La Terra del Fuoco # 2

di Antonio Moresco

Tierra del Fuego 2.jpgE’ passato un giorno. Il tempo è cambiato, come succede qui, che cambia continuamente anche all’interno di una stessa giornata. Adesso piove, fa freddo. C’è una luce plumbea, lunghe striscie grigie di nubi tagliano in due le montagne. Siamo nel Parco Nazionale, con le sue foreste fredde, le sue lagune e le sue baie, i faggi che qui si sono modificati e sono diventati dei sempreverdi, gli altri alberi tra i cui rami ci sono grandi sfere di vischio, dai tronchi ricoperti di licheni, attaccati da cancri ed esplosi qua e là per un’abnorme produzione di ormoni. Ce ne sono dappertutto. Grandi escrescenze esplose di legno e tutt’ intorno distese di alberi morti, scortecciati o ricoperti di licheni, perché anche gli alberi muoiono e se non vengono tolti rimangono in mezzo ai vivi. E poi ci sono i castori, che qui sono più grandi del normale, sono lunghi un metro, e portano la morte dappertutto, sono un vero flagello per queste foreste. Perché le zone dove si fermano e scavano le loro tane e costruiscono le loro dighe presentano dopo un po’ un impressionante spettacolo di morte vegetale. Distese di cadaveri verticali di alberi in mezzo agli altri alberi che qui crescono lentamente per il freddo. Ci vogliono 80 anni perché riesca a crescere un albero di dimensioni medio-piccole. Figurarsi quanti ce ne vogliono per gli alberi grandi! Si vedono ancora le zone con i mozziconi degli alberi abbattuti dagli ergastolani, quelli tagliati raso terra durante l’estate e quelli tagliati a un metro d’altezza durante l’inverno, in mezzo alla neve.

Nel cielo grandi uccelli che si spostano qua e là, una volpe rossa che si avvicina a una tenda, attirata dall’odore del cibo. Le zone di terreno rossiccio delle torbiere. Arriviamo fino a una baia dove un tempo si accampavano gli yamana. Ci sono ancora gli avvallamenti dove piantavano le loro capanne di frasche circondate da muraglie puzzolenti di conchiglie svuotate. Qui finisce la strada che attraversa da un capo all’altro le americhe. C’è un cartello che dice: “Provincia de Tierra del Fuego Antartica e Islas del Atlantico Sur”, perché questa provincia è stata istituita solo pochi anni fa e oltre al piccolo territorio della parte argentina dell’isola grande della Terra del Fuoco comprende anche una parte dell’Antartide (la stessa che nelle carte cilene figura come cilena) e alcune isole tra cui, soprattutto, l’arcipelago delle Malvinas, dove ci stanno gli inglesi. Bisogna stare attenti a non sconfinare per sbaglio nella parte cilena, perché la frontiera non è tracciata, attraversa foreste, baie e montagne ed è facile trovarsi dall’altra parte senza saperlo, e allora è un problema visto lo stato di ostilità permanente tra i due paesi. Pochi giorni fa alcuni tedeschi, mentre camminavano in un bosco, sono sconfinati in territorio cileno. Sono stati arrestati e incarcerati, si sono messi di mezzo i governi, ne è nato un caso diplomatico.

Nel pomeriggio Giovanni e io prendiamo una barca che percorre il canale Beagle. La giornata è sempre livida, fredda, piovosa. Non si distinguono quasi i contorni delle montagne che incombono sulle acque. Si vedono affiorare dal mare gonfio e freddo e creativo della fine del mondo le facce arcaiche di grandi animali australi venuti dalla notte dei tempi, così numerosi e spropositati che li scambio in un primo momento per copertoni di camion. L’acqua è mossa e plumbea, primordiale, craterica. Arriviamo fino a un’isola di roccia interamente ricoperta di leoni marini. Grandi masse di carne animale lucida, affastellate le une sulle altre, immobili. Qualcuno ha sulla groppa un accenno di criniera, emette una specie di ruggito girandosi verso di noi che ci avviciniamo, che siamo venuti dopo, molto dopo in queste acque dove loro vivono dalla notte dei tempi. Stanno ammassati, a gruppi un po’ più fitti qua e là, i maschi circondati dai loro harem di venti o trenta femmine, coi loro corpi di quattrocento, cinquecento chili.
Riprendiamo a navigare verso un’altra isola anch’essa interamente ricoperta di leoni marini. Cosa succederà su queste isole e questi scogli durante l’inverno, nel buio -mi chiedo- tra queste grandi masse di carne che trascinano la vita così, in questo punto invisibile e dimenticato del mondo? Scenderanno con fatica in acqua, ogni tanto, per procurarsi il cibo, cercando di sfuggire a loro volta a qualche orca o ad altri grandi animali marini che vivono dentro queste acque fredde. Risaliranno a fatica sulle rocce, sui loro mozziconi di pinna che sorreggono a malapena i loro grandi corpi informi. Resteranno lì immobili, al buio, ammassati gli uni sugli altri. Si leveranno ogni tanto dei versi spaventosi, improvvisi, in mezzo a tutta questa desolazione e questo silenzio, ci saranno dei pesanti inseguimenti, dei morsi. Le rocce si tingeranno forse ogni tanto di sangue, durante i combattimenti tra i maschi giovani e quelli ormai vecchi per il possesso delle femmine, immobili e in attesa sopra gli scogli. E così anche cento anni fa, mille anni fa. Mentre, a pochi miglia di distanza, anche gli ergastolani se ne stavano coricati al buio e al freddo sulle loro cuccette, nel loro piccolo lembo di terra emersa, separati, tutt’intorno solo buio, freddo, silenzio. Cosa succederà d’ inverno su questi scogli ricoperti di carne, quando non ci sarà più la luce e per mesi e mesi non si avvicineranno più le poche barche con piccoli bipedi venuti da altri paesi e altri continenti per guardarli? Solo il vento gelato, la tormenta, il ghiaccio, la neve. Come sarà, come sarà stata nel corso del tempo la vita su questi scogli gelati, tra queste montagne nude di carne? I leoni marini sui loro scogli e gli ergastolani sulle torri di pietra circondate dall’acqua. Tutti allo stesso modo dentro la macchina cosmica di vita e morte. Nel freddo e nel buio, sopra le acque gelide piene di occhi freddi e di bocche. Chissà che cosa pensavano in quelle notti buie, interminabili, fredde, i leoni marini sui loro scogli e gli ergastolani sui loro letti? Sconosciuti gli uni agli altri eppure tutti dentro questa catastrofe di elementi chimici che ha dato vita al movimento vulcanico di terre emerse dalle acque e dai ghiacci primordiali in questa fuga curva verso il polo gelato di questo piccolo pianeta perso tra miliardi di altri nel fiume di una delle tante galassie che attraversano con i loro bagliori l’immensità fredda del cosmo.
Arriviamo a un’altra isola interamente ricoperta di migliaia e migliaia di cormorani immobili come statue. Ci sono un po’ di alghe attorno ai bordi dell’isola, come ce n’erano anche attorno a quelle dei leoni marini, un soprassalto di vita vegetale inaspettabile e inimmaginabile, subacquea, in queste estensioni fredde, messa in movimento dalla presenza di tutti questi corpi e dalle possibilità chimiche nutritive dei loro escrementi. Stanno tutti perfettamente immobili, a migliaia. D’un tratto un cormorano si avvicina al bordo dell’acqua. Mette il piede male, inciampa, rotola e sbatte contro le rocce, cade in acqua. Sembra che abbia semplicemente sbagliato un passo e sia scivolato. Invece, una volta in acqua, tutto il suo corpo e il suo collo e la sua testa e il suo becco si scatenano in un incontrollabile e ininterrotto movimento a vite che assomiglia sempre più a una crisi epilettica, così incontrolabile, inarrestabile e straziante che a un certo punto devo distogliere lo sguardo.
Poi la barca riprende finalmente a navigare lungo il canale Beagle e io vedo ancora per un istante, con la coda dell’occhio, il cormorano epilettico che continua a torcersi e ad avvitarsi e a soffrire nell’acqua, mentre tutti gli altri se ne stanno immobili come statue e coprono da parte a parte l’intera estensione di questo piccolo lembo di terra emersa.

Abbiamo affittato una macchina e siamo andati fino all’Estancia Harberton, a una settantina di chilometri da Ushuaia, lungo una strada asfaltata prima, poi un’altra in terra battuta, in mezzo ai boschi interrotti ogni tanto dalle piccole case di legno dei boscaioli di fronte alle quali si spostano cavalli liberi e senza sella. Ogni tanto il paesaggio si allarga. Ci sono delle lagune, alberi tutti contorti e tormentati dal vento che qui chiamano “alberi bandiera”, grandi uccelli che volano qua e là. Una volpe, credendo di non essere vista, ci osserva da dietro un sottile velo d’erba secca.
L’Estancia Harberton è la prima casa sorta nella Terra del Fuoco. Costruita alla fine dell’Ottocento dal pastore protestante Thomas Bridges in una zona di baie e lagune lungo il canale Beagle, che forse gli avrà ricordato un po’ i paesaggi di Inghilterra e Scozia in mezzo a questo delirare di montagne e di acqua e di ghiaccio. Dopo la prima, sono sorte altre tre o quattro case di legno e di lamiera lungo la baia. C’è persino un orto di terra nera da cui spuntano alcuni ciuffi di insalata. “Ultima lechuga del mundo!” scherza una ragazza dell’estancia vedendoci fermi a guardarla. Per terra e di fronte all’ingresso dell’abitazione più grande ci sono grandi ossi di balena. Siamo alla fine dell’estate, è l’ultimo giorno prima dell’apertura delle scuole, ad Ushuaia. C’è un’aria di smobilitazione nell’estancia, fra un po’ inizieranno l’autunno e l’inverno australe. Anche l’abitazione di legno con le pareti ricoperte di vecchie fotografie dei fondatori dell’estancia e delle loro famiglie, e dove preparano anche qualcosa da mangiare a qualche turista che arriva fin qui, è in smobilitazione. Due ragazze che lavorano alla casa museo e che passano alcuni mesi qui per studiare il comportamento degli uccelli marini ci hanno chiesto -per quando ritorneremo- un passaggio per Ushuaia.
Prendiamo una vecchia barca che ci porta a una pinguinera. Anche oggi il tempo è freddo, piovoso, ma le masse di nubi stanno sollevate e si riescono a vedere i contorni delle montagne sull’acqua. Si cominciano a incontrare alcuni pinguini che nuotano con la testa e il becco fuori dall’acqua. Dopo un po’ appare l’isola. E’ tutta gremita di pinguini immobili. Pinguini di Magellano, un pinguino reale che si pulisce la tozza ala con il lungo becco. Alcuni entrano e escono dall’acqua, cominciano a spostarsi goffamente sulla terraferma. Questi animali che non riescono a decidersi se essere pesci o uccelli! Molti stanno immobili di guardia alle loro tane scavate nella terra, in difesa dell’uovo appena deposto, mentre grandi uccelli marini si aggirano qua e là. Quando qui scenderanno il freddo e il gelo invernali raggiungeranno a nuoto le pinguinere di Recife, in Brasile, mi dice Laura, nuotando per migliaia di chilometri, per mesi, maschio e femmina assieme al piccolo pinguino appena nato. Poi, con la nuova stagione, ritorneranno di nuovo qui, sfiniti per il lungo viaggio, nello stesso isolotto da cui erano partiti, ritroveranno la loro tana. Metà della loro vita sulla terraferma e metà nell’ oceano, nuotando a perdifiato tra le mille insidie dell’oceano. E così da migliaia di anni, milioni di anni. Arrivano qui, depongono l’uovo, quando l’uovo si apre riprendono la via del mare, per mesi e mesi, rischiando continuamente di venire addentati da sotto durante il viaggio nella vastità dell’ oceano. Cosa ne sappiamo noi di tutta questa sobrietà e di questa necessità e di questo ardimento? Cosa stiamo facendo noi mentre questi animali freddi ed eroici vanno avanti e indietro così, di giorno e di notte, spostandosi sulla massa liquida del pianeta, sotto il sole cocente oppure nel buio silenzioso e profondo, di notte, sospesi sulla curvatura liquida del pianeta con le loro facce e i loro becchi arcaici contro la volta celeste?

Stiamo viaggiando verso il lago Escondido e il lago Fagnano. Si vedono ai lati le zone rossicce delle torbiere. Passiamo di fronte a un piccolo villaggio di case di legno, con qualche cavallo che si sposta qua e là. Poi di nuovo la foresta fueghina piena di alberi morti e non rimossi, scortecciati, spezzati, pietrificati da cui pendono le lunghe barbe bianche dei licheni, spettrali. Erano così anche ai tempi di Darwin. “Da ogni lato giacevano massi irregolari di roccia e alberi divelti “ annota nel suo diario “altri alberi, sebbene ancora eretti, erano decomposti fino al centro e prossimi a cadere. La massa aggrovigliata delle piante vive e di quelle cadute mi ricordava le foreste dei Tropici, ma vi era una differenza, perché in queste silenziose solitudini la morte invece della vita costituisce il carattere predominante.” Tutto il folto della foresta subantartica, per chilometri e chilometri, è un cimitero spettrale di alberi morti in mezzo a quelli vivi, bianchi, lividi, nudi, scortecciati, che emergono dalla terra, dall’acqua, una foresta pietrificata in mezzo a un’altra foresta viva. Come se, nella vita umana, i morti restassero presenti tra i vivi e ci fosse, in mezzo al fiume di carne cerebrata ancora vivente, anche una gran quantità di carne morta fissata nel gesto finale di carpire un po’ d’aria col foro della bocca allargata, tutt’intorno a noi, nelle strade, sulle auto, sui treni, in mezzo agli altri viaggiatori, ai caselli delle autostrade, sugli aerei in volo, tutti pieni di carne morta, asfissiata, nelle piazze, agli incroci, nei grandi magazzini, nelle librerie. Sempre più numerosi, più fitti, foreste di corpi morti in mezzo a quelli vivi lungo le banchine delle metropolitane, all’arrivo dei treni gremiti di corpi stecchiti con la mano ancora aggrappata alla sbarra, in fila alle casse dei supermercati, agli sportelli bancari. E fosse così da migliaia, milioni di anni. E si sedimentassero in mezzo ai vivi anche le antiche sagome di tutte le donne e di tutti gli uomini morti nel corso del tempo, delle orde dei guerrieri mongoli di Temucin in corsa sopra le steppe sui loro cavalli morti, e quelle di Alarico e di Genserico e degli arcieri mesopotamici con le loro lunghe barbe arricciate e le loro tiare, e quelle degli egizi e dei pellerossa, e le orde di guerrieri nomadi dell’ Africa e dell’Asia e del Fiume Giallo e dei califfati e dell’impero ottomano e anche quelli dei popoli passati sotto genocidio, tortura, crani inermi, rasati, oppure ricoperti di grandi copricapi notturni, cimieri, e altre orde di uomini in armi con alla testa i loro satrapi e condottieri deliranti, ubriachi, e quelli morti nelle viscere della terra, dell’ acqua, dell’aria, i nuovi eserciti tecnologici morti che portano la distruzione dall’alto, fin nelle zone più lontane dell’atmosfera che ci protegge dalla voragine buia e fredda del cosmo, sulle grandi astronavi rallentate, le stazioni orbitali piene di carne morta che galleggia nello spazio pieno di corpi morti e di pianeti e di stelle avvolte nelle loro fiamme morte, mentre gli ergastolani morti continuano a sognare sulle loro cuccette e i leoni marini morti sui loro scogli freddi e i pinguini morti a nuotare nell’ oceano freddo sognando il loro sogno di specie, e anch’io sono morto, sono nel fiume dei guerrieri morti che mi contengono, venuti dai lontani deserti arabi, mediorientali e africani, cavalco anch’io in questo fiume di guerrieri semitici morti, eppure non sono ancora da nessuna parte, non ci sono ancora.

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Pubblicato su “Pulp” n. 50 – 2004. Fine