Due poesie

12 aprile 2004
Pubblicato da

di Marco Mantello

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Il territorio

Nel mondo dei primati
che a soli vent’anni
sono tutti arrampicati
sopra gli alberi di una foresta
e a soli vent’anni
si ripetono che questa

è soltanto una crisi nervosa

Attraverso la violenza
di quelli che a soli vent’anni
battono forte le mani sul petto
contro l’ultimo attacco del cuore

io vorrei poter dire qualcosa
che non fosse quel solito appello
alle storie che fanno pensare
o una stupida voglia di amore.

Ma la gamba comincia a far male
mi si è rotta che dovevo arrampicare.
Adesso sono qui
con il tuo fisioterapista
nel tuo stesso letto e io

c’è la musica intanto che aspetto
metto gli occhi su questa rivista.
Molto bella, nel verde
è una clinica verde
e nei piani più bassi

dove manca perfino il dolore

Una donna che a soli vent’anni
perde gocce di latte dal seno.
Per suo figlio sarà –come dire?
gli dovremo comprare parole.

I primati che a soli vent’anni
poco tempo alle cose di casa
che si sentono come una rosa
mi ripetono tutti nel sonno:
‘Tu puoi anche sputarci addosso
basta solo
che ci fai guadagnare
sporco rosso’.

Che poi fra un milione di anni
son sicuro li producono ancora
i primati che a soli vent’anni
hanno già consumato

la pietà nella ragione
brevettato la mia confessione:

sono uno che a soli vent’anni.

E chissà se riesco a invecchiare
come fosse la mia ultima speranza
con un senso solo mio del peccato
e magari morire qui, nella mia città

alla fine di un bel giorno di vacanza
dove ho letto e spergiurato
che la mia libertà
è diversa dalla loro tolleranza’

Rosario

E torniamo a parlare di fiori.

Dopo il test del militare
dove associano rosa
a disturbo sessuale

m’ero messo bene in testa
di fare il giardiniere:
‘Ma ricordati il fiore
è solo un muscolo involontario’

ammoniva il collega
dalle ciglia staccate
che lui sì ragionava davvero
con il sedere.

Dopo l’anno ceduto allo Stato
ho trovato un giardino
con tantissime rose.
Una vecchia un po’ fuori da Urbino

mi ha insegnato il mestiere.
Le mancava il marito
perduto nell’ultima guerra
e così mi diceva

contemplando l’ossario:
‘Quando stai nella serra
il tuo nome è Rosario’.
Anni dopo la vecchia

se n’è andata da sola.
Mi ha lasciato dei piccoli semi
e una macchina piena
di galline e patemi.
Ripetevo a tutte quelle

che rimorchiavo:
‘Perché non facciamo un aiuola?’
Palpitavo
come un muscolo involontario
che sarebbe stata quella
l’unica vita di Rosario.

Quando sono partito
e la macchina ormai
era priva di luce
ero privo di udito.

Il sedile macchiato
di un colore più rosso
della Cina. Ho regolato

lo specchietto retrovisore
E poi che ho sentito la spina
mi pungeva nel dito.

Quando tiro il freno a mano
incomincio a sudare.
Solo il tempo di pensare
a quel test del militare:

‘Le piacciono i fiori?
Vorrebbe essere un giardiniere?’

Prendo un foglio, ci metto la rosa
e per rendere chiaro l’imbroglio
me la scrivo al plurale la cosa
e la pubblico sul parabrezza:

‘Adesso siamo vecchi
esistiamo convinti
che dal cielo provengono auspici

ripetendo alla nostra bellezza

che solo i fiori finti
non diventano mai secchi
se non hanno più radici’

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5 Responses to Due poesie

  1. emma il 13 aprile 2004 alle 17:38

    La foto è bella, ma si prende tutta la scena.
    Le poesie hanno temi interessanti, ma ci trovo anche cadute di ritmo, versi come in attesa di essere ripresi e rifiniti, cose tirate via.
    Sono “forme” di risposta a precise intenzioni?

  2. Marco Mantello il 13 aprile 2004 alle 18:24

    Non so io ci ho messo un bel po’ a scriverle. E’ che mi interessano i ‘luoghi comuni’ e quindi anche il modo in cui si usano rime e parole ‘abusate’. Ma è un discorso lungo e noioso.

    Marco Mantello

  3. eleonora il 13 aprile 2004 alle 19:10

    Io lo farei, questo discorso lungo e noioso, almeno un accenno, tanto per accontentare una lettrice che, appena finito di divorarle, ha postato le due poesie alla sua più cara amica.
    Non voglio commentarle, perchè non ne sono capace. Posso dire solo che nei primi 7 versi de Il territorio ho trovato quello che stavo provando a “dire” da un po’ di tempo, senza trovare le parole.

    un saluto a tutti

  4. Fabrizio Corselli il 14 aprile 2004 alle 11:30

    “MORS SOLEMNIS”

    Penetra un chiodo, e un altro ancora, tra la carne vibratile
    che ansima e singhiozza per un peccato mai commesso,

    flesso è il corpo e alta la fronte in gabbia,
    percosso e attonito dagli staffili del proprio carnefice,

    riverbera lo stridore di quella crosta lacera
    finché oscilla e s’annida,
    come verme tra gli incavi della Terra.

    Una terra non meritevole di alcun perdono:
    questo è il sacrificio e l’atto d’amore
    illuso tra gli angoli della strada d’una città
    ove il peccato s’insinua come radici di sempreverdi.

    Il peso di una croce e di una corona di spine
    a dirompere le ossa del collo come una bestia da soma
    dopo la fatica e l’amaro sudore dei campi incolti.

    Nessuna semina, nessun raccolto
    se non una bestemmia ed una parabola
    concimata ancor più dall’ibrido inganno
    di coloro che conobbero la ragione dell’incesto e del sangue.

    Si discioglie e si dipana adesso la corona di spine
    sul corpo frantumato e afflitto dalla propria caduta
    di angelo senza ali e senza nome, il cui paterno comando
    dall’alto di una volta celeste, affoga nel vuoto
    di un silenzio mai udito dalla mortale progenie;

    e squarcia nella sua eterna e ciclica discesa,
    ogni lembo di vana speranza, finché le carni
    e il cuore si aprano come strale fra la tormentata tempesta,
    nel pieno rigurgito di un diluvio di sangue e di piaghe infette.

    Questo l’antico ricordo, d’una terra lontana;

    così dalle contuse lacrime di un logoro flagello,
    di mia Madre, il viso, scarno e flagellato
    dalle singulte passioni del proprio figlio mortale
    sfrigola e geme tra le mani congiunte,
    portate alla bocca di chi assapora l’altrui dolore
    come il destino di coloro che dell’immolato sguardo
    decretarono il veto.

    Il mio cuore e la mia anima, pegni questi
    per un popolo cieco e di sé giudice,
    fuggono via dalle provate ossa di martire
    insieme al mio alito, incarnatosi
    in una sorda e falsa religiosa promessa,

    pallido e arso di vergogna
    per avere della propria indulgenza
    mortificato le ultime delizie,
    in veste di semplice Uomo.

    (uscita su Kinglear)

  5. francesca genti il 14 aprile 2004 alle 17:33

    caro marco,

    avevo già letto alcune tue poesie su nuovi argomenti, le trovo molto belle. ciao.

    francesca



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