per ora impensabili, passa per l’esercizio dell’autocritica. Israele, come dimostra nuovamente, è uno stato sufficientemente potente, solido e coeso per potersi consentire l’autocritica senza assimilarla all’autodistruzione. Allo stesso modo, la critica diretta alla dirigenza israeliana non è una distruzione invocata nei confronti della società israeliana.
Per una minoranza di israeliani questo discorso è del tutto pacifico. Ma non per questo è facile da fare. In il manifesto del 20 luglio leggo un’intervista a Itzik Shabbat, produttore televisivo di 28 anni, che è stato chiamato come riservista dall’esercito israeliano. Shabbat è un obiettore di coscienza, un caporale che ha già rifiutato nel 2002 di servire nei Territori Occupati. Un cosiddetto refuseniks. E oggi, dopo aver ricevuto la convocazione dell’esercito impegnato nelle operazioni contro in Libano, fa sapere che si rifiuterà nuovamente di entrare in servizio, a costo di rischiare l’incarcerazione.
A conclusione dell’intervista, a Shabbat viene chiesto:“Non pensi di andare contro al tua paese rifiutando di servire nell’esercito?”. Riporto per intero la sua risposta.
“Il patriottismo è un’arma molto sofisticata qui in Israele.Ma in questo non c’è niente di sano in una società patriottica. La gente crede che essere patriottici ci renda cittadini migliori ed in questo cadiamo nello stesso tranello degli americani che credono si debba sempre servire il paese. Ma è il paese che deve servirci, che deve mantenere una società sana. Non si può adorarlo, idealizzarlo. Non si può pensare di morire per il paese.Dovreste vedere cos’è la stampa qui in Israele. Non c’è mai modo di avere un’opinione diversa, non c’è accesso a quella che è la versione del nemico. E si rischia di venir accusati di tradimento per una semplice intervista alla stampa estera, come questa.”
Importanti intellettuali israeliani come Oz, Grossman, Yehoshua, si sono pronunciati in favore di questa nuova “guerra giusta” da parte di Israele. Ma altre notizie ci dicono che esistono israeliani che manifestano contro questa guerra e che non condividono la politica di Olmert. In un sondaggio apparso lunedì 17 sul quotidiano Yediot Aharanot, l’86% delle persone intervistate pensano che l’offensiva nei confronti del Libano sia giustificata, ma il 14% si dichiara contraria ad essa (Le monde, 20 luglio 2006).
È nell’interesse stesso di Israele che si apra la possibilità di rimettere radicalmente in discussione quello che oggi appare un consensuale avvallo dell’azione terroristica come legittimo strumento dello stato. È evidente che tutti gli stati sovrani che si proclamano campioni nella lotta al terrorismo, siano essi gli USA o la Russia, dovrebbero per prima cosa riconoscere apertamente e discutere la propria opzione di un terrorismo al servizio dello stato, di un terrorismo al servizio della democrazia.
Nel caso specifico di Israele, poi, la questione è anche più urgente. Trovare una linea politica incentrata sul negoziato e il compromesso, e non sulla semplice riposta militare, è lungimirante per un altro importante motivo. Gli Stati Uniti non saranno in eterno la superpotenza egemone del pianeta. Il loro declino è già agli occhi di molti inequivocabile. Ma ciò vale anche per Israele. Nessuno potrà garantire in eterno ad Israele la superiorità schiacciante in termini militari che ora può vantare nei confronti delle altre nazioni mediorientali. La pace duratura con i palestinesi comporterà per gli israeliani dei sacrifici ben più importanti di quelli realizzati finora da una piccola minoranza di coloni estremisti. Ma tale pace, in quanto veramente tale, andrà a sostituire quella “accettabile sicurezza” che ha già messo in conto, assieme alle rappresaglie, anche il sacrificio dei propri civili innocenti. E sopratutto garantirà Israele nell’imprevedibile futuro, a cui l’attuale dirigenza, certa oggi della propria potenza bellica, crede non valga la pena neppure pensare.
Uscire dal terrorismo significa, infatti, uscire da quella logica dell’“eterna contesa” che non può giustificarsi che da un punto di vista fideistico e religioso. L’estremismo religioso, infatti, non è interessato ad una “laica” vittoria sul campo, ma alla possibilità di guadagnarsi, attraverso il martirio, una singolare salvezza nell’al di là. Uno stato laico che accetti questa logica non può che essere perdente, in quanto esso non combatte per la salvezza delle anime ma per la sicurezza dei corpi. È bene dunque che esso porti i “martiri” a lottare su un terreno propriamente politico, fatto di scambi e negoziati, di compromessi e risarcimenti. Non sarà insomma il terrore militare, fatto di bombardamenti che annientano i corpi, a sconfiggere la logica della guerriglia religiosa, che accresce cupamente la sua gloria nell’elenco delle vittime, le proprie innanzitutto. Ogni successo dell’esercito israeliano nell’esercizio dell’omicidio politico, è nel contempo un successo dei nemici sopravvissuti, che hanno conquistato un nuovo martire, un onore ulteriore di fronte all’immutabile incoraggiamento che viene dall’al di là.
A questa “eterna contesa”, Israele non può che sfuggire accettando l’idea di un “negoziato ininterrotto”, finché non si giunga al punto di compromesso politico accettabile per entrambe le parti coinvolte. (E ciò ovviamente inficia come meramente “fittizia” ogni soluzione come quella di Sharon, basata su ritiri o concessioni “unilaterali”. Non ci sarà nessuna soluzione politica unilaterale.) Tale compromesso, ovviamente, non potrà avere altro scopo che la nascita di uno stato palestinese realmente sovrano e non mutilato. Perché è ancora di questo che si tratta, ed è ancora di questo che si deve parlare.









151 commenti
Andrea, ti è sfuggito un dettaglio non irrilevante: la rappreseglia infinita alla quale Israele si presta per manifestare di essere il più forte ha anche l’obiettivo di espandere i confini di stato, come è sempre avvenuto dalla nascita di Israele. Non mi pare obiettivo tanto insignicante: per tale obiettivo si può sacrificare molto.
Comunque io vorrei chiedere:
Se per Israele “per ognuno dei nostri che muore almeno dieci dei vostri”,
se anche per gli intellettuali progressisti Oz, Grossman, Yeoshua la guerra al Libano, così come è condotta, è giusta, se in Israele ” Non c’è mai modo di avere un’opinione diversa, non c’è accesso a quella che è la versione del nemico. E si rischia di venir accusati di tradimento”, se il popolo israeliano condivide la politica terroristica di Israele all’86% e i suoi rappresentanti in Parlamento al 100%, se - aggiungo io - in Italia, e credo anche all’estero, le comunità ebraiche organizzano manifestazioni a favore del cosiddetto diritto di Israele di esistere “difendendosi” anche distruggendo il Libano e in generale ogni vita di nazioni ostili (arabe), mi chiedo quanto manca a dire che gli israeliani, in gran maggioranza, sono come i nazisti, e che gli ebrei della diaspora li assecondano.
E se in gran parte sono come nazisti o terroristi, mi chiedo cosa ci sia di male oggi nell’antisemitismo: solo per rispettare quel 10-20% di ebrei capaci di criticare il terrorismo di stato israeliano, capaci di dispiacersi per l’immane uccisione di vite arabe?
Chiedo.
Lorenz
Tante parole hai scritto, troppe perchè possa decidermi ad analizzarne i punti più o meno validi e più o meno poveri senza andare a “sentimento” come mio solito, perdendo in credibilità. Eppure, “a sentimento” qualcosa non mi torna. In primo luogo, pare che Israele sia lì a beneficio di se stessa - cosa storicamente falsa. Israele non “si difende”, non “prende iniziativa”, Israele piuttosto “partecipa” di politiche esterne, di politiche private, tenendo in ostaggio la propria popolazione e quella che le sta intorno. Tutto il resto è conseguenza. In secondo luogo, l’innocenza -definitivamente perduta con questa guerra, e per fortuna, a livello di immagine - l’ha persa ogni giorno un’intera generazione di ragazzi e ragazze costrette a puntare M16 su mandrie di civili in transito ai check-point per ore ed ore. Sono stati plagiati, certo, da un’istruzione orientata al “mondo che ci vuole male”. Ma l’esistenza stessa dei refusenik non consente a nessuno una fuga dalla colpevolezza, dalla connivenza.
E poi:
- Uscire dal terrorismo significa, infatti, uscire da quella logica dell’“eterna contesa” che non può giustificarsi che da un punto di vista fideistico e religioso. -
Uscire dal terrorismo di chi? Da quello di Stato o da quella resistenza propriamente detta? Perchè questo termine? Logica dell’eterna contesa? Perchè in Iran vivono diversi ebrei senza avere (apparentemente) problemi?
- L’estremismo religioso, infatti, non è interessato ad una “laica” vittoria sul campo, ma alla possibilità di guadagnarsi, attraverso il martirio, una singolare salvezza nell’al di là. -
Questo “estremismo religioso” sta solo nella tua testa e in quella di pochi altri sfigati, è bene che tu lo sappia. Non partecipare con queste cacciate da teleantropologo di massa al calderone del chiacchiericcio da tg2. L’”estremismo religioso”, almeno quello palestinese, almeno quello con cui ho avuto a che fare, è molto meno del tifo (legittimissimo) ad una finale dei mondiali e, soprattutto, molto più recente.
Israele ha torto, torto marcio, ingiustificabile. E sarà costretta a scontarlo, a pagarlo tutto. Non ora, non qui.
PS: in mezzo a tutto quello che si scrive, tutti in grado di parlare, tutti maestri, tutti con in mano i mazzi delle cause e delle ragioni, ho trovato solo una cosa degna davverro d’esser letta:
http://khalasnews.splinder.com/post/8747776
te la consiglio.
Andrea, hai scritto: “L’azione terroristica esercitata da organizzazioni come Hezbollah non ha minimamente la pretesa di distruggere lo stato israeliano, di vincerlo, di cancellare Israele dalla carta del Medio Oriente”.
Nei giornali leggo che Hezbollah è spalleggiato, aiutato, finanziato da Siria e Iran. Sempre nei giornali leggo ripetute dichiarazioni del presidente dell’Iran, signor Ahmadinejad, secondo il quale (ottobre 2005) lo stato d’Israele «va cancellato dalla carta geografica».
Devo pensare che il signor Ahmadinejad stia facendo pretattica?
Scrivi anche: «Ma come i molti governi israeliani nel corso di ormai sessant’anni hanno dimostrato nei confronti della questione palestinese, non è la pace il vero obiettivo, ma quel grado accettabile di “sicurezza” che una potenza occupante può garantirsi nei confronti di un paese occupato». Ti propongo di modificare la frase in questo modo: «Ma come i molti governi israeliani nel corso di ormai sessant’anni hanno dimostrato nei confronti della questione palestinese, non è la vittoria il vero obiettivo, ma un grado accettabile di sicurezza».
Ossia: se lo Stato d’Israele cercasse davvero di vincere la guerra, potrebbe provocare reazioni alle quali non sarebbe in grado di opporre resistenza. Perciò lo Stato d’Israele non persegue la vittoria (che, soggettivamente, è il modo più proficuo di concludere una “pace”), ma si limita a garantirsi la sopravvivenza; rinuncia a esercitare la violenza definitiva, si limita a produrre una certa quantità di violenza quotidiana.
Domanda: la situazione, oggi, in presenza di dichiarazioni esplicite di voler «cancellare lo Stato d’Israele dalla carta geografica», è diversa dal solito?
Anch’io, come Mozzi, ho notato l’assenza dell’Iran dalla analisi di Inglese. Come se in uno scenario geopolitico complicato come quello mediorientale si potessero opporre da un lato la politica israeliana e dall’altro il terrosirmo, come se ci fossero sulla scena due attori soltanto. Gli attori, come sa anche un semplice lettore e osservatore purché attento, sono più d’uno, è ingenuo e semplificante non dirlo e mi sembra un grossissimo limite all’analisi, della quale apprezzo invece i toni pacatI.
Sono invece estremamente urtata dalle “domande” di Galbiati, che leggo non so perché (perché?) come insinuazioni e tentativi di manipolazione.
Dice Galbiati:
“se - aggiungo io - in Italia, e credo anche all’estero, le comunità ebraiche organizzano manifestazioni a favore del cosiddetto diritto di Israele di esistere “difendendosi” anche distruggendo il Libano e in generale ogni vita di nazioni ostili (arabe), mi chiedo quanto manca a dire che gli israeliani, in gran maggioranza, sono come i nazisti, e che gli ebrei della diaspora li assecondano.”
Qui si danno per assodate due cose non vere, 1° che Israele voglia “distruggere” il Libano e “ogni vita” di nazioni ostili, 2° che questo e non altro sia stato il nazismo.
Mi dispiace, Galbiati, ma questa è disonestà intellettuale, con la quale si peggiora e si aggrava ogni cosa, non la si analizza e non si contribuisce a migliorarla.
La mia opinione è che problema del diritto di Israele a esistere si collega storicamente al problema del diritto della nazione palestiense ad essere uno stato, cioè ad avere un territorio. Detto questo, e dando per scontato che abbiamo assistito al ritiro israeliano dai territori e quanto al Libano, che le dichiarazioni di Hezbollah non sono accettabili, occorre interrogarsi su due punti, che contribuiscono forse a rendere la situazione in quell’area del mondo non diversa dal solito (se la si considera dal punto di vista del ‘cosa si può fare dall’esterno’/diplomazia/Onu/UE etc.):
1) L’impossibilità o comunque la difficoltà per un ‘occidentale’ europeo o americano di condannare apertamente la politica militare israeliana e denunciarne le efferratezze, di fronte al costante richiamo/minaccia dell’antisemitismo che in molti settori dell’opinione pubblica diviene comodo strumento per porre in secondo piano gli eccidi dei ragazzini non prodotti da terroristi arabi (già la parola ‘eccidio’ farà sussultare qualcuno al televideo rai. ‘Reazioni sproporzionate’ è più corretto? Mah). E’ il tema trasversale del richaimo a ‘valori comuni’ per impedire il giudizio politico (un po’ quello che facevano Ferrara e acocliti ai tempi della guerra in Iraq, paragonando l’intervento degli ‘alleati’ contro Hitler/Saddam alla liberazione dell’Europa dal nazismo)
2) L’impossibilità di tentare nuovamente di promuovere una soluzione negoziata della questione palestinese (e di quella ‘libanese’,), mettendosi intorno a un tavolo, fino a quando l’amministrazione americana sarà quella attuale. Non è detto che con un ‘democratico’ alla presidenza si arrivi a nulla, ovviamente, ma questi al potere adesso sono assolutamente deleteri (Si è un’ovvieta, ma pace, me la sentivo e l’ho tirata fuori). Un saluto
Condivido gran parte dell’equilibrato discorso di Inglese, mi ha colpito per di più una frase che pare ovvia ma è rara:
“ La rappresaglia, però, come la storia insegna, non ha mai garantito duratura sicurezza nelle file degli eserciti o delle organizzazioni che la praticavano. Chi la esercita, invece, sprofonda inevitabilmente nella barbarie, mentre in chi la subisce non fa che alimentare l’odio e il sogno di una sanguinaria rivalsa.”
Questo coincide con la legge del karma, legge pressoché fisica perché ad ogni azione corrisponde una reazione.
Purtroppo siamo di fronte a politiche poco lungimiranti se non cieche da anni, sia quella israeliana sia quella americana. Quest’ultima veramente chiusa ed ottusa ( accompagnata da una simile & specchiata dell’URSS ) negli ultimi cinquanta anni ha causato danni enormi in tutto il mondo, con risultati più che visibili.
Col se non si fa la Storia, ma qui stiamo pagando tutti, tutti, il fio di una contesa atroce e ottusa che portò l’URSS ad appoggiare & finanziare senza limiti il nazionalismo arabo contro Israele, dimenticando che il primo politico a riconoscere lo stato d’Israele fu Stalin nel 1948, e gli USA a fomentare odio antiarabo in Israele con armi denari propagande.
Il quadro è fosco, confuso pieno di vie storte, vicoli bui e ciechi.
Un mio amico che abitò per più di un anno in Israele mi disse che io non potevo nulla giudicare di quella situazione se non avessi soggiornato per un bel po’ in quel paese.
Io mi domando: poiché gli hetzbollah tenevano postazioni armatissime in Libano sul confine israeliano perché il governo libanese lo ha consentito?
Ciò è forse avvenuto dopo il terribile assassinio di Hariri?
E’ l’attuale governo libanese impotente di fronte all’organizzazione Hetzbollah?
E’ ancora un governo in ostaggio alla Siria?
Ed ancora:
Se gli israeliani sapevano delle fortificazioni/postazioni Hetzbollah oltre il confine perché non hanno subito, di sorpresa bombardato solo quelle sia per terra che dall’aria?
Ed ancora mi rammarico moltissimo per la acre confusione riattizzata, speso ad arte, da più parti, spesso ignoranti o cialtrone, di antigiudaismo ed antisemitismo, la colpevole confusione di ebreo con israeliano.
Mario Bianco
@andrea
@lorenzo galbiati
@diego
Andrea scrive: “il sospetto di antisemitismo”.
Aspetto preoccupato i primi commenti, le prime reazioni.
E infatti la mazzata arriva, com’era prevedibile: “Mi chiedo cosa ci sia di male oggi nell’antisemitismo”. Allora penso che Galbiati stia scherzando, ma poi apro il suo blog e trovo: “buttatela pure nel cesso la Torah, che fate prima”. Galbiati, che dici, per protestare contro l’invasione israeliana in Libano andrai a farti un giro al ghetto di Roma come dopo il mundial?
Diego, invece, come al solito offre documenti, punti di vista, pareri spiazzanti che meritano di essere interpretati meglio. Mi riferisco al link del professore torinese, che sto leggendo. Quello che dice il professore, se ho ben capito, è che la questione israelo-palestinese si sbloccherà solo quando nuovi attori epocali entreranno nel grande gioco globale. Fino ad allora, per i palestinesi, qualsiasi chance, violenta o non violenta, è condannata al fallimento. La stessa tesi che mi ripete da mesi il mio amico Amed, irakeno di stanza a Roma. Se se movono i russi e i cinesi vedi…
Ma per non fare analisi futurologiche, previsioni accademiche al 2050, vorrei attenermi alla stretta attualità: “L’azione terroristica esercitata da organizzazioni come Hezbollah non ha minimamente la pretesa di distruggere lo stato israeliano, di vincerlo, di cancellare Israele dalla carta del Medio Oriente”, scrive Andrea. E come potrebbe? Lo sceicco Nasrallah non è ha la forza. Non basta la pioggia di missili di Hezbollah a nord e di Hamas a sud. Le scorte dei lanciarazzi islamisti sono destinate ad esaurirsi (ma non tanto presto). Il fatto (grave) è che i soldati di Dio sono il partito iraniano nel parlamento libanese. E’ Teheran che sponsorizza i temporali razzistici. Senza l’Iran e la Siria i lanciatori di Katyuscia languirebbero.
“La televisione Manar, legata ad Hezbollah, ha mostrato con orgoglio i tubi di lancio dei missili di fabbricazione iraniana Raad 1, del diametro di 333 mm, e in grado di portare una testata convenzionale di 100 kg ad una distanza tra i 40 e i 70 km”. Ma ci sono anche i più temibili “Fajr 3 e Fajr 4, sempre di fabbricazione iraniana, che per la loro carica esplosiva e lunga gittata rappresentano la minaccia militare più concreta”. Il ministro D’Alema dovrebbe pensarci un attimo prima di ormeggiare qualche corvetta tricolore nel porto di Beirut.***
Gli ayatollah, infatti, non vanno troppo per il sottile e badano poco alle equidistanze della politica italiana, alle sottigliezze diplomatice che servono all’Unione Europea per smarcarsi dalla aggressiva politica atlantica e sostituirsi agli Stati Uniti nelle operazioni di polizia internazionale (come del resto chiedono le Nazioni Unite).
Per Ali Khamenei siamo tutti “occidentali”. E quindi tutti egualmente bombardabili: “Il Libano”, ha detto la Suprema Guida della rivoluzione islamica, subito dopo l’attacco israeliano, “doveva trasformarsi in un centro della cultura occidentale, ma invece questo paese è diventato il centro del Jihad e della resistenza, e questo è esattamente il contrario di quello che volevano i poteri egemonici occidentali”. E poi, da vero ayatollah al di sopra di ogni sospetto: “il regime sionista è un regime del male e un cancro infetto per il mondo islamico”***.
A questo punto si aprono tre strade: la prima è quella degli idealisti atlantici che criticano Bush e Blair di aver alleggerito la morsa militare sul terrorismo islamista dopo la guerra in Iraq; è la scuola di Frum, che vorrebbe un cambio di regime a Teheran e a Damasco, per completare il piano del nuovo, Grande Medio Oriente.
La seconda tesi è quella dell’Ulivo Globale, l’idealismo democratico di chi vuole sostituire la guerra con le operazioni di polizia internazionale e i tribunali speciali per i criminali di guerra (ma purtroppo i risultati ottenuti nei Balcani, e non ne parliamo dell’Africa, sono stati deludenti, legittimando ancora una volta l’unilateralismo americano).
La terza strada resta la mediazione diplomatica e la ‘lotta pacifista’, l’”accettabile sicurezza”, oppure, al limite, la diserzione multilaterale e una nuova etica dei disertori. Rispetto al bivio idealistico precedente, la terza via mi sembra altrettanto ‘immaginaria’. Ieri ho letto una dichiarazione di Marco Revelli sul manifesto. Chiedeva di formare delle “brigate internazionali pacifiste” sul modello della lotta di liberazione spagnola (pacifiste?), da spedire ai quattro angoli delle guerre dimenticate del mondo come forza di interposizione. Ma sappiamo che fine fanno i pacifisti, sotto i carri armati israeliani e nelle mani dei mullah. Ci sono nativi che non gradiscono nemmeno i caschi bianchi. A meno che non ti riprogrammi come ha fatto Johnny Walker o il suo padrino John Reed.
***Sui missili iraniani di Hezbollah, i Fajr, che ha la stessa radice di Kafir, cioè noi, sporchi atei occidentali: “Today, a remarkable goal of the Islamic Republic of Iran’s defense forces was realized with the successful test-firing of a new missile with greater technical and tactical capabilities than those previously produced,” Salami -the air force chief of the elite Revolutionary Guards - said on state-run television. It showed a clip of the launch of what it called the Fajr-3, with “fajr” meaning “victory” in Farsi.’”
Negli anni ottanta, e anche dopo, l’Italia è stata uno dei grandi fornitori di tecnologie missilistiche e di armi per il medio-oriente. La legge 185 del 1990 ha messo dei paletti al commercio militare italiano, ma, ancora nel 2001, la Siria ha pagato milioni per riammodernare “i vecchi carri armati T72 con i nuovi sistemi di controllo del tiro delle Officine Galileo di Finmeccanica”.
http://asher813.blogspot.com/2006/04/morning-report-april-2-2006.html
http://notizie.alice.it/focus/isra_liba.html,cnt=18323.html
http://www.oscar.unimondo.org/armi2001.html
***Sui “sospetti” di antisemitismo iraniano
http://www.internazionale.it/aki/news.php?id=5952
(Occhio, il sommarietto di Internazionale non contiene la frase più oscena, quella sugli ebrei cancro della società, ma nel discorso della Guida Spirituale c’è).
ANTISEMITISMO?
@temperanza
a chi mi dà dell’intellettualmente disonesto, dopo tre righe di commento con deduzioni cavillose a ciò che ho scritto, non rispondo nulla.
@roberto
sorvolo sulla tua battutaccia sul ghetto di Roma, dato che a me di far battute non frega niente: provoco, semmai, e cerco di non farlo gratuitamente.
Mi chiedo cosa ci sia di male oggi nell’antisemitismo: lo chiedo a te, se vuoi. Non sto scherzando, hai ragione: sono infatti incazzato, molto incazzato con i politici e con i molti ebrei che ragionano come Bush dopo l’11 settembre: Chi non è con noi è con i terroristi, disse Bush.
Cosa vuol dire infatti manifestare per l’autodifesa di Israele mentre questi distrugge il Libano? Significa che chi non approva la reazione di Israele sta con i terroristi che lo vogliono distruggere, annientare, non è forse questo che dicono molti politici? Strumentalizzano, certo, ma in parte: Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica, prima della marcia a Roma del 3 novembre 2005 per il diritto di Israele ad esistere (quella organizzata dal Foglio) disse: “ribadisco che chi non parteciperà alla manifestazione di giovedì o non manifesterà la propria adesione - in caso non possa esser presente fisicamente - verrà considerato non solo come un nemico d’Israele ma anche degli ebrei italiani: perché chiunque non aderirà è come se implicitamente si attestasse sulle posizioni del presidente iraniano”
Oppure hai letto oggi di Zapatero, che ha criticato la “reazione sproporzionata” di Isrele e ha indossato la Kefia?
Il partito popolare spagnolo gli ha dato dell’antisemita, accusa lanciatagli anche da un rappresentante degli ebrei sefarditi. La comunità ebraica spagnola si dichiara profondamente indignata e l’ambasciatore israeliano adombra possibili ripercussioni diplomatiche.
Allora uno diventa antisemita se non sostiene qualsiasi tipo di difesa che Israele mette in atto: sono molti politici, israeliani, ebrei che esplicitamente o implicitamente affermano questo.
E quindi io dico a quegli ebrei, senza problemi: “buttatela pure nel cesso la Torah, che fate prima”.
E chiedo a te, se l’antisemitismo oggi è diventato questo, mi chiedo cosa ci sia di male oggi nell’antisemitismo.
Capisci cosa intendo dire?
Troppo facile @Galbiati, e questo mi conferma in quel che ho scritto.
E mi fa pensare che di fronte ad analisi del genere e soprattutto a parole del genere è rassicurante non essere ebrea in questo paese, che è sempre stato bonariamente antisemita e pieno di pregiudizi secolari e dove parole come le tue, così grezze, mettono subito radici.
La conoscenza della letteratura non serve a niente, o almeno non dovrebbe, a una cosa serve, però, anche se indirettamente, ad avere buona memoria e a ricordare che le parole sono pietre e le pietre non solo fanno male, ma vanno molto a fondo dopo che sono state lanciate nel pozzo.
Mi sembri l’altra faccia della medaglia di Riccardo Pacifici, dal suo punto di vista anche lui, chiamato a rispondere delle sue parole, potrebbe dire che provoca perché è molto incazzato.
E non mi rispondere, @Galbiati, queste cose non le dico per te, ma perché spero che qualcuno legga anche me e concordi che usare le parole come clave non ha mai fatto bene a nessuno, soprattutto su argomenti come questi e in momenti come questi.
ha ragione Galbiati: se la comunità ebraica ‘etnicizza’ la questione mediorientale, ci costringe ad essere antisemiti per recuperare il diritto di criticare israele. E’ un paradosso, ma è così: loro sono convinti che cacciando i critici nell’alveo dell’antisemitismo - una balla gigantesca, ovvio: nessun critico, anche il più feroce, di Israele è un antisemita; probabilmente nemmeno i neonazi lo sono: quelli sono semplicemente dei disintegrati - abbiano già vinto ogni critica ancora prima di affrontarla, godendo dell’appoggio occidentale (e statunitense soprattutto) per il noto ’senso di colpa’; noi che non siamo disposti a recedere dalla nostra intelligenza e capacità di analisi obiettiva, reale, attuale, soffriamo per il clamoroso appiattimento del dibattito e siamo senza slancio, ci freniamo perché in un certo senso il ragionamento di Magdi Allam - pur facendo acqua da tutte le parti - scomoda la nostra coscienza.
Io non vedo soluzioni, so soltanto che la questione mediorientale è un esempio davvero incredibile, complesso e perfetto, di come dopo una lunga serie di crimini l’uno contro l’altro, si arrivi al punto in cui vittime e carnefici coincidono.
Le marce sono secondo me un orrore: più ci penso e più mi rendo conto che non ha alcun senso prendere posizione. Non esiste al mondo, forse, oggi, un caso simile in cui tutti sono vittime e tutti colpevoli.
Dovremmo lasciarli nel loro brodo, smetterla di finanziarli (gli Usa finanziano Israele, l’Europa ha dato molti aiuti alla palestina, tradotti in armi). Chiudere i rubinetti: in MO, in questo momento, si sprecano le pallottole, hanno armi fin sopra i capelli. E’ quando le devi contare, le pallottole, che cominci a pensare alla tregua…
Avevo necessità di dire una cosa semplice : mettiamo i giusti nomi alle cose. Quando parliamo della politica israeliana dobbiamo parlare di “terrorismo di stato”. C’è il terrorismo dei partiti (hezbollah), e c’è il terrorismo di stato (Israele). Questa onestà lessicale di per sé semplice potrebbe avere conseguenze complesse e positive. Potrebbe concorrere a risvegliare le coscienze di molti israeliani oggi ipnotizzati dalla retorica bellicistica e autoassolutoria delle loro classi dirigenti. Penso come molte altre persone che Israele abbia la responsabilità maggiore delle tensioni che attraversano la regione mediorientale. Ma faccio e farò sempre una fondamentale divisione tra governati e governanti. E se in molti casi non ho nessuna fiducia nei governanti, ne ho sempre nei confronti dei governati. Dai governanti non verranno che guerre e, di tanto in tanto, quando necessario a loro, tregue. Dai governati potrebbe venire anche un rifiuto della guerra.
Ho lasciato fuori l’Iran e molte altre cose perché non era mia intenzione proporre un’analisi politica globale della crisi attuale.
A chi non ha compreso il senso di questo mio discorso (diego) non ho nulla da aggiungere. Ma neppure, in verità, a coloro che lo hanno compreso, ma non lo condividono o solo in parte (giulio mozzi). Mi ha interessato ovviamente leggere ogni commento. Credo che sia importante che si tenti di ragionare, senza essere sopraffatti dalla pura e inevitabile indignazione. Seppure a volte non sia facile.
Una sola risposta determinata ad una cosa che dice Lorenzo Galbiati. Essere “contro la politica israeliana” significa essere contro il governo israeliano e quella triste grande maggioranza (quasi totalità) della popolazione israeliana che lo appoggia. Essere “antisemiti”, ossia “contro gli ebrei” è semplice razzismo. È confondere non solo governanti e governati, il che è già un errore, ma addossare ad una pretesa origine etnica, razziale, l’atteggiamento specifico, le scelte determinate, di una ben circoscritta (sul piano storico) classe dirigente. Insomma, quel tipo di aberrante, fallace, ragionamento che va sotto il nome di “razzismo”. E’ non si puo’ giocare con ragionamenti paradossali sul razzismo.
L’antisemitismo è l’odio inconscio per l’immagine del Padre. L’ebraismo infatti rappresenta la Religione del Padre, mentre il cristianesimo rappresenta la Religione del Figlio. Gli ebrei sono inconsciamente percepiti come i rappresentanti dell’istanza paterna. Chi odia inconsciamente il proprio padre, ovvero la sua immagine, odia anche gli ebrei. Come ogni psicoanalista può confermare, un bambino dai due ai cinque anni, gli anni formativi in cui si formano le immagini che si porterà poi dietro tutta la vita, vive intensamente la fantasia che il proprio padre abbia un pene enorme, spropositato. A nulla serve l’osservazione diretta del pene paterno che può anche non essere affatto enorme. L’immagine inconscia detta la cosiddetta “nozione” che il Padre abbia un pene enorme e spropositato. Come ho sostenuto nel mio “Pinocchio. Il rito iniziatico di un burattino”, il naso che cresceva simboleggia le sue erezioni. Il naso è un ovvio sostituto peniano. Da qui le vignette antisemite che rappresentano gli ebrei con un naso enorme. Ovvero, gli ebrei, in quanto sostituti del Padre e suoi rappresentanti hanno un pene enorme. Inoltre, il bambino è terrorizzato dal pene paterno e lo teme come strumento della vendetta del Padre per le sue pulsioni aggressive inconsce. Il Padre con le sue erezioni punirà le erezioni del Figlio. Quando si parla di “reazione” israeliana, ovviamente si intende “erezione” israeliana. Gli ebrei, i vicari di un padre adirato, dopo essere stati provocati hanno avuto un’erezione che scatena il terrore dei figli. Ed ecco che la reazione – erezione israeliana viene considerata abnorme, “sproporzionata” ed “aberrante” come dalle parole di Chirac e di d’Alema.
Ringrazio poi Roberto per i materiali che fornisce. E aggiungo per Lorenzo. Quando dico che “quella” tua affermazione è razzista, non penso che tu sia una persona razzista. Ma se l’idea guasta s’impianta nei ragionamenti di una persona, poi ne finisce per condizionare il comportamento. Credo quindi che valga la pena verbalizzare (senza inibizioni da velina giornalistica) l’indignazione, ma per poi sfuggire alla confusione e all’idiozia.
@galbiati
Vedo che insisti sulla linea della Torah buttata nel cesso. Ti avverto che se l’andazzo continua a essere questo è l’ultima volta che ti rispondo.
Possiamo distinguere tra antisemitismo e antisionismo? Certo, Marco Mantello, Diego e Andrea ci provano, in modi diversi. Ma credo che sia anche lecito parlare di un (“sospetto”) antisemitismo europeo che oggi ha origine nel sentimento anti-israeliano, in passato ha avuto altre motivazioni, in futuro ne troverà altre ancora, questo è certo. Non è antisemita Zapatero, che può mettersi al collo quante Kefiah vuole, peccato che scelga sempre il momento più adatto per sfilare in passerella. Non è antisemita il governo spagnolo che, come quello italiano, ha parlato di “uso sproporzionato della forza” in Libano: “azioni vergognose” le ha definite il ministro degli esteri Moratinos.
Ma è vero quanto circola in alcuni siti atlantici? che nel dicembre del 2005, Zapatero avrebbe parlato di “abuso dell’anti-sionismo e dell’antisemitismo”? In questo caso inizierei a preoccuparmi. Andrea, hai visto com’è facile cadere dalla padella dei distinguo nella brace razzista? Ti sto dietro nella critica del senso comune, a patto che capiamo qual è ‘sto senso comune. Secondo me è quello di Galbiati. Senza dimenticare, come ha mostrato Said, che l’antisemitismo può essere tranquillamente usato come un’ideologia a doppio taglio, antisemita e anti-islamica nello stesso tempo: mentre il governo spagnolo si mette la kefiah, a Ceuta e Melilla si continua a morire.
Secondo un sondaggio della Anti Defamation League, Spagna e Italia sono le nazioni più antisemite in Europa, rispettivamente al primo e al secondo posto. Il 70% degli spagnoli crede che gli ebrei siano i burattini della finanza postcapitalista. Uno spagnolo su tre è convinto che “gli ebrei sono più portati di altri a usare pratiche oscure ed espedienti per ottenere quello che vogliono”. Per la metà degli intervistati “gli ebrei parlano troppo dell’Olocausto”. Pur dichiarando di essere poco a contatto con loro (solo il 7% lo è), il 32% degli spagnoli crede che gli ebrei abbiano “molte colpe irritanti”. Da qui alla kefiah il passo è breve, si chiama governo del consenso, costruzione di una egemonia.
Se poi facciamo un discorso storico più generale sulla storia dell’antisemitismo, le cose peggiorano, tragicamente. Il mito dell’Ebreo Errante nasce nella Cattolicissima Spagna. Tutta la palude, anche culturale e letteraria (il gotico), da cui si sono dissetati gli irrazionalismi europei tra XIX e XX – dal falso dei Protocolli di Sion fino alle nazificazioni e alle leggi razziali – ha come battesimo del sangue la Spagna della fine del XV secolo. Furono i regnanti Isabella e Ferdinando a darsi da fare per scacciare ebrei e arabi dalla Nazione della Santa Inquisizione (conversos, moriscos, marrani, tutti uguali nella sante mani di Torquemada, il martello di dio). Gli ebrei vengono spogliati delle loro ricchezze, anche con la forza. Come ha scritto Primo Levi, il furto nazifascista è innanzitutto un modo di togliere all’uomo la sua dignità e i suoi diritti.
In fondo il presidente Ahmadinejad ha un lungo apparato bibliografico a cui ricorrere per estirpare Israele dalle carte geografiche. Sono le colpe conservato nelle segrete non tanto segrete del Vecchio Continente. E questo discorso ha una sua validità storica che resiste a qualsiasi polemicuzza su come le dichiarazioni antisemite dell’iraniano possano essere ‘deformate’ dai traduttori del MEMRI (l’agenzia si occupa di tradurre le lingue mediorientali nelle principali lingue europee. L’agenzia è in mani israeliane). Il titolo dell’ultimo summit studentesco, “Il mondo senza sionismo”, vi dice qualcosa oppure è un altro errore di traduzione (“World against Zionism”)?
Secondo il ‘moderato’ Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, che piaceva tanto agli occidentali da farci pure affari (vedi: armi): “I nazisti sono stati costretti a prendere delle misure con gli ebrei per il loro comportamento”. Hitler avrebbe reagito per difendersi, insomma, come stanno facendo gli ayatollah sobillando Hezbollah.
Lorenzo, spero che non confonderai quello che sto dicendo con chi accusa il ministro D’Alema di antisemitismo “soviettista” di ritorno (Carlo Pelanda), con quelli che mettono in guardia dalle debolezze del pensiero postmoderno di fronte al revanscismo islamista (Giorgio Israel). Un pensiero politico, quello postmoderno, che comunque qualche brivido nella schiena lo mette. Per un istinto autoprotettivo, mentre facciamo la nostra brava battaglia contro i cpt, chiediamo i documenti a Magdi Allam, casomai non li avesse in regola, e finalmente potessimo toglierci dalle scatole un commentatore scomodo. Non lo dico io, lo ha chiesto in una interrogazione parlamentare il senatore Malabarba di rifondazione comunista, che cento ne fa e una ne pensa.
@marco mantello
@diego
@marco
Se vogliamo fare un lavoro critico di scavo su altre colpe occidentali (sai quante ce ne sono!), ma senza gettarci troppo la croce addosso, ci sto. Negli anni cinquanta, americani e inglesi bloccarono la nazionalizzazione dell’industria petrolifera iraniana con il golpe che avrebbe consegnato il paese allo Scià. Oltre un ventennio di arte a corte, arretratezza nelle campagne, torture e paura in città. All’epoca, alla corte persiana, incontriamo una nostra vecchia conoscenza. Il re dei reucci da strapazzo, Vittorio Emanuele II. Il re ha vissuto 15 anni in Iran.
Dall’inchiesta del PM John Woodcock è emerso che il Savoia fu l’apripista delle esportazioni militari italiane a metà degli anni settanta, favorendo l’acquisto di Elicotteri Agusta in cambio di laute provvigioni. Il conte Agusta, sodale di Mussolini, era amico fraterno di Vittorio Emanuele II. In Iran, re Vittorio si è anche dato alla siderurgia (con pessime ricadute sulle partecipazioni statali) e all’editoria (Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din, Roberto Calvi, la P2…).
Poi c’è stata la rivoluzione khomeinista, Washington ha interrotto le relazioni diplomatiche con gli ayatollah, ma non i rubinetti, visto che mentre scrivo 200 imprese americane continuano a lavorare in Iran (una per tutte, nel campo delle infrastrutture petrolifere, è la Halliburton). Dalla fine degli anni settanta, l’Iran ha cominciato a guardarsi in giro, a fare affari con l’Urss, poi con la Russia, con la Cina, ma senza tradire gli amici europei. L’ENI lavora in Iran dagli anni cinquanta, ma c’è anche Finmeccanica, Agusta, aziende che hanno imparato a rivolgersi alle ex-colonie europee per fornire armi e istruttori militari (oggi si dice istruire l’esercito e la polizia locale). Insieme alle aziende ci sono le banche, che qualcuno definisce “armate”, Mediobanca, per esempio, che ha aperto linee di credito agevolato con l’Iran (ci sono precise denunce di Amnesty International in questo senso).
L’industria militare italiana ha allegramente foraggiato iraniani e irakeni quando decisero di scannarsi a vicenda negli anni ottanta. Col tacito assenso degli anglomericani, che hanno sempre lasciato quote di mercato disponibili agli alleati. Nel ’96, l’Italia ha esportato parti e componenti di reattori nucleari in Iran, per cifre irrisorie, è vero, ma gli abbiamo dato cinque tonnellate di materiali utili (e qui nessuno vuol mettere in discussione il diritto degli iraniani di partecipare alla corsa nucleare, ma poi che ci lamentiamo affare?). Trovo la notizia negli Atti Parlamentari della Camera dei Deputati (Doc. LXVII, 1997, Relazione del Ministro del Commercio con l’estero, pp. 265-275).
Con l’Iran hanno commerciato i governi Prodi e Dini, ed ecco spiegarsi la grande agitazione diplomatica di questi giorni, il protagonismo italiano nella ‘mediazione’ libanese. I nostri interessi economici in Iran vanno preservati. Per molte aziende italiane, l’Iran è un trampolino verso il Caucaso e l’Asia Centrale, fino all’India e alla Cina (a Telecom lavorano per questo). Quindi scordiamoci le sanzioni per le dichiarazioni antisemite di Ahamadinejad.
Nemmeno il governo Berlusconi, schierato a testa bassa con l’atlantismo più aggressivo, ha saputo rinunciare alla pagnotta. Lo dimostra un interessante resoconto della visita che l’ex ministro Letta fece in Iran nel febbraio 2001. In quella occasione, furono confermati tutti i contratti delle imprese italiane (Edison Gas, Fata Engeneering, Montedison, Eni, Ansaldo Energia), e se ne aggiunsero di nuovi (Falck e Telecom), in un mercato, quello iraniano, che negli ultimi anni ha visto un piccolo decollo economico. Nel 2002, c’è il boom delle esportazioni italiane in Iran, 1,8 mld di euro (+53,43% rispetto al 2001). Vendiamo macchine, meccanica (+82%), chimica, fibre sintetiche e artificiali, apparecchi elettrici di precisione.
Un quarto del greggio iraniano è consumato in Europa, che è il primo partner dell’import iraniano (44%). L’Italia è il principale paese europeo come stock di investimenti in Iran. Secondo il “Guardian”, quindi, l’Iran cerca sponde in Europa e in Russia per avere la tecnologia atomica, armi chimiche e biologiche (se già non ce l’ha). La cosa più irresistibile è che l’obiettivo di Ahmadinejad è di costruire missili che siano in grado di raggiungere chi? Proprio l’Europa. E qual è il paese europeo più vicino all’Iran? Indovina? Ecco perché Tony Blair può permettersi il lusso di essere più duro di D’Alema con gli Hezbollah e con Teheran: gli inglesi pensano a proteggere i loro interessi petroliferi in Iraq e vogliono svincolarsi dal petrolio iraniano. Noi dall’Iraq ce ne siamo andati, in Afghanistan siamo rimasti (scenario che dal punto di vista economico vale meno di zero, ma da quello del ‘teatro di guerra’, guerra Kombat, guerra vera, vale molto di più), e in Iran che vogliamo fare, vogliamo andarci?
Gli analisti atlantici, insomma, se la ridono delle nostre equidistanze. Per risolvere la crisi libanese, e proseguire nel piano del Grande Medio Oriente, hanno tre opzioni: 1) sanzioni economiche e deferimento dell’Iran all’ONU, ma la Cina metterebbe il veto in consiglio di sicurezza visto che ha da poco venduto uranio (e un reattore) all’Iran; 2) pretendere che Teheran consegni i prigionieri di guerra Talebani per farli giudicare da tribunali internazionali (un miraggio); 3) bombardare con le bunker-buster le strutture iraniane per l’arricchimento dell’uranio, e le centrali nucleari a regime nel regime.
Andrea, hai ragione che l’argomento è il Libano. I morti di questi giorni hanno tutte le ragioni. Tutti i morti di questi giorni. Ma vorrei leggere qualcosa in più sull’Iran, per evitare qualche altra strage futura. I giornali di oggi ignoravano l’argomento.
Accusare Galbiati di razzismo e di antisemitismo, mi sembra una puttanata, nient’altro. Forse la sua argomentazione, così come è espressa, presta il fianco a molte critiche, anche pertinenti, vista la prosa scelta: ma perchè fermarsi a quelle e non interrogarsi, invece, sull’impossibilità, oggi, per chiunque, di muovere una qualsiasi critica alla politica imperialistica israelo-americana in medioriente? Perché non considerare l’uso strumentale che di questa “imposta” impossibilità si fa, senza ormai nessun distinguo, e di come, dietro questo confortevole scudo, prospera, accanto alle istanze democratiche, la più bieca e fascista provocazione e propaganda di destra? Credo che prima di attaccare qualcuno per i termini che usa, sbagliando in questo caso, sarebbe opportuno intuire e leggere il sentire che lo anima, le prospettive di discorso che apre, senza seppellirlo sotto la pietra tombale di un rifiuto a causa di un concetto, sacrosanto, espresso male.
Caro Andrea Inglese, io non mi offendo per niente dato che all’accusa di razzismo o antisemitismo reagisco ridendo.
ma credo proprio tu non abbia capito il mio discorso, al contrario di marco v: io sono perfettamente d’accordo con te nel giudicare le idee, le azioni e non le persone; e sono d’accordo con te sul fatto che cmq un’idea guasta può guastare una persona.
cmq vorrei farti riflettere su una tua contraddizione: se l’80-90% degli israeliani approva l’operato terroristico del suo governo, perchè dovremmo distinguere tra governanti e governati? e se dovessimo scoprire che anche l’80-90% degli ebrei della comunità ebraica internazionale approva l’operato terroristico del governo di Israele, perchè dovremmo distinguere tra il governo di israele e gli ebrei in generale?
su quali basi quindi essere “antisraeliano” dovrebbe distinguersi dall’essere antisemita?
forse per rispetto delle eccezioni. forse perchè bisogna odiare il peccato ma non il peccatore, e antisemitimo implica odiare gli ebrei.
trovo queste le obiezioni principali.
ma parliamoci chiaro: una volta stabilito che Israele pratica il terrorismo di stato e che la stragrande maggior parte degli israeliani - e forse degli ebrei - lo asseconda e chiama questo “diritto di Israele all’autodifesa”, si viene a creare una grave questione morale sul come porsi verso gli israeliani e gli ebrei in genere.
se poi sono loro i primi a non fare distinguo e ad attaccare il tuo/mio diritto di critica a israele - fatto con tutta l’attenzione a distinguere per quanto possibile tra governo di israele, israeliani e popolo ebraico - definendolo antisemitismo, il tutto diventa ingestibile e folle.
ed è questo che tu non hai colto in quanto ho scritto: che l’idea guasta non è mia: è della maggior parte dei politici e degli ebrei (questo è il mio assunto: sono loro a far l’equivalenza tra l’essere antiisraeliani (contro il governo di israele, contro i suoi modi per “difendersi” ecc, e l’essere antisemiti).
io a questo reagisco provocando, perchè credo sia il modo migliore per portare alla coscienza questa assurdità.
se Bush dice prima di fare una guerra dice che chi non è con l’America è un terrorista, allora io gli dico che sono un terrorista (pensando in verità che lo sia lui).
se molti ebrei continuano a distribuire a piene mani certificati di antisemitismo (cioè razzismo) a chi critica Israele o poco più, allora io gli dico che sono antisemita (cioè razzista; ma penso che lo siano loro).
e continuo a incazzarmi perchè essere “terroristi” e “antisemiti” sta diventando moralmente sempre più necessario.
chi ancora non mi capisce può leggersi sul suo sito come rispose massimo fini (che è di madre ebrea) alle accuse di antisemitismo: rispose attaccando proprio perchè, come me, non ne può più di star lì a difendersi e vuole provocare una sana reazione.
@ugolino
mi sembra che lo stiamo facendo. Però c’è chi si ferma agli slogan e chi no.
@galbiati
vedo che al di là dei proclami personali c’è un sottoterra analitico.
Ma stai tranquillo, molti confondono l’analisi con la retorica solo perché fa comodo.
@ roberto
non ho capito bene il tuo discorso nei miei confronti, cmq se ti sei accorto che sono analitico, che dire?, mi fa piacere. starei messo male, con il lavoro che faccio, se non fossi analitico.
ho scritto molte cose sul mio blog sul tema ebraico, e anche su NI: nei commenti, e pure un mio articolo, Esorcismi, vi si collega.
le mie idee sono abbastanza in controtendenza per molti versi e di certo non collimano con le tue.
sulla torah non posso venirti incontro, ma temo che tu abbia preso la mia frase come irriguardosa verso la Torah anzichè verso quegli ebrei religiosi, magari israeliani, che di fatto approvano una politica che si traduce in “dieci occhi per un occhio”.
se vuoi ti posso dire che quando ratzinger e la gerarchia cattolica parlano - e lo fanno spesso - per impedire che ci siano leggi che lascino alla persone la libertà di decidere della propria vita (che so, il testamento biologico), io penso che potrebbero buttare nel cesso la Bibbia, dato che credo non gli serva a niente, almeno in quel caso.
non so se ho migliorato o peggiorato le situazione…
@ Roberto
sono contento che lo stiate facendo. io seguo con interesse.
anche a me gli slogan dietro i quali si nasconde la mancanza di pensiero stanno sulle balle.
Sul cratere di Gerusalemme sprofonderanno i 3 monoteismi. Di là dal fumo, l’India e la Cina… (1 politeismo + 1 teismo = metà pianeta)
Complimenti sia per l’intervento che per il dibattito: ragionati entrambi. E’ una cosa che capita, ve l’assicuro, “assai raramentissimamente” di questi tempi. Che poi l’insieme delle considerazioni sia del tutto condivisibili, è altro discorso.
Senza dubbio, si è messo in moto questo *diabolico* meccanismo, secondo il quale chiunque non sia “schierato” con Israele “hic et nunc” è sospetto di “antisemitismo”. Senza dubbio.
E diabolico. Ma *non* si può dire, come han fatto notare alcuni, che l’Iran di oggi non sia “antisemita”, e *per davvero*, dove cioè lo scopo sia l’*eliminazione* d’Israele dalla carta geografica: quello è lo scopo!
E i Palestinesi, poveri illusi, hanno abbocato, come sempre, quando vengono usati per scopi assolutamente contrari a quelli della loro sopravvivenza.
Ora, però, detto tutto ciò, rimane anche vero che Israele sa usare *benissimo* la rabbia *cieca* e malefica che certi “centri occulti para-islamici” sanno diffondere per raggiungere i suoi fini.
E *quali* sono? Perché il punto vero è questo.
Davvero siamo convinti che questi sanno fare questo po’ po’, aiutati dall’imbecillità crassa ed ottusa di una parte *consistente* del mondo islamico - e non prendiamoci in giro - che “abbocca sempre all’amo” (Franco Battiato in una vecchia canzone a proposito della Rivoluzione Iraniana: è cosa vecchia, storica, incrostata, sedimentata come una sporcizia quasi irrimediabile) -, che questi qui vogliano solo “espandere Israele” o “dominare”, come recita lo stereotipo dei “Protocolli dei Savi di Sion” rispolverato da certa opinione pubblica palestinese ed araba e dal vertice attuale iraniano (“guida” compresa, direi in primo luogo la “guida”, che, come fa vedere il link inserito da un intervento, ha parlato di “cancro ebraico”)?
Quelli che hanno un’immagine così caricaturale dell’Ebraismo non sono meglio dei fanatici che si mascherano dietro l’Olocausto - *davvero* avvenuto - però per fare tutt’altro. E nemmeno ci può esser equidistanza fra questi, perché, fra Israele e Palestina, è inutile che i Palestinesi gridino, sarà scelta *sempre* Israele. Per un mucchio di motivi, sostanzialmente dovuti all’*enomre* differenza di posizione nel mondo fra i due gruppi etnici.
Ma allora, qual è il *vero* motivo per il quale sia Israele che questa massa d’imbecilli del mondo islamico sono *usati*, usati *ambedue*, ma uno, Israele, ci guadagna, l’altro ci perde…!
Intelligente è chi fa sia il proprio sia l’altrui bene. Nessuno, in questa situazione.
Furbo è colui che fa il proprio bene ma il male di altri (Israele nella fattispecie).
Stupido è colui che fa del male a se stesso ed agli altri, fa del male a se stesso senza guadagnarci nulla.
Cos’è che vogliono queste forze che “possiedono” Israele ma manovrano i governi islamici, e *davvero*, e si prega di non venire a dire le solite cose da telegiornale: sono per la massa. Lì non saranno mai dette le vere motivazioni.
Sta all’*acuto* indagatore dedurle, come quel pezzo del Teatro Cinese, dove si fa vedere che due si combattono alla cieca senza mai prendersi. *Si fa finta* che non vi sia la luce, quando gli spettatori sanno bene che c’è, quindi vedendo tutto.
Ecco: il vantaggio dello spettatore… Ma bisogna allontanarsi dalle quinte, dallo “stage”.
Certo, alla fine Israele la pagherà, ma non prima di aver portato il mondo alla crisi definitiva (= che definisce uno stato *stabile*; Nb: la cenere è l’ultimo stadio, stabilissimo, del legno…!)
@galbiati
@ugolino
Fondamentale capire con quali parole viene costruito il nemico (parole e immagini). Che faccia gli diamo, quale storia, quale “corpo”. Ai media non interessano i morti. Il sangue serve solo a fare numero, a rendere fosca e apocalittica la scena (il “cratere” di Lapo). L’attenzione del “narratore”, di chi questo nemico lo deve descrivere e raccontare, si concentra sui personaggi, sui volti e sui comportamenti da odiare. Faccio un esempio citando uno dei giornalisti del Trust, Fausto Biloslavo. Il pezzo a prima vista è un editoriale sulla caccia allo sceicco Nasrallah. Ma Biloslavo è come Micalessin, loro non sono semplici reporter, vogliono essere scrittori di storie. E quindi devono adottare delle strategie narrative per catturare l’attenzione dei lettori e incuriosirli. Il primo passo è fare una parodia del personaggio che hanno scelto di descrivere. Una parodia bianca, senza risate. Ma in quella obiettività ironica c’è il primo distanziamento, tra noi e il nemico, tra la sua divisa nera e la sicurezza dell’Occidente. “Nasrallah porta il classico barbone d’ordinanza islamica e il turbante nero degli Eredi del Profeta”. C’è come una ripetitività nauseante nel terrorista, è come se Biloslavo esprimesse tutta la noia che i suoi lettori provano vedendo sfilare questi turbanti tuonanti e minacciosi trecentosessantacinque giorni all’anno, è come l’effetto ironico che può avere una barzelletta raccontata due volte. “Attento all’immagine”, Biloslavo si riferisce ancora a Nasrallah, “ha cambiato i vecchi occhiali con montatura squadrata e pesante con un paio più moderno, ma sempre troppo serio”. Dietro questa frase innocente c’è tutta la storia di Nasrallah, di Hezbollah, dell’Iran e dei sovietici, il passato “squadrato e pesante” della guerra fredda e il presente delle guerre calde, in africa e in mediorente. Per Biloslavo è come se Nasrallah, con la sua nuova montatura, fosse diventato più adatto a dialogare con gli stati europei e con i movimenti pacifisti e antagonisti, mentre in altri tempi le lenti squadrate indicavano un suo ammiccare a Mosca.
biloslavo = biRoslavo
“Fondamentale capire con quali parole viene costruito il nemico (parole e immagini).” dice Roberto
Appunto, credo che la stessa attenzione vada rivolta anche alle nostre parole, prima di tutto alle “nostre”, di ognuno di noi, le parole non sono un’arma spuntata, si attaccano e procreano abitudini verbali che diventano subdolamente abitudini del pensiero e perdono pian piano la loro astrazione per diventare gesti, azioni e acquistano una loro ottusa autonomia che alla fine diventa impossibile governare.
Torno ora, e vedo che siete andati avanti. L’autore dell’articolo dice che non ne ho capito il senso. E’ probabile: se si riassume in quelle righe che vanno da “Avevo necessità…” a “…rifiuto della guerra”, evidentemente non avevo capito. Resta il fatto che continuo a non capire: questo binomio terrorismo di partito/terrorismo di Stato a cosa può servire quando l’intenzione è di “…lasciare fuori l’Iran e molte altre cose perché non era mia intenzione proporre un’analisi politica globale della crisi attuale”? Entità Hezbollah ed entità Israele? Ritorno a ciò che ho detto, accennato, sulla “partecipazione”, sulla macchina oliata e messa in moto da politiche private, da interessi di privati – fuori da Israele, fuori dai Territori e fuori da quel che resta di Libano.
Fuori dai “governati” di Israele: senza dubbio, pavido come sono anch’io ci penserei due volte prima di inimicarmi famiglia amici e Stato (e rischiare la galera) voltando le spalle a Tsahal; senza dubbio non arriverei neanche a pensarci una prima volta, perché il livello di propaganda (e quello, tenuto costantemente al massimo, di paura) nel quale mi sarei trovato immerso dalla nascita non mi avrebbe consentito, almeno non con facilità, di mettere in dubbio la mia necessità di difesa; senza dubbio, se anche fossi tra quei pochi “redenti”, se anche apprezzassi Uri Avneri o militassi in una di quelle (peraltro numerose) associazioni israeliane che ripudiano l’occupazione e, talvolta, persino il sionismo, troverei gli stessi, se non peggiori, schiaccianti problemi di visibilità e di peso che mi trovo ad affrontare ora, qui in Italia (Tg1,Tg2, anche Tg3, tutta la Mediaset, tutte le radio, gli ospiti di La7, le trasmissioni di Ferrara, le merde di Repubblica, Corriere, senza dimenticare Il Giornale, La Stampa e il resto più – il Foglio – o meno – Riformista – apertamente schierato pro-Israele).
Fuori dai “governati” (e, ne sono quasi certo, anche da alcuni – molto tra virgolette - “governanti” di Hamas, e solo di Hamas) palestinesi, che vivaddio sembra riescano a non arrivare mai al culmine dell’esasperazione, che nel momento in cui hanno votato hanno scelto chi veramente stava fornendo servizi sociali di base, che sono consapevoli del loro attuale isolamento e della fine delle simpatie occidentali offuscate dal diktat antiterrorista laddove tutto è terrorismo, che continuano a consumare (messi nell’impossibilità di produrre alcunché) merce israeliana comprata con i soldi degli aiuti internazionali, che “si difendono” (?) lanciando a casaccio pericolosissimi Qassam (ma l’avete mai visto un Qassam? Ma sapete in totale quante vittime hanno fatto i Qassam sparati dalla striscia? La stima più alta parla di 13 persone, la più alta) fatti a mano.
Fuori dai Libanesi, rei di aver raggiunto una (relativa) indipendenza: Hezbollah sarà anche l’Iran dentro il parlamento, ma Hezbollah rappresenta un movimento di resistenza anche per tre quarti dei cristiani libanesi (http://www.globalcomment.com/current_affairs/article_108.asp), ad esempio.
Allora, chi sta partecipando di questo scempio che vede ancora una volta il diritto internazionale usato come carta da culo sotto i nostri occhi e sulla testa della gente “normale” del Libano? Chi è interessato a fare in modo che quest’attacco risulti essere l’estremo tentativo di difesa del povero Israele?
A giudicare dal modo in cui rispondono, credo che ci siano due (o più) personalità diverse a firmarsi @roberto. Il primo credo sia Roberto Santoro, sempre preparato e oculato negli interventi, al quale indicherei di non sottovalutare la finezza di personaggi come Khamenei, che paradossalmente stanno dando le risposte realpoliticamente più adeguate alla situazione rispetto a tanti dei nostri leader. Per quanto riguarda l’antisemitismo iraniano, consiglierei la lettura di uno degli articoli (in inglese) linkati qui: http://www.nkusa.org/activities/Iran/2006MarchIran.cfm (si tratta della visita di ebrei ultraortodossi antisionisti di Neturei Karta in Iran per congratularsi con Ahmadinejad; da un estratto di un loro comunicato stampa “…It is a dangerous distortion, to see the [Iran] President’s words, as indicative of anti-Jewish sentiments. The President was simply re-stating the beliefs and statements of Ayatollah Khomeini, who always emphasized and practiced the respect and protection of Jews and Judaism. The political ideology of Zionism alone was rejected. President Ahmadinejad stressed this distinction by referring only to Zionism, not Judaism or the Jewish people, regardless of whether they reside in Palestine or else were”, qui http://www.nkusa.org/activities/Statements/2005Oct28Iran.cfm ).
A giudicare invece dal modo in cui l’altro @roberto sposta il fuoco, nuovamente, sul presunto antisemitismo strisciante e sulla volgarizzazione dei distinguo fino ad arrivare a toccare l’ebreo errante e i torti dell’Iran NOMINANDO UNA SOLA VOLTA ISRAELE (in 1626 parole utilizzate) e guardacaso proprio all’interno di questa frase “il presidente Ahmadinejad ha un lungo apparato bibliografico a cui ricorrere per estirpare Israele dalle carte geografiche”, credo che si tratti dello stesso Roberto firmatario di (quell’oscenità chiamata) “Sinistra per Israele” http://www.sinistraperisraele.it/home2.asp?idtesto=279&idkunta=185&idutente=
di cui fa ahimè parte un personaggio verso il quale nutrivo grandissima stima, Furio Colombo.
Bene, per questo simpatico gruppo di amici Israele è “uno degli attori dello sviluppo, collocato in uno dei punti nevralgici del pianeta dove passa oggi la possibilità di un dialogo costruttivo tra Nord e Sud del mondo”. Se la possibilità di un dialogo costruttivo tra nord e sud del mondo si ottiene tenendo in ostaggio tre milioni e mezzo di persone (e cominciamo a dire “persone”, non “palestinesi”) e spedendo i propri figli su di un fronte che, oltre ad essere eterno, è ovunque – ben vengano l’ostilità e la chiusura di ogni dialogo.
Il secondo Roberto, dicevo, vuole mettere i puntini sulle i e, dopo averci ricordato che “World against zionism” significa proprio “il mondo contro il sionismo” (nessuno l’ha mai messo in dubbio, Roberto, anzi, credo che saremmo in molti d’accordo con Ahmadinejad in questo, inclusi molti – più di quanto non si creda – ebrei, in proposito leggiti “LTI – La lingua del Terzo Reich” di Victor Klemperer edito da Giuntina che, come ben sai, è un editore difficilmente tacciabile di “antisemitismo”), fa una (brevissima) operazione inversa rispetto al (caro a entrambi) Pasolini di Petrolio: sottrae i “dati” al romanzo dell’economia italiana e relativa avventura mediorientale e ce li espone per dirci… per dirci cosa? Che Israele è una pedina in un gioco di privati che passa per l’antisemita Iran, e per tale motivo in diritto di “difendersi”? O forse ho capito male?
Sul fatto che Israele (i suoi “governati”) sia una pedina non ho dubbi: cose come l’AIPAC non fanno certo l’interesse dei sefarditi o degli etiopi di pattuglia a Nablus. Sul fatto, però, che questa Israele razzista, in continuo e sistematico disprezzo della vita umana e di quel che restava del diritto internazionale, col potere di manipolare i canali d’informazione e ricattare le menti della gente, della sua propria gente… sul fatto che questa Israele sia vittima (e non solo di se stessa)…
Però non ho risposto alla domanda: chi è interessato a fare in modo che quest’attacco risulti essere l’estremo tentativo di difesa del povero Israele?
Che ci sia forse qualcuno, come uno che sul mio blog ( http://khalasnews.splinder.com/post/8747776#comment-23076527 ) presume l’esistenza di un’”essenza” della questione a noi preclusa, in grado di rispondere al posto mio a questa domanda?
(non vedendo + un mio commento, lo riposto)
Torno ora, e vedo che siete andati avanti. L’autore dell’articolo dice che non ne ho capito il senso. E’ probabile: se si riassume in quelle righe che vanno da “Avevo necessità…” a “…rifiuto della guerra”, evidentemente non avevo capito. Resta il fatto che continuo a non capire: questo binomio terrorismo di partito/terrorismo di Stato a cosa può servire quando l’intenzione è di “…lasciare fuori l’Iran e molte altre cose perché non era mia intenzione proporre un’analisi politica globale della crisi attuale”? Entità Hezbollah ed entità Israele? Ritorno a ciò che ho detto, accennato, sulla “partecipazione”, sulla macchina oliata e messa in moto da politiche private, da interessi di privati – fuori da Israele, fuori dai Territori e fuori da quel che resta di Libano.
Fuori dai “governati” di Israele: senza dubbio, pavido come sono anch’io ci penserei due volte prima di inimicarmi famiglia amici e Stato (e rischiare la galera) voltando le spalle a Tsahal; senza dubbio non arriverei neanche a pensarci una prima volta, perché il livello di propaganda (e quello, tenuto costantemente al massimo, di paura) nel quale mi sarei trovato immerso dalla nascita non mi avrebbe consentito, almeno non con facilità, di mettere in dubbio la mia necessità di difesa; senza dubbio, se anche fossi tra quei pochi “redenti”, se anche apprezzassi Uri Avneri o militassi in una di quelle (peraltro numerose) associazioni israeliane che ripudiano l’occupazione e, talvolta, persino il sionismo, troverei gli stessi, se non peggiori, schiaccianti problemi di visibilità e di peso che mi trovo ad affrontare ora, qui in Italia (Tg1,Tg2, anche Tg3, tutta la Mediaset, tutte le radio, gli ospiti di La7, le trasmissioni di Ferrara, le merde di Repubblica, Corriere, senza dimenticare Il Giornale, La Stampa e il resto più – il Foglio – o meno – Riformista – apertamente schierato pro-Israele).
Fuori dai “governati” (e, ne sono quasi certo, anche da alcuni – molto tra virgolette - “governanti” di Hamas, e solo di Hamas) palestinesi, che vivaddio sembra riescano a non arrivare mai al culmine dell’esasperazione, che nel momento in cui hanno votato hanno scelto chi veramente stava fornendo servizi sociali di base, che sono consapevoli del loro attuale isolamento e della fine delle simpatie occidentali offuscate dal diktat antiterrorista laddove tutto è terrorismo, che continuano a consumare (messi nell’impossibilità di produrre alcunché) merce israeliana comprata con i soldi degli aiuti internazionali, che “si difendono” (?) lanciando a casaccio pericolosissimi Qassam (ma l’avete mai visto un Qassam? Ma sapete in totale quante vittime hanno fatto i Qassam sparati dalla striscia? La stima più alta parla di 13 persone, la più alta) fatti a mano.
Fuori dai Libanesi, rei di aver raggiunto una (relativa) indipendenza: Hezbollah sarà anche l’Iran dentro il parlamento, ma Hezbollah rappresenta un movimento di resistenza anche per tre quarti dei cristiani libanesi (http://www.globalcomment.com/current_affairs/article_108.asp), ad esempio.
Allora, chi sta partecipando di questo scempio che vede ancora una volta il diritto internazionale usato come carta da culo sotto i nostri occhi e sulla testa della gente “normale” del Libano? Chi è interessato a fare in modo che quest’attacco risulti essere l’estremo tentativo di difesa del povero Israele?
A giudicare dal modo in cui rispondono, credo che ci siano due (o più) personalità diverse a firmarsi @roberto. Il primo credo sia Roberto Santoro, sempre preparato e oculato negli interventi, al quale indicherei di non sottovalutare la finezza di personaggi come Khamenei, che paradossalmente stanno dando le risposte realpoliticamente più adeguate alla situazione rispetto a tanti dei nostri leader. Per quanto riguarda l’antisemitismo iraniano, consiglierei la lettura di uno degli articoli (in inglese) linkati qui: http://www.nkusa.org/activities/Iran/2006MarchIran.cfm (si tratta della visita di ebrei ultraortodossi antisionisti di Neturei Karta in Iran per congratularsi con Ahmadinejad; da un estratto di un loro comunicato stampa “…It is a dangerous distortion, to see the [Iran] President’s words, as indicative of anti-Jewish sentiments. The President was simply re-stating the beliefs and statements of Ayatollah Khomeini, who always emphasized and practiced the respect and protection of Jews and Judaism. The political ideology of Zionism alone was rejected. President Ahmadinejad stressed this distinction by referring only to Zionism, not Judaism or the Jewish people, regardless of whether they reside in Palestine or else were”, qui http://www.nkusa.org/activities/Statements/2005Oct28Iran.cfm ).
A giudicare invece dal modo in cui l’altro @roberto sposta il fuoco, nuovamente, sul presunto antisemitismo strisciante e sulla volgarizzazione dei distinguo fino ad arrivare a toccare l’ebreo errante e i torti dell’Iran NOMINANDO UNA SOLA VOLTA ISRAELE (in 1626 parole utilizzate) e guardacaso proprio all’interno di questa frase “il presidente Ahmadinejad ha un lungo apparato bibliografico a cui ricorrere per estirpare Israele dalle carte geografiche”, credo che si tratti dello stesso Roberto firmatario di (quell’oscenità chiamata) “Sinistra per Israele” http://www.sinistraperisraele.it/home2.asp?idtesto=279&idkunta=185&idutente=
di cui fa ahimè parte un personaggio verso il quale nutrivo grandissima stima, Furio Colombo.
Bene, per questo simpatico gruppo di amici Israele è “uno degli attori dello sviluppo, collocato in uno dei punti nevralgici del pianeta dove passa oggi la possibilità di un dialogo costruttivo tra Nord e Sud del mondo”. Se la possibilità di un dialogo costruttivo tra nord e sud del mondo si ottiene tenendo in ostaggio tre milioni e mezzo di persone (e cominciamo a dire “persone”, non “palestinesi”) e spedendo i propri figli su di un fronte che, oltre ad essere eterno, è ovunque – ben vengano l’ostilità e la chiusura di ogni dialogo.
Il secondo Roberto, dicevo, vuole mettere i puntini sulle i e, dopo averci ricordato che “World against zionism” significa proprio “il mondo contro il sionismo” (nessuno l’ha mai messo in dubbio, Roberto, anzi, credo che saremmo in molti d’accordo con Ahmadinejad in questo, inclusi molti – più di quanto non si creda – ebrei, in proposito leggiti “LTI – La lingua del Terzo Reich” di Victor Klemperer edito da Giuntina che, come ben sai, è un editore difficilmente tacciabile di “antisemitismo”), fa una (brevissima) operazione inversa rispetto al (caro a entrambi) Pasolini di Petrolio: sottrae i “dati” al romanzo dell’economia italiana e relativa avventura mediorientale e ce li espone per dirci… per dirci cosa? Che Israele è una pedina in un gioco di privati che passa per l’antisemita Iran, e per tale motivo in diritto di “difendersi”? O forse ho capito male?
Sul fatto che Israele (i suoi “governati”) sia una pedina non ho dubbi: cose come l’AIPAC non fanno certo l’interesse dei sefarditi o degli etiopi di pattuglia a Nablus. Sul fatto, però, che questa Israele razzista, in continuo e sistematico disprezzo della vita umana e di quel che restava del diritto internazionale, col potere di manipolare i canali d’informazione e ricattare le menti della gente, della sua propria gente… sul fatto che questa Israele sia vittima (e non solo di se stessa)…
Però non ho risposto alla domanda: chi è interessato a fare in modo che quest’attacco risulti essere l’estremo tentativo di difesa del povero Israele?
Che ci sia forse qualcuno, come uno che sul mio blog ( http://khalasnews.splinder.com/post/8747776#comment-23076527 ) presume l’esistenza di un’”essenza” della questione a noi preclusa, in grado di rispondere al posto mio a questa domanda?
[eh lo so che qua mi dice "Comments may be moderated and may not appear immediately, please be patient", ma è passato un po' da quando ho provato a postarlo]
Sono semplicemente inorridito alla lettura dell’articolo (?) del Sig. Inglese. Infarcito di tutti gli argomenti a tesi dei gauchiste italiani che vedono Israele come un agente del male, che in un territorio non suo mena colpi a destra e a manca alle povere ed inermi popolazioni civili che lo circondano. E’ veramente deprimente che si debbe ancora leggere di queste cose. La chicca è quel “L’azione terroristica esercitata da organizzazioni come Hezbollah non ha minimamente la pretesa di distruggere lo stato israeliano, di vincerlo, di cancellare Israele dalla carta del Medio Oriente”. Povere umane menti, quanta ignoranza è quella che vi offende!
non capisco perchè non compare una mia risposta postata qualche ora fa mentre vedo comparire nuovi post
ce ne faremo una ragione
egregio sig, Turco,
le pongo la domanda precedente,
se l’esercito israeliano conosce benissimo le postazioni missilistiche Hetzbollah a ridosso del confine libanese perché sgancia bombe da elicottei Apache, aerei F16, corvette lancia missili su aeroporti, strade, ponti, bus, case e auto distanti anche più di 100 km, dal confine colpendo scolaresche, famiglie, case civili?
Questo non me l’invento ora.
Io una mezza risposta ce l’ho.
Se la dia anche lei.
Aggiungo che gli Hetzbollah possono anche avere la pretesa o l’illusione di distruggere Israele ma sanno benissimo che con i loro mezzi ciò non è assolutamente possibile e la risposta è nella potenza degli armamenti israeliani che essi non ignorano.
Mai visto all’opera un carro Merkava con cannone da 120 mm?
Lo guardi bene, tanto bene.
Mario Bianco
Cari @nazioneindiana
non ho idea del perchè una mia risposta, che ho infilato in questo form più e più volte, non sia stata pubblicata.
Mi spiace non per la validità presunta di quello che ho scritto, ma perchè qualcuno nei post precedenti faceva riferimento al mio primo post e quest’ultimo, questo non pubblicato di cui sto parlando, ne era la continuazione. Sono, come dire, stupito.
Comunque, per chi fosse eventualmente interessato, l’ho riportato qui:
http://khalasnews.splinder.com/post/8766457
ps: gradirei almeno conoscere i motivi per i quali questo post non è comparso, grazie.
prova
non sono disposto a credere che mi state censurando.
voglio una risposta
Torno ora, e vedo che siete andati avanti. L’autore dell’articolo dice che non ne ho capito il senso. E’ probabile: se si riassume in quelle righe che vanno da “Avevo necessità…” a “…rifiuto della guerra”, evidentemente non avevo capito. Resta il fatto che continuo a non capire: questo binomio terrorismo di partito/terrorismo di Stato a cosa può servire quando l’intenzione è di “…lasciare fuori l’Iran e molte altre cose perché non era mia intenzione proporre un’analisi politica globale della crisi attuale”? Entità Hezbollah ed entità Israele? Ritorno a ciò che ho detto, accennato, sulla “partecipazione”, sulla macchina oliata e messa in moto da politiche private, da interessi di privati – fuori da Israele, fuori dai Territori e fuori da quel che resta di Libano.
Fuori dai “governati” di Israele: senza dubbio, pavido come sono anch’io ci penserei due volte prima di inimicarmi famiglia amici e Stato (e rischiare la galera) voltando le spalle a Tsahal; senza dubbio non arriverei neanche a pensarci una prima volta, perché il livello di propaganda (e quello, tenuto costantemente al massimo, di paura) nel quale mi sarei trovato immerso dalla nascita non mi avrebbe consentito, almeno non con facilità, di mettere in dubbio la mia necessità di difesa; senza dubbio, se anche fossi tra quei pochi “redenti”, se anche apprezzassi Uri Avneri o militassi in una di quelle (peraltro numerose) associazioni israeliane che ripudiano l’occupazione e, talvolta, persino il sionismo, troverei gli stessi, se non peggiori, schiaccianti problemi di visibilità e di peso che mi trovo ad affrontare ora, qui in Italia (Tg1,Tg2, anche Tg3, tutta la Mediaset, tutte le radio, gli ospiti di La7, le trasmissioni di Ferrara, le merde di Repubblica, Corriere, senza dimenticare Il Giornale, La Stampa e il resto più – il Foglio – o meno – Riformista – apertamente schierato pro-Israele).
Fuori dai “governati” (e, ne sono quasi certo, anche da alcuni – molto tra virgolette - “governanti” di Hamas, e solo di Hamas) palestinesi, che vivaddio sembra riescano a non arrivare mai al culmine dell’esasperazione, che nel momento in cui hanno votato hanno scelto chi veramente stava fornendo servizi sociali di base, che sono consapevoli del loro attuale isolamento e della fine delle simpatie occidentali offuscate dal diktat antiterrorista laddove tutto è terrorismo, che continuano a consumare (messi nell’impossibilità di produrre alcunché) merce israeliana comprata con i soldi degli aiuti internazionali, che “si difendono” (?) lanciando a casaccio pericolosissimi Qassam (ma l’avete mai visto un Qassam? Ma sapete in totale quante vittime hanno fatto i Qassam sparati dalla striscia? La stima più alta parla di 13 persone, la più alta) fatti a mano.
Fuori dai Libanesi, rei di aver raggiunto una (relativa) indipendenza: Hezbollah sarà anche l’Iran dentro il parlamento, ma Hezbollah rappresenta un movimento di resistenza anche per tre quarti dei cristiani libanesi (http://www.globalcomment.com/current_affairs/article_108.asp), ad esempio.
Allora, chi sta partecipando di questo scempio che vede ancora una volta il diritto internazionale usato come carta da culo sotto i nostri occhi e sulla testa della gente “normale” del Libano? Chi è interessato a fare in modo che quest’attacco risulti essere l’estremo tentativo di difesa del povero Israele?
A giudicare dal modo in cui rispondono, credo che ci siano due (o più) personalità diverse a firmarsi @roberto. Il primo credo sia Roberto Santoro, sempre preparato e oculato negli interventi, al quale indicherei di non sottovalutare la finezza di personaggi come Khamenei, che paradossalmente stanno dando le risposte realpoliticamente più adeguate alla situazione rispetto a tanti dei nostri leader. Per quanto riguarda l’antisemitismo iraniano, consiglierei la lettura di uno degli articoli (in inglese) linkati qui: http://www.nkusa.org/activities/Iran/2006MarchIran.cfm (si tratta della visita di ebrei ultraortodossi antisionisti di Neturei Karta in Iran per congratularsi con Ahmadinejad; da un estratto di un loro comunicato stampa “…It is a dangerous distortion, to see the [Iran] President’s words, as indicative of anti-Jewish sentiments. The President was simply re-stating the beliefs and statements of Ayatollah Khomeini, who always emphasized and practiced the respect and protection of Jews and Judaism. The political ideology of Zionism alone was rejected. President Ahmadinejad stressed this distinction by referring only to Zionism, not Judaism or the Jewish people, regardless of whether they reside in Palestine or else were”, qui http://www.nkusa.org/activities/Statements/2005Oct28Iran.cfm ).
A giudicare invece dal modo in cui l’altro @roberto sposta il fuoco, nuovamente, sul presunto antisemitismo strisciante e sulla volgarizzazione dei distinguo fino ad arrivare a toccare l’ebreo errante e i torti dell’Iran NOMINANDO UNA SOLA VOLTA ISRAELE (in 1626 parole utilizzate) e guardacaso proprio all’interno di questa frase “il presidente Ahmadinejad ha un lungo apparato bibliografico a cui ricorrere per estirpare Israele dalle carte geografiche”, credo che si tratti dello stesso Roberto firmatario di (quell’oscenità chiamata) “Sinistra per Israele” http://www.sinistraperisraele.it/home2.asp?idtesto=279&idkunta=185&idutente=
di cui fa ahimè parte un personaggio verso il quale nutrivo grandissima stima, Furio Colombo.
Bene, per questo simpatico gruppo di amici Israele è “uno degli attori dello sviluppo, collocato in uno dei punti nevralgici del pianeta dove passa oggi la possibilità di un dialogo costruttivo tra Nord e Sud del mondo”. Se la possibilità di un dialogo costruttivo tra nord e sud del mondo si ottiene tenendo in ostaggio tre milioni e mezzo di persone (e cominciamo a dire “persone”, non “palestinesi”) e spedendo i propri figli su di un fronte che, oltre ad essere eterno, è ovunque – ben vengano l’ostilità e la chiusura di ogni dialogo.
Il secondo Roberto, dicevo, vuole mettere i puntini sulle i e, dopo averci ricordato che “World against zionism” significa proprio “il mondo contro il sionismo” (nessuno l’ha mai messo in dubbio, Roberto, anzi, credo che saremmo in molti d’accordo con Ahmadinejad in questo, inclusi molti – più di quanto non si creda – ebrei, in proposito leggiti, se non l’hai già fatto, “LTI – La lingua del Terzo Reich” di Victor Klemperer – un filologo ebreo nella Germania del Reich - edito da Giuntina che, come ben sai, è un editore difficilmente tacciabile di “antisemitismo”), fa una (brevissima) operazione inversa rispetto al (caro a entrambi) Pasolini di Petrolio: sottrae i “dati” al romanzo dell’economia italiana e relativa avventura mediorientale e ce li espone per dirci… per dirci cosa? Che Israele è una pedina in un gioco di privati che passa per l’antisemita Iran, e per tale motivo in diritto di “difendersi”? O forse ho capito male?
Sul fatto che Israele (i suoi “governati”) sia una pedina non ho dubbi: cose come l’AIPAC non fanno certo l’interesse dei sefarditi o degli etiopi di pattuglia a Nablus. Sul fatto, però, che questa Israele razzista, in continuo e sistematico disprezzo della vita umana e di quel che restava del diritto internazionale, col potere di manipolare i canali d’informazione e ricattare le menti della gente, della sua propria gente… sul fatto che questa Israele sia vittima (e non solo di se stessa)…
Però non ho risposto alla domanda: chi è interessato a fare in modo che quest’attacco risulti essere l’estremo tentativo di difesa del povero Israele?
Che ci sia forse qualcuno, come uno che sul mio blog ( http://khalasnews.splinder.com/post/8747776#comment-23076527 ) presume l’esistenza di un’”essenza” della questione a noi preclusa, in grado di rispondere al posto mio a questa domanda?
@turco
La invito a usare argomenti più ragionevoli, prove e testimonianze, se no si rischia di cadere nell’esercizio della stroncatura, piuttosto facile e zuccosa e tanto di moda nella stampa italiana. “E’ veramente deprimente che si debbe ancora leggere di queste cose”. Perché? Qui ci stiamo facendo domande. Non basta chiudere un commento con un’interrogativa retorica. Insomma, un piccolo sforzo in più. Ne vale la pena?
Per esempio, crede che sia utile inviare un contingente militare internazionale che disarmi le milizie libanesi? La Risoluzione Onu 1599 diceva questo. Ma negli ultimi anni l’ONU ha fatto proliferare Hezbollah invece di contenerlo. Ecco i risultati. Che ne pensa?
Cordialità.
@cf
Nel 2000, Barak si ritira dal sud del Libano con uno scopo preciso: privare Hezbollah di un prestesto. Il pretesto è la precedente occupazione israeliana della fascia di sicurezza in Libano, negli anni novanta, con bombardamenti e stillicidio di morti come oggi. Come dire, l’occupazione giustificava la pioggia di missili terroristi sulla Galilea, così Barak decide di ritirarsi.
In certo senso si può leggere quella ritirata - che fu più costosa delle successive, una piccola ‘rotta’, secondo alcuni -, nella stessa ottica “rinunciataria” di Kadima. Indietreggiando, facendo le sue “dolorose concessioni”, ritirandosi da Gaza e dal Libano, Sharon e Olmert si sono messi in una posizione ‘giusta’, tale da legittimare e punire con rappresaglie su larga scala Hezbollah.
Attenzione alle “mezze risposte”, però. Quando ti chiedi perché esercito, aviazione e marina israeliana hanno colpito cento chilometri più avanti del confine, be’, non credo che l’abbiano fatto con l’obiettivo di fare strage di civili, ma per indebolire il nemico in profondità. “Normale” tattica militare, insomma: distruggere aeroporti, porti, stazioni di servizio, centrali elettriche, autostrade e ponti, fabbriche (ma anche le case dei quartieri popolari).
C’è un romanzo di Tom Clancy che descrive proprio i (fanta)piani sovietici per lasciare al buio gli eserciti occidentali in quella che avrebbe potuto essere l’invasione sovietica dell’Europa.
Infatti, se hai sentito le ultime notizie, soltanto dopo questa prima fase (che non credo si interromperà), gli israeliani si sono arrischiati a far avanzare i Merkava, che saranno pure grandi e grossi, ma finiscono lo stesso sotto il fuoco dei sistemi anticarro di Hezbollah. Insomma il colpo a cento chilometri di distanza serviva (e serve) ad anticipare l’invasione di terra.
Nazione indiana perchè mi censuri?
che significa questa storia che non posso rispondere a quello che mi viene detto?
http://khalasnews.splinder.com/post/8766457
Ho postato su indymedia la risposta che, non capisco per quale motivo, non mi avete pubblicato:
http://italy.indymedia.org/news/2006/07/1119471.php
saluti
Un appunto parziale.
Analizzare la questione storica Israelo-Palestinese, partendo da un solo un segmento, come la vicenda attuale col Libano, porta a valutazioni fatalmente parziali, incomplete.
D’altra parte non si può, ogni volta, rileggere in dettaglio sessant’anni di conflitto.
Come se non bastasse, a mescolare continuamente le carte, cioè ad impedire che si riesca a mettere in fila serenamente i dati analitici, la comunità ebraica occidentale mette costantemente in atto il ricatto dell’anti-semitismo.
Su ogni giudizio politico scatta l’accusa antisemita, che riporta il discorso su un’altro piano, innesca polemiche feroci, eccetera.
Ritengo che questa sia una strategia precisa, tesa a spezzare ogni discorso per riportarlo ai fondamentali, alla sequenza che parte dalla Shoà, per finire nell’affermazione: attenti l’anti-semitismo non è morto.
Così, come accade parzialmente anche qui, ci si ritrova a parlare di noi, invece che della questione in oggetto.
Ogni analisi politica si incaglia regolarmente, non riesce a procedere.
È tutto molto complicato: Israele può essere dalla parte della ragione per quanto riguarda un segmento ed avere profondamente torto nell’analisi di un intervallo più ampio, per tornare ad aver ragione in un ulteriore allargamento e poi torto, eccetera.