Verso una spiritualità atea 2

5 aprile 2005
Pubblicato da

Galileo II.bmp
Di Franco Buffoni

Perché leghi i due argomenti?

Ateismo e omosessualità? Per risultare completamente antipatico anche agli omosessuali cattolici. Perché prendano coscienza della contraddizione in cui vivono.

Penso che la conoscano già.

E allora perché continuano a lasciarsi offendere senza reagire dalle gerarchie cattoliche e conseguentemente dalla mentalità corrente?

Dicevi di esempi dalla attualità…

Te ne porto uno sconcertante. Ieri sera ho acceso il televisore verso le 21, era il 6 gennaio e c’era una trasmissione sulla prima rete della tv di stato con dei bambini come ospiti. Notaio (rivolto al conduttore) con riferimento a un bambino di otto anni: “Deve scegliere prima a chi vuole dare un bacio se perde, naturalmente una persona del sesso opposto; a quale bambina”. Perché mai un bambino di otto anni non deve poter baciare un altro bambino? E’ questo “naturalmente” che è discriminante e offensivo. E scelgo apposta un esempio apparentemente insignificante, che ne vale mille altri; una frase come se ne sentono ogni giorno. Noi omosessuali vogliamo solo essere e sentirci normali. Invece ciò che non si vuole è proprio questo. C’è – a parole almeno – disponibilità alla tolleranza, ma non ci vogliono concedere lo statuto della normalità. Perché se dovessero cedere su quello, dovrebbero cedere anche sui diritti, che invece continuano a conculcarci. Nemmeno i pacs passano nel nostro parlamento retrivo e ignorante, dominato da cattolici di ogni tipo e dalle destre più sconce.

Sei disorganico: attacchi le gerarchie cattoliche e trai l’esempio dalla tv di stato…

Ma non capisci che sono la stessa cosa? La parola d’ordine è una sola. Non deve passare il principio della nostra “normalità”. E non c’è nemmeno bisogno della parola d’ordine. Ci si comporta così, perché si sa che il contrario verrebbe sanzionato. Noi possiamo solo essere “accolti” nelle loro comunità formato famiglia, come esseri di serie B, e condotti alla castità. Prova a vedere come ti accolgono se ti presenti per mano al tuo compagno e dici che sei felice e vorresti costruirti con lui una vita normale, e magari che sei disponibile ad adottare un minore…

Ma qui c’è una legge dello stato.

Appunto, una alleanza stolida e retriva.

Che cosa suggeriresti?

Partirei da una domanda di fondo. Qual è il bisogno essenziale di un minore?

Mi sembra evidente: almeno una persona adulta che gli voglia bene e che si prenda cura di lui.

Premesso che, se le persone sono due e persino coincidono con i genitori biologici, siamo tutti contenti, ti chiedo: il legislatore – in primis – di che cosa deve preoccuparsi?

Della salute fisica e mentale del minore.

Quindi che cresca sereno, senza traumi, in un ambiente confortevole, con almeno una persona adulta che lo ami e che lo educhi; oppure deve preoccuparsi di proteggere a tutti i costi la paternità e la maternità biologiche? E in caso di manifesta indecenza di queste ultime attendere finché un altro simulacro di famiglia tradizionale sia disponibile all’adozione? Questo è il punto: qual è la priorità? Il minore o la cosiddetta “famiglia”?

Perché poni la questione in questi termini?

Perché mi sembra che stia passando il principio della protezione a tutti i costi della famiglia tradizionale, all’interno della quale – lo sappiamo bene – ogni nefandezza è sempre stata possibile, a scapito dei diritti del singolo, in primis del minore, e quindi dell’individuo, di qualunque cittadino/a senziente, responsabile, con la fedina penale pulita, e regolarmente contribuente tasse e tributi.

Dunque che cosa proponi?

Un solo articolo di legge con le richieste minime a tutela dei minori. Ciascun minore ha diritto ad avere almeno un tutore, che ovviamente, nella grande maggioranza dei casi, coincide con uno dei due genitori biologici. Quella persona adulta, diciamo tra i diciotto e i settanta anni è di fronte alla legge responsabile di ciò che accade al minore: è quella persona che viene convocata dalle severissime autorità preposte al controllo, a rendere conto di eventuali carenze nell’accudimento e nella educazione. Va da sé che al legislatore non interessa se questa persona adulta vive da sola, in coppia, o in comunità: l’importante è che sia in grado di salvaguardare la serenità di una armonica crescita del minore.

In questo modo spazzi via in un colpo solo una serie di complesse questioni.

Perché ho chiaro l’obiettivo: la salvaguardia e la tutela del minore. Tutto il resto è ideologia, luogo comune e pregiudizio.

Insomma, tu vorresti uno stato attento e severo, in grado di controllare capillarmente le condizioni di crescita di ciascun minore – senza sconti per nessuno – e al contempo rispettoso delle scelte di vita di ogni persona adulta.

Certo, fermo restando che lo stato non può che incoraggiare qualunque forma di vita aggregata, per ovvii motivi di mutua assistenza e di convenienza economica e sociale.

Quindi il tutore potrebbe essere una nonna o un nonno, già dalla nascita del minore, senza che necessariamente il padre o la madre biologici risultino inadatti al compito…

Assolutamente sì. Un nonno può essere più maturo e con più tempo a disposizione per assumersi tale compito di fronte alla legge. E nulla vieta, ovviamente, che ciò avvenga in una abitazione condivisa con entrambi i genitori biologici…

Non ti sembra tutto questo un sogno?

Se non sognano i poeti…

Qualche altro sogno, magari cambiando argomento?

Per dimostrarti come, se si affrontano le esigenze dei cittadini in un’ottica affrancata da pregiudizi ideologici, tutto risulti più semplice, ti porto l’esempio della costruzione di nuove chiese – in parte erette con finanziamento pubblico – nelle immense periferie romane, dove alta è la percentuale di immigrati professanti altri credi religiosi. E collego tale esempio alle polemiche di cui sono testimone in Lombardia quando certe giunte rifiutano di donare il terreno alla comunità islamica per la costruzione della moschea…

Sentiamo: li converti tutti all’ateismo?

Col tempo, magari. Ho tuttavia ben chiara la risposta che dovrebbe dare un potere pubblico laico e privo di preferenze o pregiudizi ideologici. Si prende atto che esistono in vasti strati della popolazione esigenze di aggregazione con finalità rituali e religiose, ma anche culturali e ricreative. Tali esigenze sono molteplici e quel comune o quel dato quartiere non hanno spazi e denari per finanziare ciascun gruppo nella realizzazione del proprio edificio…

Allora che si fa?

Una ampia riflessione di ordine generale. Primo: un amministratore deve sempre favorire le aggregazioni. Secondo: fermo restando il rispetto della legge, non deve favorire un gruppo rispetto ad un altro.

Quindi?

Quindi si finanzia la costruzione di un unico grande spazio attrezzatissimo e polifunzionale, con bagni all’entrata (come nelle chiese finlandesi) e ogni genere di servizi (bar, piccolo ristoro, nursery), con uno spazio principale che il venerdì serve ai musulmani per le loro funzioni e la domenica ai cattolici, ma nulla vieta che il sabato sera diventi sala di ritrovo per i giovani con musiche, canti e danze; il giovedì luogo per la festa della scuola, e il mercoledì cineforum. Con un corredo di piccole sale per il quotidiano culto singolo o di piccoli gruppi, e un’unica guardianìa responsabile della gestione corrente.

Ma i cristiani hanno l’altare, il luogo è consacrato…

Se è per questo anche i musulmani. Ogni gruppo avrebbe il proprio décor, il proprio scenario ad hoc, come avviene a teatro quando si cambiano le scene. Sarebbe un luogo di aggregazione multietnico e multiculturale. L’unico che un moderno amministratore dovrebbe finanziare, attrezzare e gestire. E chissà che – frequentando lo stesso luogo, usando gli stessi servizi – le persone non imparino a conoscersi meglio, e magari a valutare i rispettivi credi come obsoleti retaggi di antiche tradizioni, fino a superare lo stadio della preghiera e della magia e ad approdare a quello del dialogo e della riflessione culturale.

(Fine)

(Dal testo inedito Più luce, padre)

(immagine da “Discorsi e dimostrazioni matematiche” di Galileo Galilei)

21 Responses to Verso una spiritualità atea 2

  1. Lavinia il 5 aprile 2005 alle 10:31

    Ho letto e ho apprezzato. Grazie.

  2. emma il 5 aprile 2005 alle 10:48

    Una Repubblica dei poeti…?
    Intanto c’è Vendola. E’ cattolico, ma sembra davvero un soggetto interessante…

  3. lorenzo_galbiati il 5 aprile 2005 alle 14:17

    PREFERITE ESSERE ATEI CONVINTI (E ASPIRANTI FANATICI) O ATEI “PENSANTI”?

    Sono anni che cerco di fare un’unica propaganda religiosa, che è questa: la differenza sostanziale non è più tra atei e credenti ma tra ‘pensanti’ e ‘nonpensanti’. Cosa intendo dire?
    Be’, ve lo spiego con Bobbio, era una sua idea (rielaborata dal cardinale Martini nei termini sopra indicati). E scusate se mi dilungherò ma il pezzo credo meriti un confronto con questi post di Andrea Inglese che, in ultima analisi, se attuati, temo trasformerebbero l’ateismo (che secondo me è una grande forza religiosa – lo diceva già Ernst Bloch – senza i difetti delle religioni istituzionalizzate) in una specie di setta di fanatici al pari di quelle teistiche.
    Bobbio, dunque: “Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità dell’universo. L’unica cosa di cui sono sicuro, sempre stando nei limiti della mia ragione, è semmai che io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’uomo di fede. Con la differenza che l’uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall’alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamentale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità. La mia è una religiosità del dubbio, anziché delle risposte certe. Io accetto solo ciò che è nei limiti della stretta ragione e sono limiti angusti: la mia ragione si ferma dopo pochi passi, mentre, volendo entrare nel mistero, la strada non ha fine. Più noi sappiamo più sappiamo di non sapere…E’ una domanda tradizionale ma io non ho risposta: perché l’essere e non piuttosto il nulla? Io non so chi possa dare una risposta, se non per fede….E negare che la domanda abbia un senso, come fa certa filosofia analitica, mi pare un gioco di parole… Quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non so percorrere. Resto uomo della mia ragione limitata – e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo ‘la mia religiosità’… Certo, probabilmente non si riesce a resistere a questo continuo non sapere, e allora ci si affida alle credenze…Un giorno al cardinal Martini ho detto: per me la differenza non è tra il credente e il noncredente, ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio: c’è il credente che si accontenta di risposte facili (e anche il noncredente, sia chiaro, che delle risposte facili si accontenta!). Qualcuno dice: ‘sono ateo’, ma io non sono sicuro di sapere cosa significa. Penso che la vera differenza sia tra chi, per dare un senso alla propria vita, si pone con serietà e impegno queste domande, e cerca la risposta, anche se non la trova, e colui cui non importa nulla, a cui basta ripetere ciò che gli è stato detto fin da bambino.”
    Lorenz

  4. araos il 5 aprile 2005 alle 18:25

    che sollievo, pochi giorni fa, leggere delle tre religioni monot., con specie e sottospecie, finalmente unite per denunciare lo scandalo della gay pride a gerusalemme. c’è dunque speranza per quella regione straziata, basta dar loro un obiettivo comune – ad averci pensato prima…

  5. andrea inglese il 5 aprile 2005 alle 18:54

    lorenzo puoi darmi del fanatico, anche se non mi spieghi in che cosa il rivendicare il proprio ateismo, senza sforzarsi di “smussare” le differenze con i credenti, è segno di fanatismo; o forse dovrei dire che sono ateo, ma sottovoce, scusandomi mille volte…

    quanto al discorso che citi di Bobbio per me è in gran parte condivisibile; tutto cio’ non si oppone ad “una spiritualità atea”, come dice Buffoni, ma ne è parte. Quindi la “religiosità” intesa in questo senso permane. Ma c’è un abisso, non so se te ne rendi conto, tra “religiosità” cosi intesa e religioni rivelate.

  6. lorenzo_galbiati il 5 aprile 2005 alle 21:53

    Caro Andrea, è chiaro che per me (e per Bobbio) parole come ateo e credente significano poco più di nulla. Ma se tu ci tieni a qualificarti così, liberissimo anche di urlarlo, figurati. Siamo io (e Bobbio) a voler fare “i difficili” sulle parole, lo so bene.
    Perché scrivo “aspiranti fanatici”? Be’ i due brani che hai postato di Buffoni immaginano un meeting di Rimini laico: e sappiamo bene che il meeting di Rimini è il ritrovo annuale di un gruppo integralista cattolico pieno di fanatici.
    Oppure, lo spazio polifunzionale che un bravo amministratore dovrebbe sovvenzionare allo scopo di far in modo che le persone “imparino a conoscersi meglio, e magari a valutare i rispettivi credi come obsoleti retaggi di antiche tradizioni, fino a superare lo stadio della preghiera e della magia ecc.” è un’idea da fanatico ateista, “non conciliante”, come Buffoni stesso si autodefinisce.
    Ebbene, da questo all’ateismo di stato io temo che il passo sia breve.
    La religiosità di Bobbio è cercare una risposta al mistero dell’esistenza. L’ateo non la trova. Il credente la trova e la segue in una religione rivelata (o altrove), e si inoltra nel mistero. Non v’è contrapposizione. Tutto dipende da come l’ateo e il credente si pongono: se non cercano più la risposta, chi perché convinto che non ci sia (l’ateo), chi perché convinto di aver trovato tutte le risposte – e di aver quindi svelato il mistero – (il credente), finiscono per perdere entrambi la loro religiosità.
    A me pare, insomma, che la spiritualità atea di Buffoni sia piuttosto diversa dalla religiosità di Bobbio. Io, al massimo, gli preferirei la spiritualità umanista che propone Erich Fromm in alcuni suoi libri.
    PS Peccato che l’ebreo ateo Fromm non riuscì a incontrare l’ebreo cattolico Lorenzo Milani, chissà che incontro sarebbe stato, caro Inglese…che c’entra questo? Forse niente, ma c’entra con qualcuno che mi hai fatto tornare in mente, che ho conosciuto a Carugate una dozzina di anni fa quando voleva organizzare una specie di scuola popolare…va be’, ricordi personali…

  7. andrea inglese il 5 aprile 2005 alle 23:06

    caro lorenzo mi fa piacere che ci si sia incontrati a Carugate, proprio intorno a quel progetto; don milani presenta ancora oggi, a leggerlo, una carica eversiva intatta; ecco uno che era davvero poco conciliante; e stessa cosa dovrei dire di don cesare, che incontrai alla scuola popolare di Rogoredo. Ma con tali persone si parla la stessa lingua. Anzi da loro ho imparato quanto dai migliori marxisti. Con loro davvero non c’è più urgenza di “dividere”. Si sta davvero dalla stessa parte.

  8. Tommaso Giartosio il 6 aprile 2005 alle 01:00

    L’argomento richiederebbe più spazio, ma molto brevemente: la posizione di Bobbio è del tutto legittima ma non mi sembra legittimo da parte sua chiamarla “religiosità”. La religiosità è il “senso religioso inteso soggettivamente e al di là di ogni riferimento a religioni storiche o istituzionali”. Non è, invece, il dubbio. Zingarelleggiare non è mai simpatico, ma così stanno le cose. Aggiungo che anche una religiosità del dubbio è ovviamente cosa diversa dal dubbio puro e semplice (che coincide, in sostanza, con l’agnosticismo) e dall’ateismo; la prima presuppone almeno, come dire, templi affondati nel buio su cui si tesse la ragnatela del dubbio. Insomma, religione e religiosità hanno comunque alla base un ligamen, sono legate a un’ipotesi di fede. Da parte di Bobbio, far passare per “religiosità” il suo “so di non sapere” mi sembra una mistificazione, umanamente comprensibile ma ingiustificata.

  9. Lavinia il 6 aprile 2005 alle 08:23

    Rivendico in maniera netta il mio ateismo perchè vivo in un paese confessionale. Quando l’Italia sarà diventata uno stato laico, allora potremo ricominciare a discutere con maggiore tranquillità. In quanto alla Rimini Laica proposta da Buffoni, se appare una roba da integralisti è solo perchè in un paese bigotto e fanatico servono risposte forti per rimanere semplicemente a galla. Questo è il mio “sentire” attuale, soprattutto in questi giorni allucinanti. Pare che addirittura venerdì le scuole rimarrano chiuse per il funerale del Papa. E poi i fanatici saremmo noi…

  10. Lavinia il 6 aprile 2005 alle 08:24

    Rivendico in maniera netta il mio ateismo perchè vivo in un paese confessionale. Quando l’Italia sarà diventata uno stato laico, allora potremo ricominciare a discutere con maggiore tranquillità. In quanto alla Rimini Laica proposta da Buffoni, se appare una roba da integralisti è solo perchè in un paese bigotto e fanatico servono risposte forti per rimanere semplicemente a galla. Questo è il mio “sentire” attuale, soprattutto in questi giorni allucinanti. Pare che addirittura venerdì le scuole rimarrano chiuse per il funerale del Papa. E poi i fanatici saremmo noi…

  11. Lavinia il 6 aprile 2005 alle 08:24

    Rivendico in maniera netta il mio ateismo perchè vivo in un paese confessionale. Quando l’Italia sarà diventata uno stato laico, allora potremo ricominciare a discutere con maggiore tranquillità. In quanto alla Rimini Laica proposta da Buffoni, se appare una roba da integralisti è solo perchè in un paese bigotto e fanatico servono risposte forti per rimanere semplicemente a galla. Questo è il mio “sentire” attuale, soprattutto in questi giorni allucinanti. Pare che addirittura venerdì le scuole rimarrano chiuse per il funerale del Papa. E poi i fanatici saremmo noi…

  12. Lavinia il 6 aprile 2005 alle 08:26

    Rivendico in maniera netta il mio ateismo perchè vivo in un paese confessionale. Quando l’Italia sarà diventata uno stato laico, allora potremo ricominciare a discutere con maggiore tranquillità. In quanto alla Rimini Laica proposta da Buffoni, se appare una roba da integralisti è solo perchè in un paese bigotto e fanatico servono risposte forti per rimanere semplicemente a galla. Questo è il mio “sentire” attuale, soprattutto in questi giorni allucinanti. Pare che addirittura venerdì le scuole rimarrano chiuse per il funerale del Papa. E poi i fanatici saremmo noi…

  13. Lavinia il 6 aprile 2005 alle 08:27

    Rivendico in maniera netta il mio ateismo perchè vivo in un paese confessionale. Quando l’Italia sarà diventata uno stato laico, allora potremo ricominciare a discutere con maggiore tranquillità. In quanto alla Rimini Laica proposta da Buffoni, se appare una roba da integralisti è solo perchè in un paese bigotto e fanatico servono risposte forti per rimanere semplicemente a galla. Questo è il mio “sentire” attuale, soprattutto in questi giorni allucinanti. Pare che addirittura venerdì le scuole rimarrano chiuse per il funerale del Papa. E poi i fanatici saremmo noi…

  14. Lavinia il 6 aprile 2005 alle 08:29

    scusate qua sopra ho fatto un casino… se qualcuno può rimettere le cose apposto e lasciare un solo intervento…

  15. Tancray il 6 aprile 2005 alle 09:15

    Oh..l’hai rivendicato!

  16. a. i. il 6 aprile 2005 alle 11:37

    ripetere giova…

  17. lorenzo_galbiati il 6 aprile 2005 alle 14:46

    X LAVINIA
    Le scuole di Roma saranno chiuse non tanto per il lutto ma perché son previste più di 2 milioni di persone per il funerale, compresi molti capi di stato: è un evento senza precedenti (neanche il giubileo ne contò tante) che provocherà enormi problemi di ordine pubblico e il collasso della rete urbana dei trasporti. Ci son tanti motivi per criticare il bigottismo italiano e il Vaticano, sarebbe meglio scegliere quelli giusti.

    X ANDREA
    Credo che anche noi due si parli la stessa lingua, così come del resto è successo quando ci siamo conosciuti e abbiamo organizzato, insieme ad altri, il corso di italiano per extracomunitari. Siamo dalla stessa parte, dici di te e di due preti, quindi non vedo perchè esasperare le differenze tra atei e credenti. Personalmente credo siano pochi i credenti ortodossi (delle varie religioni) davvero ‘pensanti’. Reputo invece che le persone disposte al dialogo, alla ricerca e alla riflessione sian più diffuse tra i credenti dubbiosi e aconfessionali (che fan della ricerca interreligiosa la propria fede – mi ci metto anch’io), e tra gli atei e gli agnostici. E vorrei che questo fronte non venga diviso da inutili radicalizzazioni del pensiero ateista che a me sembra di aver visto in alcune parti del discorso di Buffoni. Tutto qui.

  18. Lavinia il 7 aprile 2005 alle 07:57

    Io abito a Firenze. Non credo che qui ci saranno problemi di ordine pubblico collegati al funerale…

  19. gina il 7 aprile 2005 alle 09:19

    Il discorso di buffoni, più che fanatico, mi sembra consapevolmente minoritario, marginale. In più trovo che immaginare il futuro sia un’attività dannatamente seria,quindi il pezzo mi è piaciuto, a parte forse l’auspicio di un maggiore ruolo inquisitorio dello Stato nella verifica della qualità delle cure parentali, che non condivido. C’è un punto, in particolare, che secondo me merita attenzione, ed è quello relativo alla assoluta necessità di un dibattito sulla questioni della libera disponibilità del corpo e della vita/morte (staminali, aborto, eutanasia, donazione di organi, cambiamenti di sesso, riproduzione assistita) e sullo spazio da dare all’etica e alla scienza a partire dall’insegnamento scolastico. Questo perchè la tendenza attuale, che è quella di depenalizzare pratiche un tempo proibite, è ben lungi da riconoscerci una effettiva autodeterminazione, in quanto si limita, di fatto, a sostituire giudici e preti con i medici, e la vecchia morale/legge autoritaria con la bioetica (counseling),riciclando tecniche di governo ecclesiastiche di comprovata efficacia. Dominique Memmi parla a tal proposito, di una domanda di produzione discorsiva legittima da parte dello Stato , che prescrive vere e proprie inquisizioni biografiche (cioè il buon racconto che siamo chiamati a fornire agli esperti di turno, per ottenere l’autorizzazione alla libera disponibilità del corpo compreso l’eventuale sostegno finanziario) e di “confessione laica” “La tappa contemporanea del processo di individualizzazione appare allora come un prodotto dello Stato moderno: è un processo attraverso il quale gli attori sociali interiorizzano i discorsi dello Stato piuttosto che subirli sotto forma di sanzioni giuridiche imposta a delle pratiche devianti. Possono del resto accontentarsi di un’adesione minimale, puramente discorsiva, che permetta loro di essere capaci di produrli al momento voluto (basta assistere a una domanda di aborto o a una procedura di conciliazione di divorzio per convincersene). Il solo controllo che conti allora è quello che inquadra i discorsi che gli “io”producono su se stessi. La regola esplicita, accompagnata da sanzioni, tende a lasciare il posto a una autoregolazione, ma accompagnata da argomentazioni attese. Il disciplinamento dei corpi diviene un disciplinamento dei racconti”.

  20. gigi capastìna il 25 ottobre 2006 alle 20:34

    A rischio uscire dal contesto, aggiungo che le categorie cui ci si può rifare per autodefinirsi sono ancora troppo limitate da un modo di concepire l’esistenza ancora troppo “storicizzato”.
    Gina dice:”Il disciplinamento dei corpi diviene un disciplinamento dei racconti” come se fosse un passo avanti (e forse lo è), ma solo perché tiene conto di concezioni del reale così radicate da non avere alternativa.
    Siamo poi sicuri che tra parole come “ateo”, “laico”, “credente”, “religioso” ecc., non esista, alla fin fine, un legame così forte da farle appartenere ad una descrizione del mondo vagamente tautologica? Legame che non lascia spazio all’invenzione (nel senso di scoperta) di altro che non sia codificato a parole, ma che quasi mai riesce a rendere completamente il senso dell’esperienza.
    I comportamenti individuali e collettivi sono ormai troppo connotati dal tratto dell’imitazione e non lasciano scampo a qualsiasi scoperta apertamente individuale. Chi si sottrae? Nessuno, fin da subito altri trovano le parole per dare un senso alla tua esperienza, quando le parole, soprattutto per molte delle fasi agnitive della vita, sono miserevolmente mancati di qualsiasi profondità che si avvicini, anche solo di poco all’agire e al farsi dell’agire.
    Buffoni, lodevole per l’impegno e biasimevole per i mezzi che vorrebbe usare ( una “chiesa” colletiva? meglio un campo di calcio, allora, su giocare anche a cricket, magari), tiene conto solo di un’esperienza “codificata” e non riesce o non vuole immaginare un rapporto con la conoscenza diverso dal suo (fondato sulla ragione?… sic!). Ma quanti sono i modi della conoscenza? E siamo sicuri di averli adeguatamente etichettati tutti e inscatolati? E che fuori dalle etichette non resti altro che la superstizione? (inciso: togliere gli oroscopi dalle TV a che gioverebbe? meglio mandarci qualcuno a spiegare “per bene” i fondamenti di una ricerca millenaria -leggere le opere di Lisa Morpurgo, per credere-).

    Mi fermo qui, per l’ora.

  21. gina il 30 ottobre 2006 alle 12:30

    gigi capastina
    non afferro il collegamento al mio discorso, se ripassi me lo spieghi?
    grazie



indiani