Operazioni mobili di massacro

12 ottobre 2005
Pubblicato da

di Piero Sorrentino
“Sai qual è la prima cosa che fa la polizia quando arriva sul posto per i rilievi dopo un incidente grave?”. Scuoto la testa. L’eco delle sirene dei pompieri che sale dal fondo della strada si mescola con il basso continuo e insistito di uno stereo acceso poco più in là.
Giù alla via, dietro i palazzi alti sullo sfondo, una tetra colonna di fumo si allunga, nera e grigia sul cielo chiaro. L’officina è grande e luminosa, piuttosto pulita e soprattutto incredibilmente silenziosa. La macchina sta su una piccola torre di metallo, una costruzione lucida di grasso e illuminata da numerose fonti di luce che splendono a intermittenza come piccole esplosioni di lampi imbottigliati.

“Il cambio. Vanno subito a vedere la marcia inserita. Perché, dopo che si è schiantato con la macchina, nessuno pensa a metterlo in folle o a inserire una marcia bassa. E puntualmente la polizia trova la quarta o la quinta in tratti dove la terza è già esagerata. E l’assicurazione così ti fotte e non ti paga”.
Da una sedia vuota addossata al muro raccolgo una rivista di motori. All’interno un centinaio di pagine patinate dedicate a elenchi fitti e minuziosi con marca dei prodotti, descrizione dei colori e dei materiali, prezzo, anno di messa in vendita e statuto ufficiale delle quotazioni. La serie delle cuffie per la leva del freno a mano è più ricca e accurata del catalogo di uno stilista milanese d’alta moda. La sezione centrale, intervallata da numerosi riferimenti al Codice della strada, è costituita da un lungo servizio dedicato ai neon da installare sotto la scocca: il pacchetto che va per la maggiore – e che vale uno stipendio pieno di un operaio – contiene due neon blu, una coppia di spruzzini lavavetri con led dello stesso colore e quattro tappini coprivalvola per pneumatici che si illuminano quando le ruote girano e formano piccoli e intensissimi cerchi colorati.

“Ma stiamo provvedendo anche per quello” sorride il carrozziere che ha deciso di chiacchierare un po’ con me. Con quella faccia a punta, un po’ affilata sul mento nero di barba e grasso, l’uomo – chiamiamolo Enzo – caccia da una tasca della tuta un piccolo congegno a molla corta che termina con un uncino ricurvo, un manufatto di una semplicità tale che per un momento dubito della sua vera funzione. “Si mette qua,” indica un punto della scatola del cambio “ e se la macchina sbatte, tac !, quello si chiama la leva indietro e la mette a folle”.

Due Smart assolutamente identiche entrano piano nell’officina. Parcheggiano una dietro l’altra con una elegante manovra nel poco spazio a disposizione. I guidatori non hanno più di 19 anni, maglie firmate, occhiali da sole costosi, scarpe da 200 euro. “ ‘o kit,” dice uno dei due indicando le automobili con un impercettibile arco del mento prima di andarsene. Non è una richiesta, è un ordine. ‘o kit è la novità del momento per le Smart a Napoli, e sta tutto in una scatola di cartone grossa quanto una confezione da 6 uova; un piccolo computer coi pulsanti rossi dal nome pretenzioso: Powergate. L’elaboratore agisce direttamente sulla centralina di iniezione e permette al guidatore, comodamente seduto al volante, di modificare le prestazioni del motore riprogrammando – con tre file a scelta di diversa potenza – la centralina dell’automobile. A questo si abbinano le prese d’aria superiore per la ventilazione e i parafanghi allargati, i gruppi ottici posteriori e un nuovo spoiler all’altezza del tettuccio.
“Poi c’è la questione dei vetri oscurati,” dice Enzo mentre riprende a smanettare sulle portiere dell’auto issata sul ponte “li chiedono tutti, ma non sempre si possono fare. Quelli dietro sì, davanti invece devono essere visibili per legge, ai posti di blocco devono poter guardare chi c’è dentro l’abitacolo prima che la polizia sia a tiro di pistola”. Chiedo anche delle targhe delle moto, se è vero che esiste un congegno che – azionato da un pulsante sotto la manopola del gas – solleva il portatarga quel tanto che basta da impedire all’occhio elettronico dell’autovelox o a quello umano degli agenti di registrarne il numero. Enzo si ferma, si pulisce le mani con un panno che gli spunta dal taschino della tuta come una laida pochette e mi dice “Vieni”.

Mettiamo i piedi sopra un velo bianco di vernice polverizzata che riempie i solchi del pavimento e camminiamo fino a un armadietto metallico tappezzato di calendari e fotografie di bolidi da centinaia di migliaia di euro. Questa zona dell’officina ha l’aria di essere stata appena svaligiata, con i cassetti di una scrivania aperti e i fogli buttati qui e là, tute abbandonate sul pavimento e maglie maculate di grasso secco ammonticchiate negli angoli. Nella parete, nascosta dal mobile, una nicchia vagamente rettangolare ospita un sacco della spazzatura zeppo di viti, rondelle, piccole pulegge gommate e fili elettrici con l’anima di rame nuda.
“Mezz’ora di lavoro e passa la paura” sorride Enzo. Prezzi? “180, 200 euro. Ma più per il rischio che per il lavoro effettivo”. Tuttavia, mi spiega, il vero pezzo forte e assolutamente legale che va per la maggiore di questi tempi si fa sulle macchine. Anzi, su particolari modelli, e solo su quelli: Alfa 156, Punto, Subaru, Fiat Marea e Brava. “Si fa una piccola sostituzione dell’antenna: al posto di quella normale, di serie, si mette un’antenna cromata, grossa e visibile, che nella parte centrale si attorciglia a spirale e torna dritta sulla punta. È l’antenna delle auto-civetta della polizia e dei carabinieri. Con quella, e magari una paletta bianca e rossa senza insegne, basta slacciarsi le cinture di sicurezza e la trasformazione è perfetta: puoi scorrazzare dove ti pare, nelle corsie preferenziali e in quelle riservate sotto gli occhi degli addetti dell’Anm, parcheggiare nei posti riservati alle forze dell’ordine, entrare nelle zone a traffico limitato…”. Quante officine fanno questi lavoretti a Napoli? Enzo posa lo straccio, si porta una mano al mento e finge di pensarci. Stacca le labbra come per dire qualcosa, poi ci rinuncia e fa solo un sorriso storto. In lontananza, il cielo coperto divampa di una luce arancione annacquato. L’incendio continua.

Pubblicato sul Corriere della sera – Corriere del mezzogiorno il 29/07/2005

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6 Responses to Operazioni mobili di massacro

  1. Bartolomeo Di Monaco il 12 ottobre 2005 alle 09:53

    La data non sarà per caso 29/12/2004?

    Complimenti a Piero.

    Bart

  2. piero sorrentino il 12 ottobre 2005 alle 09:57

    In realtà l’errore si annidava nel mese: luglio e non dicembre (che, mi rendo conto, ancora non s’è presentato al calendario…). Corretto. Grazie Bart.

  3. roberto saviano il 12 ottobre 2005 alle 10:55

    Grande Pierì…

  4. andrea barbieri il 12 ottobre 2005 alle 12:13

    Ragazzi, prima Roberto adesso Pie’: volete proprio farmi contento eh!

  5. francesco raiola il 12 ottobre 2005 alle 15:15

    Concordo con Barbieri. Un ottimo acquisto e un gran ritorno.

  6. Petrol Head » Napoli e ‘o kit il 18 ottobre 2005 alle 19:01

    […] Come si modifica una Smart all’ultima moda a Napoli? Lo racconta su Nazione Indiana Piero Sorrentino in Operazioni mobili di massacro: Due Smart assolutamente identiche entrano piano nell’officina. Parcheggiano una dietro l’altra con una elegante manovra nel poco spazio a disposizione. I guidatori non hanno più di 19 anni, maglie firmate, occhiali da sole costosi, scarpe da 200 euro. “ ‘o kit,” dice uno dei due indicando le automobili con un impercettibile arco del mento prima di andarsene. Non è una richiesta, è un ordine. ‘o kit è la novità del momento per le Smart a Napoli, e sta tutto in una scatola di cartone grossa quanto una confezione da 6 uova; un piccolo computer coi pulsanti rossi dal nome pretenzioso: Powergate. L’elaboratore agisce direttamente sulla centralina di iniezione e permette al guidatore, comodamente seduto al volante, di modificare le prestazioni del motore riprogrammando – con tre file a scelta di diversa potenza – la centralina dell’automobile. A questo si abbinano le prese d’aria superiore per la ventilazione e i parafanghi allargati, i gruppi ottici posteriori e un nuovo spoiler all’altezza del tettuccio. […]



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