I morti dimenticati [2]

21 settembre 2004
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di Marco Aliprandini

algund.jpgDopo il 25 luglio 1943 molte cose erano cambiate. Deposto Mussolini, il governo italiano è affidato al maresciallo Badoglio che da subito cerca di rassicurare gli alleati nazisti, annunciando a gran voce che niente, in politica estera, sarebbe cambiato. A Berlino però queste parole vengono lette come una grossolana manovra diversiva e alla guida del generale Valentin Feuerstein, le truppe tedesche attraversano il confine. Il 9 settembre alle due di mattina occupano la città di Bolzano. Il Gauleiter, commissario supremo del Tirolo, Franz Hofer, a Innsbruck, ha intanto già chiesto l’unificazione del Tirolo e l’italianizzazione forzata di oltre vent’anni sembra essere definitivamente sconfitta. Dopo l’armistizio dell’8 settembre Hitler, infatti, crea la Zona Operativa Prealpi, Alpenvorland, formata da tre province, Bolzano, Trento e Belluno. Nel municipio di Bozen-Bolzano viene nuovamente insediato un Bürgermeister, sindaco tedesco, la stessa cosa avviene in tutti gli altri comuni. Riappare dovunque la vecchia toponomastica. Riaprono le scuole di un tempo e così anche i giornali e le trasmissioni radio tornano a essere in lingua tedesca. Solo alcuni anni prima la velocità di questo improvviso cambiamento sarebbe stata impensabile. Nessuno avrebbe creduto nel 1939, quando i sudtirolesi erano stati costretti a optare per il Reich, che la loro scelta sarebbe stata azzerata da una accelerazione della Storia. A Lagundo, tornato a essere Algund, il podestà era fuggito e al suo posto si era reinsediato il vecchio Bürgermeister.

Lisl non aveva avuto nemmeno il tempo di salutare Valeria. Tutta la famiglia del podestà aveva lasciato il paese senza farne parola a nessuno e a Lisl questo fatto era dispiaciuto. Certo lei conosceva sulla sua stessa pelle che cosa erano stati quegli anni. Anche i suoi figli avevano frequentato segretamente le Katakombenschulen, molti in paese erano stati costretti con la forza a tacere e a lei stessa erano mancate le vecchie tradizioni. La Musikkapelle, la banda paesana, le feste tipiche sudtirolesi come quella dell’Herz Jesu, la terza domenica di giugno, quando sulle montagne vengono accesi degli enormi falò a forma di cuore. Lisl era consapevole della sensazione di inadeguatezza provata da molti sudtirolesi costretti a sbrigare ogni pratica, dalla più semplice come spedire un pacchetto, alla più complessa, come seguire un aggrovigliato percorso legale, in una lingua diversa dalla propria. Tutto questo però non le faceva dimenticare la vicinanza che in quegli anni aveva avvertito con Valeria. Una delle poche donne con cui si era sentita a suo agio, semplicemente nel salutarla o nello scambiare due chiacchiere veloci su quei due figli, persi chissà dove a giocare. Lisl non aveva potuto nemmeno salutarla. Non aveva potuto dirle che loro erano sempre state diverse, ma che, in qualche modo, erano anche riuscite a capirsi, a condividere le acrobazie che un comune destino le aveva costrette a subire.

Alois percepiva la tristezza di Lisl ma non ne faceva parola. Sarebbe stato troppo complesso spiegare le contraddizioni di quei sentimenti. In apparenza il Male era finito. Dopo vent’anni il vento gelido dell’inverno pareva aver lasciato spazio a un’aria primaverile carica di rinascita. Il Male era stato tutto l’odio che quei vent’anni erano riusciti a generare. Il Male, per Alois, era stata la sensazione di non avere più fiducia nella voce sottile dei suoi alberi. Di pensare che il loro continuo ritornare a fiorire non avesse nessun vero significato. Spiegare tutte queste cose sarebbe stato molto difficile, per questo a casa regnava in quel periodo un silenzio ancora più denso del solito. A pranzo, seduti a tavola, non si parlava nemmeno delle voci, sempre più insistenti, sulla imminente chiamata alle armi dei giovani del paese. Nell’intera zona dell’Alpenvorland erano stati infatti costituiti quattro Polizeiregimenter, reggimenti di polizia militare, inviati in Italia con il compito di controllare l’ordine e soprattutto di fronteggiare le attività partigiane. Alois sapeva che alle volte il Male lascia spazio a un Male ancora peggiore, come quei parassiti che per essere debellati costringono i contadini a sradicare intere file di alberi.

Con l’intensificarsi della guerra intanto si irrigidisce sempre di più la politica nazista in Südtirol. Molti giovani uomini, tra i primi i figli dei non optanti, vengono costretti al servizio militare. Il Gauleiter Franz Hofer ordina il cosiddetto Sippenhaft che prevedeva gravi ritorsioni sulle famiglie dei disertori. Vengono arrestati centinaia di sudtirolesi, uccisi o deportati nei campi di concentramento. Il canonico Gamper, dichiarato nemico numero uno, è costretto a fuggire a Firenze. I Dableiber, quelli che non avevano optato per la Germania nel 1939, subiscono ritorsioni di ogni genere. Cadono le prime bombe alleate su Bozen-Bolzano e successivamente anche su altre località sudtirolesi.

Di nuovo uno scossone e nel giro di pochi mesi la vita ad Algund cambia completamente. Alcune giovani donne vengono mandate negli alberghi della vicina Meran-Merano, trasformati in lazzaretti. A ragazzi sempre più giovani viene consegnata una divisa e un fucile. Il Polizeiregiment Bozen è di stanza a Roma e il 23 marzo 1944 cade in una imboscata partigiana in via Rasella. Più di trenta uomini, per lo più provenienti dalla zona dell’Überetsch, intorno Bozen-Bolzano, rimangono uccisi. Il tenente colonnello Kappler ordina una rappresaglia agghiacciante. Il Male sembra aver ingoiato tutto ciò che gli si muove intorno. Il suo peso specifico lo rende una massa densa capace di ingoiare ogni pensiero, ogni azione. Schrecklich, terribile, era la parola che più di ogni altra ritornava sulle labbra di Alois. Nemmeno il ritmo sempre uguale della sua vita pareva riuscire a strappargli quella parola di dosso. Gli si era incollata tra i denti come una malattia. Prima il Fascismo, poi la guerra, il Nazismo, a cui pareva ancora più difficile resistere. Schrecklich aveva pensato la mattina del 12 luglio 1944, dopo aver sistemato lo zaino sulle spalle di Franz. Suo figlio, poco più che un ragazzo, ora arruolato nel Polizeiregiment Schlanders, la Compagnia di Polizia tedesca del Battaglione Silandro.

L’aria era già calda quella mattina. Il cielo era di un azzurro acquoso. Intorno al maso Oberhebsacher regnava una calma insolita, o forse era l’immobilità del dolore a rendere i sensi di Lisl quasi ovattati. Le pareva di non sentire rumori né nel cortile, né nei campi. Vedeva e sentiva un vuoto azzurro rotto dal verde intenso delle foglie. Un verde più intenso del solito. Lisl si era alzata alle prime luci dell’alba. Aveva aperto la finestra della stube e inspirando l’aria ancora fresca del mattino si era sentita come mancare le forze. Si era dovuta sedere a tavola e Alois, alzatosi mezzora dopo, l’aveva trovata ancora lì, quel 12 luglio 1944, con la testa appoggiata sui palmi delle mani. Lui sapeva cosa la opprimeva, ma sapeva anche che sarebbe stata ancora una volta inutile ogni parola. Così aveva iniziato ad apparecchiare la tavola per la colazione. Lisl allora aveva cominciato ad aiutare il marito, quasi che nel loro sfiorarsi, tra il tavolo e la credenza di legno chiaro, avvenisse un travaso di informazioni, di parole cucite a domande a cui entrambi non avrebbero di certo trovato risposta. Poi si era svegliata Helga, la figlia minore, e con lei anche Franz. Insieme avevano iniziato ad affondare i cucchiai nel Mus, latte farina e semolino, rimasto dalla sera precedente. Franz nella sua ingenuità era tranquillo e quasi lo infastidiva quell’aria strana che si respirava intorno al tavolo. Lui si era subito accorto del pallore della madre e soprattutto si era accorto del suo rimanere seduta mentre di solito, durante la colazione, si spostava da una parte all’altra della stube.

Verso le 7 e 30 era arrivato Anton, il figlio diciottenne dei Mairhofer, anche lui assegnato al Battaglione Silandro. Anton non aveva voluto salire e Franz, sulla porta di casa, aveva abbracciato frettolosamente la madre e la sorella. Aveva preso lo zaino con le sue cose e si era stupito nel sentire la mano del padre appoggiarsi per un istante sulla sua spalla. La leggera pressione di quella mano era stata come una scossa. Nonostante ormai da tempo lavorassero assieme, infatti, tra lui e suo padre non c’erano masi stati contatti se non casuali. A Franz, incamminandosi sulla strada verso Meran-Merano, parve di non ricordare nemmeno da bambino una carezza del padre. Certo quella leggera pressione non era stata una carezza. Forse era stato lui a viverla come tale. Forse la mano di suo padre era semplicemente scivolata dalla bretellina di cuoio dello zaino sulla sua spalla solo per caso. Senza nessuna intenzione. Arrivato all’incrocio con la strada principale per Meran-Merano, Franz, con altri suoi coetanei, era salito su un camion militare che subito dopo era partito in direzione Vinschgau, Val Venosta.

Alois quella mattina era andato nei campi. Aveva molto lavoro da fare. Presto avrebbe dovuto auszwicken, che significava salire su ogni albero e con occhio esperto buttare a terra le mele di troppo. L’albero altrimenti non sarebbe riuscito a nutrire a sufficienza tutti i suoi frutti. Doveva essere alleggerito e anche Alois, se avesse potuto, avrebbe alleggerito la tristezza di Lisl, la propria stanchezza e soprattutto lo sguardo ormai adulto di Helga che da poco aveva compiuto quindici anni.

Dopo l’8 settembre piccole frange della popolazione sudtirolese cercarono di contrastare il potere nazista e principalmente tale opposizione si coagulò intorno all’organizzazione chiamata Andreas Hofer Bund, che si era formata già nel 1939 ad opera, tra gli altri, del commerciante bolzanino Erich Amonn. Figura a parte ma emblematica di questa opposizione fu Joseph Mayr-Nusser. Il trentacinquenne bolzanino, padre di un bambino di un anno, il 4 ottobre 1944, rifiutò di giurare fedeltà al Führer, come ogni recluta dell’esercito nazista era costretta a fare. Mayr-Nusser, semplice impiegato in una ditta commerciale, dirigente dei Giovani dell’Azione Cattolica in lingua tedesca, chiamato a forza alle armi, non aveva voluto ripetere le frasi scandite da un sottoufficiale. “Giuro a te, Adolf Hitler, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te, l’obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista.” Al diniego del giovane lo stesso maresciallo maggiore si era talmente stupito da prendere inizialmente un tono quasi paterno. Non ci fu però niente da fare. Così Mayr-Nusser venne portato al carcere preventivo di Danzica, condannato a morte e destinato al campo di concentramento di Dachau. Solo una decina di persone, in tutto il Reich, avevano avuto una simile determinazione che il 24 febbraio 1945 portò Mayr-Nusser alla morte di stenti durante il trasporto, in un vagone bestiame, verso Dachau.

Anche Franz aveva dovuto prestare giuramento al Führer e anche lui, sugli attenti, insieme a una lunga fila di suoi coetanei, aveva pronunciato le parole di rito. ”Giuro a te Adolf Hitler “ lo aveva quasi urlato con un unico respiro. Poi, come srotolando una serie di espirazioni e inspirazioni, era arrivato all’ultima frase “Che Dio mi assista.” Nel cortile della caserma era rimasta un’impercettibile eco di quel Dio che li avrebbe assistiti. Un Dio diverso da quello che erano stati abituati a pregare nelle chiese dei loro paesi.
Un ufficiale aveva dato poi l’ordine di rompere le righe. Tutto si era svolto in una decina di minuti e, nonostante fosse stata solo una serie di respiri, una serie di emissione di suoni, a cui molti non avevano nemmeno prestato tanta attenzione, in quel cortile, si era creata un’identità vuota ma condivisa, un unione sotterranea che si era ulteriormente cementata durante il breve periodo dell’addestramento.

A fine settembre il Polizeiregiment Schlanders era stato poi inviato a Feltre. Franz adesso si sentiva un soldato nella sua divisa tanto diversa dai suoi abituali abiti da lavoro. In qualche modo si sentiva più uomo in quegli stivali di pelle scura che lucidava ogni sera. Più uomo nel senso che gli pareva di avere una missione da svolgere. Questa sensazione di utilità era qualcosa di indistinto dentro di lui. Non si era infatti mai chiesto cosa volesse dire essere un soldato della Wehrmacht e nemmeno cosa significasse il braccio destro teso in avanti con cui salutava i superiori. Prima Franz seguiva le indicazioni del padre nei campi. Posizionava scale, saliva e scendeva dagli alberi, li spruzzava di antiparassitari con scadenze regolari. Ora invece eseguiva gli ordini del capitano. Ordini precisi e perentori. Appostamenti in piccoli paesi, trasporti di materiale da una città all’altra, perlustrazioni delle montagne vicine. Nel primo mese non aveva mai sentito il sibilo di una pallottola nemica e solo una parola, gridata di continuo dal capitano, lo aveva quasi impaurito: Die Partisanen. I partigiani. Erano questi i suoi nemici invisibili. Lui a forza di sentire quella parola, aveva iniziato a odiarli i Partisanen. Loro erano il nemico che tutti sembravano temere di più. Non erano i ripetuti attacchi aerei degli alleati. Le loro bombe o le loro raffiche di mitragliatrice che dall’alto sembravano seguire gli spostamenti di interi convogli, a spaventare lui e i suoi camerati. Erano uomini e donne che all’improvviso spuntavano armati sulle strade, nei boschi, tra le case dei paesi. I partigiani erano come fantasmi che potevano colpire ovunque, in qualsiasi momento. E questo loro essere una presenza indecifrabile li rendeva simili a feroci animali sempre in agguato.

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