La resistenza della letteratura

14 novembre 2003
Pubblicato da

di Christian Raimo

FEN_03.GIFHo partecipato ieri alla tavola rotonda su “La resistenza della letteratura” che è stata organizzata come chiusura di un convegno su Fenoglio. I moderatori sono stati Giulio Ferroni e Gabriele Pedullà, gli altri partecipanti Michele Mari, Piergiorgio Bellocchio, Eraldo Affinati, Emanuele Trevi e Roberto Alaimo. In questi giorni ho passato mentalmente al setaccio idee e suggestioni sul senso della resistenza, su cosa vorrebbe dire oggi “scegliersi una parte dietro la linea gotica”, come diceva Giovanni Lindo Ferretti: ossia come si fa a discernere l’uso arbitrario del potere a cui opporre una resistenza. Gli esempi recenti più significativi di resistenza culturale che mi sono venuti alla mente non provenivano però dai libri, ma da quello che gravita intorno ai libri.
Le persone a cui pensavo sono io impiegato di una casa editrice, un tipografo e una ex-commessa di una “Feltrinelli”.

Io tra mille altre derive nel mondo del terziario avanzato (“Ho visto le migliori mente della mia generazione morire nel data-entering”) ho bazzicato un paio di case editrici. Per un anno ho lavorato alla Fazi con un contratto di co.co.co. in piena era da delirio new economy: l’idea di Elido Fazi, capo della casa editrice, era di investire energie (le mie tra le altre) nella creazione di “un portale della cultura”, un sogno enciclopedico per cui aveva preso tre persone a un milione al mese, delegate a riempirlo di contenuti. Secondo me era un progetto fallimentare fin nel suo concepimento. Ma ho aspettato sei mesi per vederlo naufragare. Non contento, Elido Fazi ha voluto rischiare su un altro progetto che mi parve altrettanto peregrino: l’e-book. Organizzò un supermeeting, tentò di trasmettere il suo entusiasmo a 40 persone, fece discorsi un po’ orecchiati su “oggi siamo una squadra da Uefa, dobbiamo puntare allo scudetto”. Io gli dissi che per me (al contrario dei consulenti finanziari benpagati che aveva interpellato) considerando tutta una serie di parametri di senso comune, la Fazi con l’e-book ci avrebbe rimesso un sacco di soldi, e che per come era ideato e per quelli che erano i tempi, sembrava il progetto folle di rendere il libro (un oggetto popolare) in un prodotto d’elite. Fazi mi rispose che: “Come dice Bill Gates, I’ve never heard such a stupid thing”. Qualche giorno dopo gli dissi che non mi sembrava giusto investire me stesso in qualcosa in cui non credevo. Lui mi ripose: “Vbbne, sdb, vbebene” (eravamo al bar e stava mangiando voracemente un panino).

La cosa che mi innervosiva di più lavorando alla Fazi era la mancanza di un’impronta editoriale, di una linea, di una visione comune, di una condivisione di valori, oltre che (manco a dirlo) di un senso di solidarietà di gruppo. Ogni tanto si pubblicava qualche libro importante, ma nel frattempo uscivano una serie di istant-book di new-economy tipo “Darwinismo digitale” il cui titolo è abbastanza esplicativo, oppure l’agiografia di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon (la mattina curavo la redazione del libro, la sera vedevo su “Report” i documentari su quelli che lavoravano nei grandi magazzini di Amazon, senza alcuna tutela sindacale, spesso senza alcuna garanzia contrattuale, spesso senza la possibilità di permettersi un tetto dove dormire con i soldi guadagnati, che passavano la notte in macchina davanti ai magazzini).

Quando tre mesi fa è uscito il libro di Melissa P. non è stata quindi una sorpresa. (Del resto erano già usciti mostri come Camillo Langone, un libro spazzatura su Bin Laden, uno di foto e poesie di una bonazza svedese…) Ma, senza moralismi, ogni casa editrice fa delle porcate che magari giustificano economicamente la possibilità di stampare intere collane. Oriana Fallaci ad esempio, alla Rizzoli, aiuta consistentemente “Sintonie”. Paolo Crepet a “Stile Libero” tappa parecchi buchi.

Molta gente che lavora lì dentro alla Fazi si vergogna di aver contribuito in un modo o nell’altro alla pubblicazione di Melissa P., e allora la questione che io mi ponevo era questa: possono cento libri di filosofia analitica, d’inchiesta sugli indiani d’America, di studi sulla poesia contemporanea controbilanciare il potere culturale esercitato da Cento colpi di spazzola?

Il passo successivo è avvenuto con il libro di Gianfranco Fini. La parabola è interessante: alla Fazi chiedono a vari politici dell’intero arco costituzionale se vogliono realizzare un libro-intervista. L’intero arco costituzionale: come dire Alberto Sordi. Il destino vuole che l’unico che gli risponde è Fini, evidentemente molto interessato ultimamente a guadagnarsi un’immagine di autorevolezza come politico moderato. I redattori della Fazi arrivati a questo punto scalpitano: non si erano accorti che se si decide di andare nel bosco prima o poi qualche lupo lo incontri. C’è un dibattito interno, ma alla fine nessuno si irrigidisce e il libro si fa – tanto più pare legittimato da una prefazione di Giuliano Amato che inizia con una splendida excusatio non petita “Per ragioni anagrafiche non si può dire che Gianfranco Fini sia stato implicato col fascismo”.

La cosa che mi ha colpito è che in una filiera editoriale di no che diventano ni che diventano sì, l’unico che ha fatto valere le sue ragioni è stato il tecnico, ossia il tipografo della Fazi, Roberto Iacobelli, che ha bartlebyanamente ha detto che avrebbe preferito non stampare il libro di Fini. A Fazi si sono rivolti a un’altra tipografia con cui lavorano per l’esubero, e il libro è stato stampato lì, e tra parentesi è venuto graficamente molto difettoso: la copertina più stretta delle pagine interne, la foto di Fini sulla bandella sembra quella di uno scomparso a Chi l’ha visto.

La tipografia di Iacobelli ha una storia connotata: un mestiere che si passa di padre in figlio, una serie di scelte imprenditoriali coerenti negli anni, una storia di militanza si potrebbe dire. Ma come si fa a essere resistenti, militanti, facendo un lavoro tecnico? Ho fatto una lunga chiacchierata con Iacobelli qualche giorno fa. E mi ha raccontato quali sono in fondo i valori di riferimento del suo lavoro: il rispetto dei dipendenti ossia il rispetto delle regole che coordinano i rapporti di lavoro e la cura per l’estetica (il gusto magari nel fare i libri d’arte o i libri di fotografia, il libro di cui va più fiero è un libro di fotografie di Delogu sul carcere). Mi ha detto che, considerando la crisi profonda del mercato dell’editoria, è fortunato a potersi permettere di dire di no a stampare il libro di Fini, come dice di no a stampare manifesti elettorali, materiale propagandistico di Berlusconi, e come, per la stessa coerenza di scelta, dice di no a stampare libri che sono stati curati redazionalmente in maniera sciatta (Da quando infatti molto del lavoro della tipografia è diventato appannaggio della redazione, da quando insomma i computer hanno facilitato il processo di composizione del libro, mi ha spiegato, molta gente si è improvvisata editore. E sforna fuori magari libri impresentabili che gli chiede di stampare, e anche qui: lui si dice fortunato a poter dire di no).

Ma non è tutto, nell’ottica di una condivisione dei saperi, Iacobelli è lo stesso che qualche anno fa ha pubblicato per Stampa Alternativa un famoso mini-vademecum, “Farsi un libro”, che spiegava gli elementi tecnici basilari per potersi produrre in proprio un libro anche curato. Sempre con lo stesso spirito, e sempre con Marcello Baraghini, oggi organizza corsi di editoria gratis, quegli stessi corsi di editoria che – a pagamento – sono diventati un business semitruffa per far guadagnare una serie di sedicenti editori e improvvisate agenzie letterarie.

Qual è la sua consapevolezza del mercato editoriale, ossia del mondo culturale, a giudicare dal suo sguardo spostato (dal basso?), ma in un certo senso anche sguardo privilegiato? Iacobelli ha provato a farmi rendere conto di come determinate forme di potere vengano esercitate in un modo capillare e non apparente. Per esempio: da quando Berlusconi è al governo, le tipografie Mondadori – che sono il gruppo più grande d’Italia – vengono, al contrario della tendenza generale, oberate di lavoro. Molto spesso alcuni politici o altri imprenditori, per ingraziarsi in un modo diretto o indiretto Berlusconi o la sua parte politica preferiscono delegare larghe commesse alle sue tipografie. Il risultato è che la Mondadori assume un ruolo se non di monopolio, di influenza massiccia, sulle regole e l’andamento del mercato. Senza troppi sforzi può permettersi di dettare legge sui prezzi, sulle prassi sindacali, sui tempi di consegna di lavoro, etc… Vogliamo parlare di libri?, e allora replicate questo discorso nell’ambito della distribuzione, mettiamo, o in quello della promozione, e capite che la frase il mezzo è il messaggio acquista un’accezione molto vasta.

Ma veniamo al terzo aspetto della cura dei libri: la vendita. Ho conosciuto bene vari commessi di librerie, e mi sono anche qui fatto un’idea abbastanza definita delle politiche aziendali che vengono adottate dalle grandi catene librarie. Dove la competenza che viene apprezzata è al massimo quella di un vetrinista. Per esemplificare, mi sta a cuore parlare di una ragazza che cinque anni fa ha cominciato a lavorare per una Feltrinelli, una libreria unanimemente riconosciuta essere una libreria (per cui una presenza culturale) di sinistra. Come mai allora almeno qui a Roma da parte dei lavoratori si è vista un’adesione al sindacato solo a partire del 1999? Ci troviamo per caso in una realtà in cui chiedere la presenza di un sindacato, in una Feltrinelli di sinistra, sembra un capriccio, una bizzarra ostinazione: e ti porta a quel punto a essere considerato un dipendente scomodo, in una demarcazione tra “buoni” (quelli che accettano passivamente qualsiasi schiribizzo dell’azienda) e cattivi (gli iscritti al sindacati, ovvero le teste calde)? Non era un’idea di sinistra dare al lavoratore la possibilità di difendere i propri diritti e di riconoscersi come gruppo di lavoratori?

Questa ragazza ha lavorato all`inizio con una collaborazione non regolamentata, le dicevano se viene l’ispettore del lavoro esci dalla cassa e fingi di essere una cliente. Dopo un po’ un anno è stata assunta: ai colloqui ha visto che tra le altre domande veniva chiesto di che segno fosse, se ti piacciono gli animali.

Ha visto andare via, nei due anni di resistenza, in una libreria Feltrinelli con un personale di 11/12 persone, un qualcosa come 7 dipendenti prima di lei e altri 3 dopo di lei. Quale il motivo di questo di ricambio? E perché le persone decidono di lasciare un lavoro sicuro a contratto nella realtà lavorativa di oggi così precaria? Si può parlare di resistenza quando alla fine si decide di abbandonare il campo di battaglia? Sono state nella quasi totalità dei casi le persone professionalmente più valide a decidere di andare via o a essere state indotte a farlo da un mancato scatto di responsabilità e di riconoscimento professionale, o spesso a causa dell’innominabile mobbing. E poi appunto il mobbing: il mobbing non è quasi mai una forma di arbitrio evidente. È mobbing per esempio spostare ogni giorno l’orario di lavoro in modo che il dipendente si senta assolutamente condizionato dai turni? È mobbing rendere una prassi turni di 46 ore settimanale? È mobbing far spolverare per la seconda volta i libri già spolverati? È mobbing assegnare a una persona che ti dice chiaramente di amare quasi feticisticamente i libri il compito di cestinarne chili di quelli che non si possono in resa? Era mobbing accusarla di furti in cassa e dirle piccole parolacce sottovoce? Era mobbing denigrare la sua professionalità “non mi rendere la libreria troppo intellettuale”? Era mobbing avvicinarsi con una scusa mentre lei era in cassa, mollare una scureggia silenziosa e poi allontanarsi? Allora non si può che guardare con indulgenza un licenziamento avvenuto a seguito di una situazione in cui appunto un’adesione al sindacato è stato visto come un tradimento, e, per dire, un mese di aggiornamento a Bologna è stato proprio per questo trasformato meramente in un mese a mangiare piadine, azzerando qualsiasi tipo di aspettativa professionale.

Questa ragazza insieme ad altre che lavoravano nella stessa libreria, maltrattate in altro modo (una ragazza musulmana a cui si mettevano i turni sempre di venerdì, per fare un esempio sintomatico di come il potere sembra sempre congegnato non in sé ma come esercizio di autolegittimazione del proprio arbitrio), hanno deciso di intraprendere delle cause contro . Si sono rivolte all’Ispettorato del Lavoro, che le ha sconsigliate. Feltrinelli, gli ha detto, è un’azienda molto grossa, guardate qua: questo è il pacco di causa contro McDonald’s e questo quello contro Feltrinelli: la quasi totalità va buca.

Ora, le cause ci saranno, alcune sono anzi già in corso, certi dipendenti sono più battaglieri, altri ovviamente si stufano e lasciano andare. Ma per capire quanto questa situazione “sotterranea” abbia dei riflessi assolutamente tangibili in quello che è il mondo della cultura, la formazione intellettuale delle persone, basterebbe rivolgersi a dei clienti fissi delle Feltrinelli e chiedere se riescono a parlare di libri con chi oggi lavora in libreria, e se hanno nostalgia della professionalità di chi è stato costretto a licenziarsi non riuscendo ad accettare questo livellamento verso il basso in cui le librerie sono sprofondate. Anche se, bisogna riconoscerlo, i libri sono ben esposti in vetrina e costantemente spolverati.

___________________________________________________________

Per inserire commenti vai a “Archivi per mese – Novembre 2003”

Tag:

7 Responses to La resistenza della letteratura

  1. umbe il 14 novembre 2003 alle 19:26

    in effetti sono rimasto sbalordito quando un commesso feltrinelli mi ha sconsigliato il lansdale che avevo in mano dicendomi che sarebbe stato meglio partire con ” mambo degli orsi “…giuro l’atto d’amore piu’ vero che mi sia capitato in una libreria…di sinistra
    ps tra l’altro delle feltrinelli se ne sta gia’
    occupando brolli su pulp…

  2. anna il 14 novembre 2003 alle 21:35

    le situazioni di cui scrive Christian Raimo sono certo sintomatiche delle idee marce che circolano di questi tempi; dello stato d’assedio, ideologico (come si può parlare della fine delle ideologie? e quale ideologia è più potente, subdola, pericolosa se non quella che si confonde, e si dissimula nella prassi; così la standardizzazione della flessibilità, o il mobbing che guai a definirlo una pratica degna della sigla ss, piuttosto un metodo informale per la selezione delle risorse umane. e che scherziamo!), a questo assedio siamo sottoposti in maniera meschina e fraudolenta. se ci potesse appellare al fatto che coloro (certa gente dell’editoria, della libreria, dell’industria culturale, della baronia accademica eccetera) che violano i territori dei diritti umani in nome delle “magnifiche sorti e progressive” non sanno quello che fanno, sarebbe già una consolazione. ma il dolo c’è. c’è nella cecità, nella sordità, nella noncuranza volontarie, nella volontà deliberata di rendere tutto affatto umano. seppure ci fosse solo l’incapacità, la colpa di non essere in grado di intessere strutture economiche, sociali, culturali che denotano una Civiltà, lo stesso non si può accettare. lo stesso queste invasioni, questi prevaricazioni vanno combattute, accerchiate, sconfitte. perciò ben vengano la resistenza, la militanza raccontate da Raimo. ma al riguardo mi chiedevo: più che di resistenza, relativamente agli esempi e alle possibilità di combattimento, non sarebe più appropriato parlare di “desistenza”; forse è meno evocativo, meno forte come termine, ma rende bene, secondo me, la rinuncia volontaria a compiere un atto criminoso (come recita il linguaggio giuridico). in fondo tutti e tre gli esmpi portati non hanno resistito/desistito attraverso una rinuncia? c’è da chiedersi se di questi tempi, resistere significa non partecipare, isolare il nemico. e se la non connivenza sia la forma prima di ammutinamento.

  3. Giuseppe Iannozzi il 15 novembre 2003 alle 00:16

    Gran bel pezzo. Davvero. Ma penso una cosa: quando un libro è brutto, il miglior modo per fargli pubblicità “gratuita” è la totale indifferenza, ovvero non parlarne. E’ per questo motivo che non parlerò di Fini, non parlerò di Selvaggia Lucarelli (che pubblicherà con Mondadori), non parlerò di tanti altri. Non è solo una questione di tempo, è una questione di qualità. Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi, e la padronanza uno la trova anche attreverso l’indifferenza, passando avanti, senza degnare d’uno sguardo il libro, perché molti libri sono nemici dei libri, e le politiche che li conducono sugli scaffali delle librerie sono ancora più squallide dei loro autori. Alle volte penso che i roghi alcuni libri li alimenterebbero davvero bene: se non altro servirebbero a qualcosa, ad alimentare il fuoco, e poi la cenere – non si sa mai – potrebbe servire a ridar vita alla terra derubata di troppi alberi, troppi davvero. Allora, forse, i roghi sono una necessità. Non voglio comprare né essere comprato, cantava così, nevvero? Be’, un gran bel pezzo. Cari saluti,
    Giuseppe Iannozzi

  4. luminamenti il 16 novembre 2003 alle 19:13

    Su queste cose la rivista Posse si è concentrata molto. Difficile lavorare.

  5. andrea barbieri il 16 novembre 2003 alle 22:56

    Lumina, sul web non riesco a trovare un sito, mi spiegheresti cos’è Posse?
    (Poi volevo chiederti un’altra cosa, che ci facevi insieme a quell’artista del viener aktionismus, Hermann Nitsch? è una curiosità che ho dai tempi di Clarence. Naturalmente puoi anche rispondere che devo continuare a tenerla :-)

  6. andrea barbieri il 17 novembre 2003 alle 22:54

    Sono in vena di esperimenti, ho (s)postato l’articolo su maltesenarrazioni per vedere che cosa ne dicono lì.

  7. leonid il 25 novembre 2003 alle 10:10

    l’intervento di raimo è piuttosto bello, tuttavia credo che dovrebbe ormai essere chiaro che parlare di destra e sinistra ha ben poco senso, soprattutto non ne ha se si cerca di far valere le ragioni dei lavoratori. forse che alle coop le condizioni lavorative sono migliori rispetto alla standa? vale lo stesso discorso fatto da raimo per la feltrinelli. la sinistra istituzionale italiana (perchè è la sola che conosco un poco) è del tutto integrata nel sistema capitalistico e liberistico che da anni, da sempre oserei dire, ammorba la vita di quasi tutti. assurdo quindi cercare lì un qualche tipo di solidarietà.
    non mi stupisce affatto quindi ciò che raimo scrive, perchè lavoro con case editrici e so bene che sono capaci di pubblicare, che ne so, il manifesto contro il lavoro del gruppo krisis (faccio solo un esempio, non ce l’ho in particolare con deriveapprodi. tra l’altro, il manifesto in questione è scaricabile a gratis qui: http://www.krisis.org/gruppe-krisis_manifest-gegen-die-arbeit_italienisch_1999.html )e poi sfruttare sistematicamente i dipendenti o i collaboratori non pagando, ritardando i pagamenti, imponendo condizioni impossibili ecc.
    partiamo quindi dal presupposto che il capitale (di dx, sx, centro o qualunque altro) è nemico del lavoro, deve esserlo per continuare a dominarlo. lo stato, e in italia la cosa è talmente lampante da risultare ridondante parlarne, non fa altro che difendere e propugnare questo tipo di rapporto di forza con leggi repressive e draconiane (il processo di precarizzazione del lavoro è stato iniziato da un governo di centrosx, ad esempio, e sulle questioni economiche, sui lavori pubblici ecc la sintonia tra sx e dx è totale). insomma solo al di fuori dello stato e delle sue isitituzioni (e dei suoi emissari) è possibile ricostruire una certa equità, altrimenti mi pare inutile stupirsi di certi meccanismi.

    il manifesto contro il lavoro, leggetelo.



indiani