Intervista a Wu ming 5

31 gennaio 2004
Pubblicato da

di Jacopo Guerriero

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Qualche tempo fa, per motivi di lavoro, ho avuto la fortuna di conoscere Riccardo Pedrini, Wu Ming 5. A quell’epoca avevo già letto tutti i suoi libri, anche quelli scritti prima di entrare nel collettivo, ne avevo apprezzato lo schema logico, la densità, la tensione estremista e provocatoria.
Qui sotto riporto un nostro scambio realizzato di recente, in coda inserisco anche il risultato di una nostra precedente conversazione tenutasi in occasione dell’uscita di Havana Glam.

Come sei arrivato a scrivere e quando? So che prima di arrivare alla letteratura sei stato a lungo un musicista..
Non so come. So rendere conto dei passaggi tecnici ma non so dire se qualcosa, nel mio destino personale, portasse necessariamente alla letteratura. Il mio primo progetto di romanzo risale alla tarda adolescenza (ora ho trentanove anni) e si trattava di fantascienza. L’occasione per scrivere il primo libro, una specie di saggio reso “autentico” e insolito dalla biografia di chi scriveva, ha però a che fare con la mia precedente esperienza di musicista. Qualcuno vide in quel lavoro e in quelli successivi (altri due saggi) una specie di vocazione alla narrativa, e così, alla fine del millennio scorso, incominciai a scrivere il mio primo romanzo, Libera Baku Ora.

Quanto ha contato per te aver militato sulla scena punk-oi di inizio anni ‘80? Dico proprio nel tuo lavoro di scrittura, nel modo di vedere le cose..
In questo momento della mia vita direi ben poco, ma forse sarei ingiusto. E’ che vivo un periodo di pressochè totale repulsione per stili, clan, bande e altro legato al rock ‘n roll. Forse la cosa davvero importante è un legame originario, primitivo con la musica, e la mia ossessione di collezionista di musica nera in tutte le sue accezioni. Traggo molte più suggestioni, in questo momento della mia vita, da Gil Scott-Heron o da Archie Shepp che dai Pistols.

Circa un anno fa è morto Joe Strummer. Ti senti di ricordarlo in qualche modo?
E’ il rock ‘n roll che a volte (non sempre) fa invecchiare male e rende parodistici. E’ per quello che molte star muoiono giovani. Joe Strummer ha creduto davvero in quello che faceva, e questo è tutto quanto mi sento di dire. Forse sarebbe invecchiato bene. Quello che fai ha valore se ci credi. Io non ci credevo più, quindi ho smesso. Chi ha continuato conoscerà la purezza delle proprie personali motivazioni: non è detto che un rocker debba per forza non essere credibile oltre una certa soglia d’età.

Prima di arrivare alla narrativa hai scritto tre «saggi impuri»: Skinhead, Ribellarsi è giusto, Ordigni.. Dimmi qualcosa di più a riguardo di questa parte della tua produzione. Personalmente ho trovato tutti e tre i testi interessanti..
Skinhead (che forse verrà ristampato in una nuova edizione) fu un piccolo caso all’epoca dell’uscita. Ha tutti i limiti di uno scarso approfondimento scientifico e di una vena di autobiografismo non sviluppata a dovere. Nel suo piccolo, ebbe però una certa rilevanza.
Ribellarsi è giusto è il titolo che fu imposto da Castelvecchi, in maniera devo dire insolitamente felice al mio secondo lavoro. Ci sono dentro considerazioni che riguardano il ruolo delle arti marziali nelle società odierne che mi sembrano ancora di qualche valore. Dal punto di vista tecnico, ho rivalutato grandemente le arti marziali tradizionali, e molte cose le scriverei in maniera diversa. Ho gettato un sasso nello stagno. Ma non era il momento (e forse non lo sarà mai) per una riflessione critica sul mondo marziale, sempre più simile a un triste circo.
A Ordigni invece sono molto affezionato. Forse è il mio lavoro migliore, il più semplice, il più diretto. Parla di quando esisteva una scena punk a Bologna, ed è piaciuto a molti. Chi volesse ripubblicarlo si faccia avanti, metterei volentieri mano a una seconda edizione.

Alla narrativa, invece, sei arrivato con Libera Baku ora. Un libro che ha molto a che fare con la conclusione del tuo ultimo saggio:«Anche la storia è una visione, occorre imparare a vedere»…
Libera Baku Ora è un libro che molti trovano affascinante anche a dispetto di limiti evidentissimi nella lingua e nella tenuta complessiva. Il mondo in cui si svolge l’azione è invece abbastanza vivido: io scrivo quello che vedo svolgersi, scena per scena, nella testa. Il mio flusso di coscienza non è simile a una narrazione attorno a un fuoco. Assomiglia piuttosto a un film d’azione di serie B. Il romanzo è tutto questo, con in più una serie di preoccupazioni filosofiche che sono fastidiose e/o irrilevanti per alcuni e che hanno reso il libro un oggettio di culto presso altri.

Quanto ha contato il “genere” nel tuo avvicinamento al romanzo?
Io divoravo fantascienza da adolescente. Per me un romanzo “è” di genere. Non lo rivendico, lo constato. Probabilmente è un limite.

Havana Glam è invece il libro nato più o meno nel periodo in cui sei entrato in Wu Ming…
Prima che “wumingiano” Havana Glam è addirittura “blissettiano”; perché c’è questa collusione tra cultura e mitopoiesi attorno a eroi popolari che mira a riproporsi a un livello politico. La funzione di Cary Grant in 54 è simile a quella di David Bowie in Havana Glam, anche se, essendo 54 un romanzo meno di genere, la sua figura è ancora più delineata in questo senso. Questa pulsione nell’equilibrio narrativo, comunque, è una cosa tipica nostra: c’è un personaggio centrale attorno a cui ruota una costellazione di «non personaggi», le storie minori, le lingue minori ecc.
Poi è anche importante dire che Havana Glam arriva in un momento in cui noi volevamo scrivere qualcosa di pop. Personalmente è stata un’esperienza che mi ha insegnato a scrivere in modo molto più economico.

Wu ming continua a pensarsi eterodosso rispetto agli schemi letterari più tipici del nostro paese?
Sì. Noi come boutade diciamo spesso che la nostra è letteratura italiana solo per il fatto che è scritta in italiano. Resta una boutade ma è evidente che noi cerchiamo di evitare quasi tutte le tendenze tipicamente italiane. In modo particolare quelle modularità psichiche presenti nella cultura italiana dagli albori.
Noi utilizziamo la letteratura come un macellaio utilizza la carne bovina, la frase ha un sapore volutamente provocatorio. La vacca è un organismo riconfigurato in modo da renderlo un prodotto assimilabile. Stessa cosa per la letteratura: è sì qualcosa di veramente organico ma in ogni momento necessita che vengano scelti i quarti giusti per riconfigurarli e renderli digeribili. Noi vogliamo scrivere letteratura popolare, non per tutti in assoluto ma per il maggior numero possibile di persone.

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14 Responses to Intervista a Wu ming 5

  1. Fuster il 31 gennaio 2004 alle 21:03

    Trovo l’intervista estremamente interessante. Non conosco molto il Pedrini «romanziere», conosco qualcosa del Pedrini saggista (ho letto Ordigni). Mi riprometto di colmare questa mia lacuna. Condivido in pieno il ricordo di Joe Strummer. Si è detto e scritto davvero troppo poco su una figura importante come la sua…esempio di grande coerenza e rigore morale…una specie di Che con la chitarra (abbastanza insulsa questa metafora visto che è noto come il Che non annoverasse tra le sue cospicue doti quella di possedere un buon orecchio musicale). A questo proposito mi piacerebbe riferire qui una mia personale esperienza. Quando Joe Strummer venne a Milano a suonare coi Mescaleros al Rolling Stone andai a vederlo con un mio carissimo amico. Il concerto fu straordinario e straordinarie furono le emozioni che ci diede e ci portiamo dentro tuttora. Bè…alla fine noi e pochi altri andammo ad attenderlo all’uscita del locale. Pensavo che sarebbe venuto fuori con tanto di guardie del corpo, mastini incazzati pronti a fare a pezzi qualunque temerario avesse osato solo dirgli ciao. Invece nulla. Joe uscì da solo con le mani in tasca, tranquillo e incazzato come un vero punk e dimostrò grande disponibilità anche coi più noiosi cacciatori di autografi. Non eravamo in molti ma regalò a tutti una parola…un saluto…un sorriso. Tutto senza pose di nessun genere e senza nemmeno quell’espressione seccata di chi sa di star facendo qualcosa di necessario, ma stucchevole. Neppure dimostrava finto compiacimento o cazzate del genere. Aveva il distacco e la partecipazione che ci volevano. Niente di più. È questa grande sobrietà che l’ha reso grande anche negli eccessi. So di essere in contraddizione, ma vivaddio..non sarebbe esistito il punk senza lo spirito di contraddizione…
    Ciao.

  2. Lucia il 31 gennaio 2004 alle 21:41

    A mia volta apprezzo (e finalmente!) il fatto che WM5 ricordi Strummer. Anche se i bolognesi restano sempre un po’ snob…

  3. Mario Zero il 3 febbraio 2004 alle 09:38

    Certo, da punk a “voler piacere al maggior numero possibile di persone” la strada è stata meno impervia di quanto ci si potesse aspettare…

  4. franz krauspenhaar il 3 febbraio 2004 alle 14:08

    Anche i punk hanno… un’anima… Non c’è niente di male a fare una letteratura di buona qualità che cerchi al contempo di raggiungere il maggior numero di lettori. Anzi!
    Poi ci sono punk e punk, secondo me. Ci sono quelli che diventano scrittori, come nel caso di Wu Ming 5, quelli che crepano giovani, quelli che vanno all’Isola dei Famosi inglese come Johnny Rotten…

  5. Bene il 3 febbraio 2004 alle 16:41

    Caro Franz, cosa può esserci di più punk che finire sull’Isola dei famosi? Johnny Rotten è il migliore..no?

  6. Jacopo il 3 febbraio 2004 alle 16:45

    Mario Zero mi spiega meglio il senso del suo post?Un saluto.

  7. Fuster il 3 febbraio 2004 alle 18:00

    In un certo senso è effettivamente molto punk finire all’isola dei famosi…una forma di sberleffo nei confronti di quelli che fanno i puri, ma poi sotto sotto si guardano nel portafoglio eccome. L’unico problema è che non credo ci sia questa grande lucidità in Johnny Rotten. Penso che lo faccia semplicemente per guadagnare quattrini. Johnny Rotten (che io stimo molto peraltro) ha incarnato lo spirito punk in modo perfetto per alcuni anni adesso non più. L’ha incarnato molto meglio dopo Joe Strummer quando ha sguazzato per anni in un ingiusto anonimato e ha rifiutato facili opportunità per arricchirsi. Ma questa è solo un’opinione….

  8. franz krauspenhaar il 3 febbraio 2004 alle 19:26

    Ciao Bene, secondo me Fuster ha detto giusto, Rotten lo fa per la grana ma allo stesso tempo è una cosa molto punk finire sull’Isola Britannica Dei Famosi! E sono d’accordo con lui su Joe Strummer.
    In ogni caso, il punk è morto e sepolto e non mi senti di dire “purtroppo”.
    Ma come si sa i gusti sono gusti.
    Mi dispiace che sia morto Joe Strummer, però.
    Un caro saluto.

  9. Bene il 3 febbraio 2004 alle 20:50

    Sul “purtroppo” non sono d’accordo, caro Franz, ma è comunque vero: il punk è morto e sepolto.. anche a me spiace x strummer, però, magari, giù in garage c’è il PROSSIMO Strummer che sta provando..
    Ciao a tutti

  10. Mario Zero il 3 febbraio 2004 alle 23:00

    Chi scrive contro vento o a favore non arriva da nessuna parte. Gli artisti non perdono un grammo di se stessi a provocare o a carezzare, vanno dritti. Sono la loro voce e nient’altro. Altrimenti sono un interessante fenomeno di costume, ma è una faccenda diversa.

  11. andrea barbieri il 4 febbraio 2004 alle 11:21

    Quando Vu Ming 5 dice:

    “E’ il rock ‘n roll che a volte (non sempre) fa invecchiare male e rende parodistici. E’ per quello che molte star muoiono giovani.”

    lo vorrei invitare alla prossima data italiana del Never ending tour di Bob Dylan, per rendersi conto di cosa può combinare un grande artista. Prima del concerto potremmo ascoltarci Time out of mind, album del ’97, tanto per sgombrare il cervello dal binomio fantastico rock-ribellione giovanile. E gli taroccherei qualche cd delle american recordings di Cash, qualche Zevon, qualche Earle, per evitare ricadute a casa.

  12. Jacopo il 4 febbraio 2004 alle 12:27

    Per Mario Zero: concordo decisamente se il discorso prende una piega “estetica”. Non è apprezzabile, generalmente, un testo bello o brutto a priori. Per il resto non mi permetto di interpretare il pensiero di WM5 anche se penso che l’orizzontale gioco con l’immaginario, che sviluppa il collettivo, tenga molto seriamente in considerazione l’idea di finire a fare i conti con una letteratura come “fenomeno di costume”…

  13. Franco il 5 febbraio 2004 alle 21:19

    Per Mario Zero: mi sembra non ti sia chiaro il significato delle seguenti parole: “a volte (non sempre)”.

  14. Mario Zero il 7 febbraio 2004 alle 11:41

    E financo e imperrocché?



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