Il romanzo e la Storia 1

10 marzo 2004
Pubblicato da

di François Taillandier tradotto da Massimo Rizzante

(Dispatrio è una rubrica dedicata a prime traduzioni di autori stranieri non ancora apparse in Italia né su rivista né su volume; consideriamo prime traduzioni anche le nuove traduzioni di testi già apparsi in italiano)

Un’onestà elementare m’impone di dire, tanto per cominciare, che non sono né un critico letterario né un teorico, e neppure uno “specialista” del romanzo. Il modo in cui parlerò del romanzo sarà quindi indissociabile dalle mie scelte di romanziere, dalle mie letture frammentarie e dalle mie preferenze istintive. Qualcun altro, diverso da me, incorrerebbe senza dubbio in un altro genere di errori… Per la verità avrei certamente rinunciato a questo mio intento se nel corso di casuali conversazioni non mi fossi accorto che alcuni interlocutori avevano delle idee per certi versi simili alle mie (cosa che sembrava significare che quest’ultime non erano proprio del tutto soggettive). E’ entro questi limiti, perciò, che mi appresto ad evocare l’attuale situazione del romanzo in Francia.

Si sarà notato che non ho detto “del romanzo francese”, bensì “del romanzo in Francia”. Credo, infatti, che l’unicità del genere sia molto più importante delle sue radici nazionali.

Per dire le cose un po’ ex abrupto: la questione del romanzo in Francia mi sembra oggi come ieri quella del suo legame con la Storia. Questo rapporto, sia esso rimosso o accolto, rivendicato o aggirato, espresso in forma inconscia o meditato, è a mio avviso il motore dell’evoluzione del romanzo in Francia.

Non si tratta, evidentemente, di un rapporto di rappresentazione. Un buon esempio di ciò che chiamo “il legame del romanzo con la Storia” ci è fornito da uno dei primi romanzi scritti in Francia, Le Paysan parvenu di Marivaux. Il romanzo racconta di come Jacob, un giovane d’origine piuttosto modesta, si fa strada nella società dei primi anni del ‘700, all’epoca della cosiddetta “Reggenza”. La storia di Jacob non si sarebbe potuta scrivere trent’anni prima, sotto il regno di Luigi XIV, quando, invece, fu scritto Le Chat botté, un altro grande testo narrativo. Anche qui siamo alle prese con un’ascesa sociale che, sebbene fondata come quella di Jacob sull’astuzia e la seduzione, non può essere portata a buon fine senza la presenza di un gatto dotato di poteri magici. Marivaux, nel suo libro, non parla esplicitamente di ciò che è cambiato dal regno di Luigi XIV all’epoca della “Reggenza”. Eppure il suo romanzo nasce dal cambiamento, è connotato da tale distanza temporale nella misura in cui ne deriva e vi si sviluppa: rivela una nuova situazione dell’esistenza individuale. Ecco un esempio di ciò che chiamo “la relazione del romanzo con la Storia”! Il romanzo è una faccenda genealogica: un’esplorazione delle condizioni concrete della vita che si compie al di fuori dei discorsi ideologici. Ed è per questa ragione che il romanzo è allo stesso tempo un prodotto della Storia e un punto di vista sempre nuovo in grado di illuminarla.

Questo è almeno ciò che cerco di fare quando scrivo. Nei miei libri le date e i luoghi sono sempre precisati e le eterne questioni umane – il divenire personale, le illusioni, gli errori, i diversi ruoli che s’interpretano sulla scena sociale – sono esplorate all’interno delle condizioni specifiche del nostro tempo.

I romanzieri, oggi, tendono continuamente ad eludere una concezione del romanzo come mezzo in grado di svelare la realtà, e a smorzare o ad ignorare il suo rapporto con la Storia.
Qualche anno fa ho scritto un saggio su Aragon, il cui pensiero e lavoro di romanziere sono molto trascurati in Francia (e non solo a causa del suo stalinismo). Aragon, durante gli anni ’30, rifondò contro la volontà dei suoi amici surrealisti il romanzo come strumento di esplorazione della realtà. A questo scopo fece ricorso ad un “realismo” che veniva allo stesso tempo dalla scuola naturalista e dalle teorie marxiste della letteratura (dovette in seguito anche difendere il romanzo dalle tesi dei suoi compagni di partito). Credo che il romanzo mantenga la propria vitalità solo grazie a questa lotta incessante. Nessuno mi convincerà mai che la sconfessione che Gogol fece del suo grande romanzo Le anime morte sia stato il risultato di una crisi mistica o di una depressione. All’epoca i suoi amici, del resto, considerarono questo suo abbandono come una vera e propria diserzione nel bel mezzo della battaglia.

Il romanzo è una lotta, come si è detto, e ciò è vero non solo nei paesi dove esiste un’ideologia di Stato, un sistema religioso o un qualsiasi gergo che impone la propria visione totalizzante. Da noi, ovvero oggi in Europa, non c’è un’ideologia di Stato, ma c’è in ogni caso un’ideologia tout court. Oggi come ieri siamo cordialmente o risolutamente invitati a rinunciare allo sguardo romanzesco.

Il dopo guerra in Francia fu segnato dal Nouveau Roman, etichetta per altro assai artificiale che ricopre esperienze molto diverse, ma la cui funzione più eclatante è stata quella di porre in primo piano la preoccupazione per la forma. Non si trattava di qualcosa di nuovo, ma, senza dubbio, di molto francese: una delle caratteristiche della letteratura in Francia è sempre stata l’importanza fondamentale data alla forma. Il suo vero nome è accademismo.
Il carattere terroristico e inaridente di questa scuola ha generato in seguito una reazione. Negli anni ’80, nel corso dei quali ho cominciato a scrivere, la giovane generazione aveva rigettato in blocco la sua tutela e i suoi divieti. Il romanzo che racconta una storia con dei personaggi ritrovava così la sua buona coscienza, ma purtroppo si approfittò della situazione per proscrivere ogni riflessione filosofica, estetica e politica, a tal punto che le forme di rifiuto del romanzo si sono da allora continuamente rinnovate.

Fu proprio a quell’epoca, ad esempio, che le librerie si riempirono di un gran numero di “romanzi storici” – di romanzi in “abiti storici” – cioè del contrario di ciò che intendo per “relazione del romanzo con la Storia”. Da un punto di vista sociologico devo far notare anche l’importanza che ha da noi il romanzo regionalista. In un celebre articolo Pasolini parlò della scomparsa delle lucciole e, con loro, di quell’Italietta tradizionale per la quale, d’altronde, egli stesso non nascondeva di provare una certa nostalgia. L’uomo Pasolini poteva soffrire di nostalgia, ma in quanto artista non si servì mai di tale sentimento. Anche noi abbiamo la nostra Francia di prima della scomparsa delle lucciole: una Francia contadina, con i suoi mestieri, le sue feste, le sue fatiche, i suoi proverbi – una Francia che è stata in cinquant’anni radicalmente distrutta e che molti romanzieri, in modo lirico e malinconico, continuano a dipingere con tenerezza per un grande numero di lettori, rimuovendo così il “vero” problema: le ragioni e le condizioni di questa rapida e totale distruzione.

In Francia ci sono anche un buon numero di romanzi sull’infanzia – su infanzie popolari ambientate in una Parigi popolare che, come tutto il resto, non esiste più.

Da noi, inoltre, ci sono molti romanzi “turistici”, espressione forgiata dal mio collega romanziere Philippe Muray. Capita che l’autore abbia viaggiato e conosciuto il Giappone o gli Stati Uniti. A questo punto vi trasporta i suoi personaggi con le loro storie d’amore: ci mostra, insomma, le foto che ha scattato durante le vacanze. La Toscana, ad esempio, è un luogo che i romanzieri francesi devono frequentare molto durante l’estate, se stiamo alla caterva di romanzi di ambientazione toscana che si pubblicano in Francia.

Ci sono delle volte in cui un romanziere contemporaneo tenta di evocare la provincia francese. Il suo eroe, parigino, ritrova il paese delle proprie origini. L’autore stesso tuttavia sembra non essere ritornato in provincia da un bel po’ di tempo e crede che la provincia francese sia sempre quella rappresentata nei romanzi di Simenon o di Mauriac. Crede, per esempio, che esistano ancora vecchie zitelle cattoliche, grassi notai, francesi con il loro bel basco in testa…

In altre parole: ci troviamo in un contesto in cui moltissimi romanzieri si applicano a non vedere e a non guardare il mondo inedito che hanno sotto gli occhi. Non sembrano, ad esempio, vivere in un mondo dove la totalità dei gesti e degli atti umani può essere sostituita dall’armeggiare di un mouse davanti ad uno schermo; dove la nuova morale viene ogni giorno insegnata dalla pubblicità; dove l’impresa due volte millenaria del Cristianesimo sta per scomparire a tutta velocità; dove cinquecento milioni di turisti percorrono ogni anno il pianeta (cifra destinata a triplicare nei prossimi dieci anni); dove si sterminano in massa animali domestici dopo averli fatti ammalare; dove la metà della popolazione non vive più né in città né in campagna, ma in periferia; dove la sessualità, una volta regno del proibito e della trasgressione, è raccomandata alla pari dei beni di consumo, degli svaghi o delle pratiche igieniche.

Tutti costoro si guardano bene dal considerare tutto ciò. E credo che in questo siano molto obbedienti: obbediscono all’ordine che è stato dato loro di non guardare ciò che li circonda attraverso lo sguardo romanzesco. Poiché questo mondo non vuole affatto essere visto o, nel caso ciò accada, vuole che gli si dia ragione. Come ha detto una volta Augusto del Noce: la società liberale moderna non può sopportare l’idea che la si descriva come contingente.

Su un solo punto il romanzo francese convoca in maniera esplicita la Storia, cioè sembra interessarsi davvero alla genealogia del presente: il nazismo. Quest’aspetto è, infatti, onnipresente non solo nel romanzo, ma in tutti i dibattiti a carattere morale o politico. Ora, il richiamo continuo al nazismo nei dibattiti francesi mi sembra sospetto, perché è utilizzato come una categoria morale e non storica: essendo il nazismo il Male, tutto ciò che non è nazismo diventa accettabile e non ha bisogno di essere interrogato. Anch’io credo che il nazismo sia stato una forma assoluta del Male, ma temo fortemente che oggi venga strumentalizzato per evacuare ogni tipo di problematica storica a tutto profitto di una problematica morale, se non moralizzatrice; credo che venga strumentalizzato per dissuaderci dall’esaminare le forme moderne di distruzione della coscienza, che sono, in effetti, molto diverse da quelle del nazismo.

Questo sintomo non è riscontrabile, ben inteso, in tutti i romanzieri. Tra noi ce n’è qualcuno che non ha nessuna intenzione di prendere il mondo che ci circonda come “naturale”. Potrei citare i nomi di Benoît Dutertre, François Salvaing, Philippe Muray, Richard Millet, Michel Houellebecq, e ce ne sono senz’altro degli altri che non conosco. Quanto a me ho bisogno di ricordare costantemente a me stesso che tutto non è sempre stato così com’è oggi.
Anielka, l’eroina del mio penultimo romanzo, è una ragazza molto diversa da quello che la madre era stata alla sua stessa età: non è cattolica, non è sposata, ha un bambino, diversi amanti… Che uso fa Anielka di ciò che siamo soliti chiamare libertà? C’è davvero libertà quando nei mass-media sono disponibili tutti i modelli possibili di comportamento? Le grandi domande sull’amore, la libertà, la maternità, la fede, Anielka se le pone nel 1997. Se voglio esplorare davvero in che modo queste domande vengono poste e in quale modo il mio personaggio risponde, mi è indispensabile far riferimento ad un contesto sociale anteriore e diverso, quale, per esempio, quello della madre. E’ in questo senso che ho bisogno di “una relazione con la Storia”.

(Continua)

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