Il cane non muore mai:
le telefonate di Henry Kissinger (parte seconda)

6 ottobre 2005
Pubblicato da

di Gianluigi Ricuperati

Ma poi arriva quello che non ci si aspetta, la telcon che ribalta qualsiasi previsione, il frammento documentabile che sembra uscire da uno stadio immaginario sospeso a metà fra Il Contesto e Cadaveri eccellenti – Kissinger che chiacchiera con Allen Ginsberg. E’ come nella festa dell’armatore Pattos raccontata da Leonardo Sciascia, quando il mite commissario – l’occhio comune: noi – rimane sconvolto dalla vista del capo del più radicale gruppo d’opposizione antagonista a braccetto col ministro della pubblica sicurezza. Ma Ginsberg aveva motivi ottimi e coerenti per chiamare Kissinger – la persona giusta con cui parlare, se sei un grande poeta anche civile e vuoi fare qualcosa di effettivo per promuovere la causa della pace. E’ il 23 aprile1971: naturalmente la questione è la guerra del Vietnam.

AG: Chiamo in parte su richiesta del Senatore McCarthy…avrei l’idea di organizzare un incontro fra il Senatore, lei, me, David Helms (il direttore della CIA, n.d.t.), e anche Renne Davis, Dellinger e Abernathy. Si può fare quando volete.
K: Ho incontrato diversi gruppi pacifisti in questi mesi, ma ogni volta succede sempre la stessa cosa: appena escono raccontano tutto alla stampa. Ma in ogni caso m’interessa farlo, non solo per la qualità intellettuale delle persone singole, ma anche perché ho un grande interesse nel conoscere ciò che pensano quelli che prendono tanto a cuore il problema della guerra. Potrei essere disponibile a incontrarvi, quindi, ma a una condizione – che sia una cosa privata.
AG: E’ indubbio, capisco la sua posizione. Ma sono questioni che hanno a che fare con la delicatezza di ciascuno…quando si tratta con la coscienza umana è difficile porre dei limiti.
K: Non si possono porre limiti alla coscienza umana, ma si p
AG Si può trovare un accordo di qualche genere, immagino.
K: …dicevo che si può porre dei limiti a ciò che si dichiara in pubblico.
AG: Anche se sarebbe molto più divertente se ci incontrassimo in televisione
K: Mi scusi?
AG: Sarebbe molto divertente farlo in televisione, nudi, sarebbe più utile anche
K: (risata)

Ma gli archivi non restituiscono soltanto chiacchierate più o meno lucide o frivole con celebrità di varia natura. Si potrebbero citare le battute con cui il segretario di stato cerca di rassicurare Nixon su quanto è insignificante qualunque capo d’accusa legato allo scandalo Watergate (‘niente da preoccuparsi’) o le notissime esplosioni scurrili del presidente, o i delicati progetti di meccano diplomatico che si evincono dai dialoghi con i più autorevoli protagonisti del vero decennio centrale del 900 – gli anni settanta. Ma se si vuole assistere a una dimostrazione in vitro su come manipolare gli esseri umani in democrazia senza violare alcuna legge; se si vuole assistere a una riduzione rapida ed efficace di un modo di operare che certamente si estende molto più in là dei contorni individuali di Kissinger; se si vuole trovare una prova ulteriore che la politica è lo show-business per persone brutte, secondo la definizione di Cristopher Hitchens; insomma, ci sono un milione di motivi per spostarsi a Washington, il 18 maggio del 1971, e incunearsi nella lunga sequenza di cavi che collegano lo studio di Kissinger a quello della giornalista di gossip Kandy Stroud, che una settimana prima aveva pubblicato un pezzo in cui sosteneva che il segretario di stato portava a cena a spese della Casa Bianca alcune fanciulle, di solito al costosissimo Sans Souci, uno dei ristoranti più preziosi della capitale. E’ pomeriggio. La mattina Kissinger ha già chiamato il presidente della società editoriale che pubblica la rivista in questione, lamentandosi. Ora, secondo procedura, dall’alto al basso, tocca alla responsabile.

K: Kandy?
S: Henry, allora, quand’è che mi porti a cena?
K: Voglio una correzione.
S: Cosa intendi dire…?
K: Parlo di quello che hai scritto il 13 maggio. L’idea che faccia pagare al governo le mie cene e i miei pranzi privati è oltraggiosa.
S: Ma è solo un’ipotesi buttata lì. Infatti ho scritto: ‘mi domando se’, non ‘ho scoperto che’.
K: E se avessi scritto ‘mi domando se abbia ucciso sua madre’?
S: Ho solo scritto ‘mi domando se manda i conti alla Casa Bianca’
K: E oltretutto io sono stato al Sans Souci cinque volte dal 18 febbraio a oggi, mentre dall’articolo vien fuori che ci vado spesso a pranzo e anche a cena.
S: Sarà mia cura pubblicare quel che mi hai appena detto.
K: Non sarò io a parlare. Niente virgolette.
S: Come desideri che esca?
K: Basta che tu scriva che hai controllato meglio e hai scoperto che non era vero.
S: E quel che ha detto il cuoco, Paul? Come faccio a contraddirlo?
K: E’ semplicemente falso.
S: Non hai mai portato lì a cena persone addebitando il conto al tuo fondo spese governativo?
K: No, pago sempre di tasca mia. Ci rimetto un mucchio di soldi con questo lavoro…Non dovrebbero essere affari di nessuno se andassi a mangiare al Sans Souci tutte le sere con sei donne per volta. Ma suggerire che pago con i soldi pubblici è…
S: Pubblicherò quel che mi hai appena detto.
K: Ma non citandomi.
S: Come faccio a provare che non è vero?
K: Scrivi che hai controllato meglio e che non ci sono note spese governative a mio nome in nessun ristorante di Washington.
S: Hai un totale delle tue note spese?
K: Se anche l’avessi non lo darei a te. Ma è ridicolo scrivere che vado dieci volte al mese al Sans Souci con una bella sporcacciona bionda, come dici nell’articolo, capisci?
S: Ah era una brunetta?
K: Non è questo il genere di pettegolezzo che ti chiedo di correggere. Ma che io usi i soldi pubblici, ti rendi conto, è un punto d’onore.
S: Ci vediamo un giorno?
K: Prima correggilo, poi ci vediamo.

Il cupo capolavoro politico di Kissinger, il progetto nell’aria che neppure la più affilata silhouette di un Giuliano Ferrara ha mai saputo nemmeno immaginare, è proprio aver costruito nel tempo questa cattedrale di conversazioni recitate, registrate e tramandate a singhiozzo. L’idea è questa: immaginare un certo domani piuttosto oscuro, che in parte stiamo già vivendo, in cui le parole durano molto più a lungo di qualsiasi fatto, e poi aiutare a metterlo in atto in quarant’anni di pressioni e trame, infine farlo superare da una delirante, precisissima parete di frasi incorruttibili – tutte corrotte.

(2. FINE)
(prima parte)

3 Responses to Il cane non muore mai:
le telefonate di Henry Kissinger (parte seconda)

  1. tashtego il 6 ottobre 2005 alle 21:14

    sommessamente direi che colpisce l’atteggiamento per nulla intimidito della giornalista al cospetto del secondo uomo più potente del mondo.
    altra cosa che qui.

  2. Trespolo il 6 ottobre 2005 alle 22:44

    Tash, e non potrebbe essere diverso, l’atteggiamento della giornalista, in un paese nel quale due giornalisti hanno dimesso l’uomo più potente del mondo. Esattamente come succede da noi :-)

    Buona serata. Trespolo.

  3. andrea inglese il 7 ottobre 2005 alle 18:50

    tutto interessante, ma non ho capito la fine; qualcuno mi illumini.

    (a tash e trespolo: forse per l’opinione pubblica italiana pagare night e puttane con i soldi dello stato è un peccato veniale; forse il nostro kissinger per una faccenda simile non alzerebbe neppure il telefono… e comunque il giornalista non mi sembra un eroe, ma un leccaculo scafato che sa quanto puo’ tirare la corda e quando bisogna mollarla; se non fosse davvero intimidito direbbe: i prefer not to. )



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