Il romanzo e la Storia 2

10 marzo 2004
Pubblicato da

di François Taillandier tradotto da Massimo Rizzante

Mi sembra che il mondo attuale trovi questa mia necessità piuttosto noiosa e sospetta: ciò significa forse che emetto delle riserve? Che preferisco la società dei bei tempi che furono? Che mi metto a cavillare? Che voglio fare il raffinato? Che sono un reazionario? Il mondo di oggi vorrebbe persuadermi che tutto va bene così com’è, che posso vivere tranquillamente passando dal mio computer al mio telefono cellulare, che questo è il migliore dei mondi possibili. D’accordo, anche se tutto ciò fosse vero, anche se fossi pronto ad ammettere che l’Europa di oggi costituisce il migliore dei mondi possibili, anche in questo caso, vorrei comunque sapere com’è stato possibile che improvvisamente qui, in Europa, siamo stati in grado di edificare il migliore dei mondi possibili, cosa che l’umanità non è mai riuscita a compiere nel corso di tutta la sua storia.

Non tutto, comunque, va poi così bene nel migliore dei mondi possibili.
Qualche anno fa ho conosciuto un uomo che era diventato fascista e negazionista e che, alla fine, si è ucciso. Era stato un tempo un giovane di sinistra, progressista e antirazzista: un bravo ragazzo. A quel punto non mi sono accontentato di dire che era diventato pazzo o malvagio. Al contrario: ho scritto un romanzo per tentare di comprendere come questo migliore dei mondi possibili poteva essere diventato ai suoi occhi così odioso e detestabile da farlo cadere nel peggiore dei nichilismi. Ho cercato di descrivere tutto questo e non so se ci sono riuscito, ma mi è sembrato in ogni caso che la sua disavventura fosse quella di un uomo cortese, evoluto e sradicato: la storia di un uomo privato di un mondo scomparso (società rurale, movimento operaio, ambiente cattolico…). Cosa che ci fa ritrovare la genealogia del presente, di cui parlavo.

Non vorrei, dicendo questo, dare l’impressione di richiamarmi ad una forma di naturalismo. L’estetica naturalista non è in fondo che un ramo storico del realismo. Io sono realista, sempre che si sia ancora in grado di ammettere che il realismo ha per obiettivo la decifrazione del reale (anche nel caso in cui questo passi per un let’s pretend, per un’ipotesi di realtà). L’opera di Kafka, ad esempio, non è naturalistica, non ne ha alcuna intenzione. Eppure nel personaggio kafkiano riconosciamo un’esperienza concreta dell’individuo, altamente significativa, che non è dissociabile dal tempo di Freud, dei ghetti, dei grandi stati burocratici e polizieschi. Essa annuncia, forse in modo profetico, una certa condizione individuale di cui oggi, più ancora forse che ai tempi di Kafka, avvertiamo la verità. La trasmissione televisiva che in Francia si chiama Loft story, e che qui in Italia si chiama Il Grande Fratello, è puro Kafka rivestito di cronaca rosa. E, con in più, il consenso delle vittime…

In aggiunta a queste mie riflessioni d’ordine interno, mi pare necessario pronunciare qualche parola sulla mediatizzazione del romanzo in Francia. Non credo di dire niente di speciale se affermo che essa caratterizza la civiltà attuale non solo in Francia, ma in tutta Europa.

Vorrei parlare della ricezione e della lettura dei romanzi.

Se, come è noto, tra le migliaia di libri che escono ogni anno, un romanzo ha la fortuna di essere accolto, cioè commentato, la cosa si risolve di solito assai in fretta. Nel giro di qualche settimana un romanzo viene pubblicato, presentato ai critici, letto (o meno), fatto oggetto di articoli (o meno). In un caso come nell’altro, dopo uno o due mesi, la pratica viene definitivamente chiusa. Ora, tutti noi sappiamo che il lavoro interiore di un’opera letteraria richiede molto più tempo di quello che si può impiegare per una sua lettura: non si riesce ad esaurire in un sol colpo i molteplici suggerimenti di romanzi come il Don Chisciotte, L’idiota o Il processo. Questa lentezza ci è sempre più negata. Non sappiamo, certo, quello che succede nella testa dei lettori dopo la pubblicazione dei nostri libri, ma sappiamo bene che essi sono continuamente sollecitati dalle novità: le novità dell’attualità, le novità dei programmi televisivi, le novità cinematografiche…

Tutto ciò pone al romanzo, all’arte del romanzo, un problema assai complesso. Il romanzo ha bisogno di tempo. La sua funzione stessa – perciò ho parlato del suo legame con la Storia – è di riaprire il tempo, di “scarcerare” il lettore dal presente. Il romanzo non ha solo bisogno di tempo: esso è tempo. Il romanzo è consustanziale al tempo della riflessione, del sogno ad occhi aperti, della risonanza lenta e prolungata. Restringendo il tempo intorno al romanzo, l’attuale mediatizzazione del mondo non gli rende solo la vita difficile, ma mette radicalmente in discussione la sua stessa essenza (1).

Ciò ci mette di fronte, credo, ad un altro problema, questa volta di ordine estetico. Sottoposto, infatti, a tale pressione, un romanziere ha la forte tentazione di chiarificare per quanto può quello che crede essere il senso del suo libro. Quando ho scritto Anielka sono stato spinto, grazie all’uso di diversi procedimenti letterari, a moltiplicare le allusioni a fatti storici che mi sembravano chiarire il destino della mia eroina: la fine del sistema comunista in Europa dell’Est, l’attività del Papa (il mio personaggio è molto segnato dal cattolicesimo della sua famiglia), così come l’invenzione della pillola anticoncezionale avvenuta nel 1955. Non so se ho fatto bene. Chiarire, circoscrivere è forse un modo di semplificare la ricezione dell’opera. E’, in ogni caso, impoverirla, privilegiando ciò che l’autore crede essere il suo significato, a tutto detrimento delle risonanze interiori dei diversi lettori.

E’ uno scoglio che personalmente ho cercato di evitare nel mio ultimo romanzo, Le cas Gentile. Il romanzo, non a caso, presenta degli aspetti non risolti. Ho scelto di non dare, ad esempio, nessuna spiegazione al fatto che il mio personaggio devasti alcuni pannelli pubblicitari e neppure a quella sorta d’apparizione di cui egli è testimone un mattino sulle colline torinesi care a Cesare Pavese. La sua storia, una volta chiuso il libro, resta per diversi aspetti misteriosa, oscura, insoddisfacente. Sarà il lettore a farsene un’idea. Bisogna, credo, conservare il coraggio di proporre delle opere che non esauriscano la loro forza misteriosa dopo una sola lettura. E’ questa la missione del romanzo e il suo fondamento stesso. Il fatto romanzesco non coincide con quello giornalistico.

Offrendo un oggetto romanzesco suscettibile d’interpretazioni diverse e problematiche, prendo i miei rischi. Ma sento che questo è il mio dovere. Perché il senso di quello che scrivo non mi appartiene: il senso di quello che scrivo appartiene al tempo, ai lettori, e forse a Dio.

Nota Bene

Ottobre 2001. Che il romanzo sia prigioniero dell’attualità, la pubblicazione del nuovo libro di Salman Rushdie ce ne dà un magnifico esempio. Che cosa si è sentito e letto nei media a proposito di questo romanzo? Che è stato profetico in relazione all’undici settembre. Non si è detto nient’altro che questo, e, possiamo esserne certi, non si dirà che questo, ovvero un’idiozia. Decine di mediocri romanzi di spionaggio alla Tom Clancy o alla Patrick Robinson sono riusciti a raffigurare avvenimenti analoghi, e in modo assai più preciso di Rushdie. Perfino la CIA si aspettava qualcosa del genere! Ricondurre l’opera di Rushdie al suo carattere “profetico” è perciò la migliore e la sola maniera di ignorarla totalmente in quanto opera d’arte specifica.

Tag: ,

2 Responses to Il romanzo e la Storia 2

  1. donato il 12 marzo 2004 alle 15:12

    Nessuno può sapere cosa vuol dire vivere gli anni prima della rivoluzione

  2. franz krauspenhaar il 14 marzo 2004 alle 22:15

    Mi sembra che questa frase di Taillaindier meriti di essere riletta; quindi, come scrive lui, di non essere esaurita, nel proprio profondo significato, in una sola lettura:

    “Bisogna, credo, conservare il coraggio di proporre delle opere che non esauriscano la loro forza misteriosa dopo una sola lettura. E’ questa la missione del romanzo e il suo fondamento stesso. Il fatto romanzesco non coincide con quello giornalistico”.



indiani